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Art. 96 codice civile: Richiesta della pubblicazione

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Giurisprudenza annotata

Matrimonio

Ritenuto che nel nostro ordinamento è, ormai, compresa una norma, l'art. 12 Cedu, come interpretato dalla Corte europea, che ha privato di rilevanza giuridica la diversità di sesso dei nubendi quale requisito o presupposto essenziale per la stipula di un matrimonio, il plurimillenario e tradizionale principio secondo il quale la diversità di sesso dei nubendi era considerata (unitamente alla manifestazione della reciproca volontà matrimoniale dagli stessi espressa avanti l'ufficiale dello stato civile celebrante) requisito minimo indispensabile per l'esistenza stessa del matrimonio civile, come atto giuridicamente rilevante, non appare più adeguato all'attuale realtà giuridica, essendo stata radicalmente superata la concezione secondo cui la diversità di sesso tra i nubendi è presupposto o requisito indispensabile, per così dire "naturalistico" della stessa "esistenza" del matrimonio.

Cassazione civile sez. I  15 marzo 2012 n. 4184

 

È manifestamente inammissibile in riferimento all'art. 2 cost. e manifestamente infondata in riferimento agli art. 3 e 29 cost., la q.l.c. degli art. 93, 96, 98, 108, 143, 143 bis, 156 bis, 231 c.c., nella parte in cui, sistematicamente interpretati, non consentano che persone di orientamento omosessuale possano contrarre matrimonio con persone dello stesso sesso.

Corte Costituzionale  05 gennaio 2011 n. 4  

 

È manifestamente infondata la q.l.c. degli art. 93, 96, 98, 107, 108, 143, 143 bis, 156 bis e 231 c.c., censurati, in riferimento agli art. 3 e 29, comma 1, cost., nella parte in cui non consentono che le persone dello stesso sesso possano contrarre matrimonio. Analoga questione è già stata dichiarata non fondata, sia perché l'art. 29 cost. si riferisce alla nozione di matrimonio definita dal codice civile come unione tra persone di sesso diverso, e questo significato del precetto costituzionale non può essere superato per via ermeneutica, sia perché le unioni omosessuali non possono essere ritenute omogenee al matrimonio, e non risultano allegati profili diversi o ulteriori rispetto a quelli già esaminati (sent. n. 138 del 2010; ordd. n. 16, 34, 42 del 2009, 276 del 2010).

Corte Costituzionale  05 gennaio 2011 n. 4  

 

È manifestamente inammissibile, in riferimento all'art. 2 cost., la q.l.c. degli art. 93, 96, 98, 107, 108, 143, 143 bis, 156 bis e 231 c.c., nella parte in cui non consentono che le persone dello stesso sesso possano contrarre matrimonio. Analoga questione è già stata dichiarata inammissibile perché diretta ad ottenere una pronunzia additiva non costituzionalmente obbligata e poi manifestamente inammissibile, e non risultano allegati profili diversi o ulteriori rispetto a quelli già scrutinati (sent. n. 138 del 2010; ord. n. 276 del 2010).

Corte Costituzionale  05 gennaio 2011 n. 4  

 

È manifestamente infondata la q.l.c. degli art. 93, 96, 98, 107, 108, 143, 143- bis, 156- bis e 231 c.c., nella parte in cui non consentono che le persone dello stesso sesso possano contrarre matrimonio, per contrasto con gli art. 3 e 29, comma 1, cost. Infatti, con la sentenza n. 138 del 2010, la medesima questione è stata dichiarata non fondata, sia perché l'art. 29 cost. si riferisce alla nozione di matrimonio definita dal codice civile come unione tra persone di sesso diverso, e questo significato del precetto costituzionale non può essere superato per via ermeneutica sia perché (in ordine all'art. 3 cost.) le unioni omosessuali non possono essere ritenute omogenee al matrimonio. Gli argomenti addotti nella detta pronuncia sono stati ribaditi nella successiva ordinanza n. 276 del 2010, di manifesta infondatezza. Identiche considerazioni valgono anche con riguardo all'art. 231 c.c., censurato dall'attuale rimettente insieme con le altre norme.

Corte Costituzionale  05 gennaio 2011 n. 4  

 

Non è fondata la q.l.c. degli art. 93, 96, 98, 107, 108, 143, 143 bis, 156 bis c.c., censurati, in riferimento agli art. 3 e 29 cost., nella parte in cui, sistematicamente interpretati, non consentono che le persone di orientamento omosessuale possano contrarre matrimonio con persone dello stesso sesso. Premesso che, l'art. 29 cost., nello stabilire che "la Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio", aggiungendo, nel comma 2, che "il matrimonio è ordinato sulla eguaglianza morale e giuridica dei coniugi, con i limiti stabiliti dalla legge a garanzia dell'unità familiare", fa riferimento alla nozione di matrimonio definita dal codice civile entrato in vigore nel 1942, che stabiliva (e tuttora stabilisce) che i coniugi dovessero essere persone di sesso diverso, la censurata normativa del codice civile trova fondamento nell'art. 29 cost., e non dà luogo ad una irragionevole discriminazione, in quanto le unioni omosessuali non possono essere ritenute omogenee al matrimonio (sent. n. 161 del 1985).

Corte Costituzionale  15 aprile 2010 n. 138  

 



 
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