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Art. 937 codice civile: Opere fatte da un terzo con materiali altrui

Se le piantagioni, costruzioni o altre opere sono state fatte da un terzo con materiali altrui, il proprietario di questi può rivendicarli, previa separazione a spese del terzo, se la separazione può ottenersi senza grave danno delle opere e del fondo.

La rivendicazione non è ammessa trascorsi sei mesi dal giorno in cui proprietario ha avuto notizia dell’incorporazione.

Nel caso che la separazione dei materiali non sia richiesta o che i materiali siano inseparabili, il terzo che ne ha fatto uso e il proprietario del suolo che sia stato in mala fede (1) sono tenuti in solido al pagamento di un’indennità pari al valore dei materiali stessi. Il proprietario dei materiali può anche esigere tale indennità dal proprietario del suolo, ancorchè in buona fede, limitatamente al prezzo che da questo fosse ancora dovuto. Può altresì chiedere il risarcimento dei danni, tanto nei confronti del terzo che ne abbia fatto uso senza il suo consenso, quanto nei confronti del proprietario del suolo che in mala fede abbia autorizzato l’uso.


Commento

(1) È in malafede il proprietario che ha permesso la costruzione sapendo che il costruttore utilizzava materiali altrui.


Giurisprudenza annotata

Espropriazione

Nella materia dei procedimenti di espropriazione per pubblica utilità, sono devolute alla giurisdizione amministrativa esclusiva le controversie nelle quali si faccia questione - anche ai fini complementari della tutela risarcitoria - di attività di occupazione e trasformazione di un bene conseguenti ad una dichiarazione di pubblica utilità e con essa congruenti, anche se il procedimento all'interno del quale sono state espletate non sia sfociato in un tempestivo e formale atto traslativo della proprietà ovvero sia caratterizzato dalla presenza di atti poi dichiarati illegittimi, purché vi sia un collegamento all'esercizio della pubblica funzione.In sede di individuazione della disciplina giuridica delle situazioni in cui sia stata realizzata l'opera pubblica in assenza del compimento nei termini della procedura espropriativa o in assenza di una valida procedura, occorre avere riguardo all'art. 934 c.c., secondo il quale tutto ciò che viene edificato sul suolo accede di diritto alla proprietà di esso - "omne quod inaedificatur solo cedit" -, nonché all'art. 936 c.c., per cui ove un terzo abbia eseguito opere con materiali propri su fondo altrui, il proprietario di quest'ultimo può scegliere se acquisirne la proprietà ovvero obbligare il terzo a rimuoverle; una volta che la rimozione non sia stata chiesta nel termine di sei mesi di cui all'art. 936, comma ultimo, il proprietario acquista a titolo originario ed "ipso iure" la proprietà delle opere realizzate in virtù del principio generale dell'accessione, poiché l'obbligazione al pagamento del valore dei materiali e del prezzo della mano d'opera ovvero dell'incremento di valore - che insorge a suo carico a norma dell'art. 936, comma 2, c.c. - ha natura di indennizzo e non di prestazione sinallagmatica, e non costituisce quindi condizione per la pienezza dell'atto di acquisto. Nel vigente ordinamento, la realizzazione senza titolo di opere e manufatti (di natura privata) su terreno altrui, pur se conformi agli strumenti urbanistici ed autorizzati dall'autorità comunale, è disciplinata, quanto all'assetto reale, non dalla regola della espropriazione di fatto e neppure dall'interpretazione giurisprudenziale circa l'estensione ed i limiti della stessa, ma dalla specifica disposizione dell'art. 934 c.c. che, ribadendo il principio dell'accessione risalente al diritto romano e già recepito dall'art. 446 del codice del 1865, stabilisce che la costruzione si incorpora al suolo ed appartiene immediatamente al proprietario di questo, senza attribuire rilevanza alcuna alla sua consistenza o alla sua destinazione né alla coincidenza o meno degli interessi dell'esecutore con quelli della collettività. Gli unici temperamenti a questo effetto traslativo, operante peraltro "ipso iure", sono dati dalla facoltà dello ius tollendi concessa al proprietario dei manufatti alle condizioni previste dall'art. 935 c.c., comma 1 e art. 937 c.c., nonché dall'ipotesi eccezionale della cd. accessione invertita di cui al successivo art. 938 c.c.

T.A.R. Salerno (Campania) sez. II  17 febbraio 2011 n. 262  

 

È illegittima ed arbitraria la sottrazione di terreni da parte del Comune che, pur in mancanza di un preventivo provvedimento di espropriazione per pubblica utilità, li abbia utilizzati per la realizzazione di strade, determinando in tal modo una loro irreversibile sottrazione alla disponibilità dei legittimi proprietari e dando luogo ad una occupazione appropriativa degli stessi terreni da parte della p.a.; in tal caso è meritevole di accoglimento la domanda di risarcimento danni - per equivalente o in forma specifica - in quanto l'illecita privazione del diritto di proprietà comporta l'obbligo di reintegrare del relativo pregiudizio il titolare del diritto reale che ha subito lo spoglio, in conformità a quanto previsto in tema di accessione dall'art. 937 c.c. e in tema di responsabilità da fatto illecito dall'art. 2043 ss. c.c. (nella fattispecie caso che occupa, non si pone il problema di valutare se debba farsi luogo al risarcimento per equivalente o in forma specifica mediante reintegrazione del diritto di proprietà che, secondo quanto affermato dalla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo, può essere in astratto oggetto di restituzione anche in caso di accessione appropriativa, dal momento che la ricorrente ha limitato la sua domanda alla sola reintegrazione patrimoniale subita per effetto dell'occupazione acquisitiva di cui si è avvantaggiata la p.a., esprimendo in tal modo una chiara volontà ad abbandonare il diritto di proprietà in favore del Comune occupante).

T.A.R. Ancona (Marche)  04 febbraio 2003 n. 22  

 

L'occupazione senza titolo di un terreno da parte della pubblica amministrazione per la costruzione di un'opera pubblica (nella specie, una strada), comportando la radicale trasformazione del terreno stesso, ha valore di espropriazione, ancorché manchi un formale provvedimento in tal senso; pertanto, il ristoro spettante al proprietario per la perdita subita ha natura indennitaria, è autonomo rispetto alla distinta obbligazione garante sull'amministrazione per la riparazione dell'ulteriore eventuale pregiudizio subito dal patrimonio del danneggiato per effetto della illecita sottrazione del bene, ed è soggetto all'ordinario termine di prescrizione.

Corte appello Caltanissetta  10 febbraio 1989

 

 

Proprietà

L'art. 937 c.c. (norma che disciplina i diritti del proprietario di materiali impiegati su suolo altrui), non richiede - diversamente dall'art. 936 c.c. - che il costruttore su suolo non proprio - e perciò terzo rispetto al proprietario degli uni e dell'altro - non sia legato da alcun rapporto con quest'ultimo, tant'è invece che il comma 3 prevede la pattuizione di un prezzo con il costruttore; pertanto il proprietario di materiali con cui un appaltatore ha eseguito una costruzione su suolo altrui, se vuole, entro sei mesi chiederne la separazione, ha l'onere di rivendicarli (art. 948 c.c.), nei confronti del proprietario del suolo, in un giudizio di cognizione - ovvero in riconvenzionale nell'opposizione alla consegna, instaurata dal proprietario del suolo - non essendo all'uopo sufficiente notificargli il titolo esecutivo per la consegna, ottenuto nei confronti del costruttore.

Cassazione civile sez. III  22 gennaio 1998 n. 603



 
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