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Art. 960 codice civile: Obblighi dell’enfiteuta

L’enfiteuta ha l’obbligo di migliorare il fondo e di pagare al concedente un canone periodico (1). Questo può consistere in una somma di danaro ovvero in una quantità fissa di prodotti naturali.

L’enfiteuta non può pretendere remissione o riduzione del canone per qualunque insolita sterilità del fondo o perdita di frutti.


Commento

Obbligo di miglioramento: è l’obbligo più caratteristico, discendendo direttamente dalla situazione di pieno godimento del fondo spettante all’enfiteuta. Viene individuato o in relazione alle prescrizioni inserite dalle parti nell’atto costitutivo, o alla condizione economica del bene. È chiaro, però, che il miglioramento deve consistere in un cambiamento in meglio della situazione della res, e non si può limitare alla manutenzione ordinaria o straordinaria (ossia, alla conservazione della consistenza originaria) del fondo.

 

Canone: è la prestazione periodica cui è tenuto colui al quale è concesso il godimento di un bene.

 

 

(1) Una volta adempiuto il suo obbligo di miglioramento, ogni ulteriore opera diretta a rendere il fondo ancora più fruttuoso è una scelta libera dell’enfiteuta. È necessario però che egli non deteriori il bene, una volta raggiunto il livello di incremento economico.

 


Giurisprudenza annotata

Enfiteusi

In caso di perimento parziale di un fondo, rustico o urbano, dovuto ad una calamità naturale, il rischio dell'evento lesivo ricade sul proprietario del bene, per cui l'enfiteuta, in difetto di un'espressa previsione normativa che lo imponga, non ha l'obbligo giuridico di ricostruire la parte andata distrutta. Ove, peraltro, l'enfiteuta abbia provveduto a proprie spese alla ricostruzione della parte perita, è applicabile in suo favore la disciplina dettata in tema di miglioramenti ed addizioni di cui all'art. 975 c.c., venendosi, altrimenti, a realizzare un ingiustificato arricchimento del proprietario in danno del medesimo enfiteuta. Rigetta, App. Salerno, 09/12/2008

Cassazione civile sez. II  12 novembre 2013 n. 25428  

 

La disposizione del comma 1 dell'art. 975, a norma della quale "quando cessa l'enfiteusi, all'enfiteuta spetta il rimborso dei miglioramenti nella misura dell'aumento di valore conseguito dal fondo per effetto dei miglioramenti stessi, quali accertati al tempo della riconsegna", ha lo scopo di favorire il miglioramento del fondo enfiteutico assicurando all'enfiteuta, in ogni caso di cessazione che comporti l'integrale ripristino del rapporto, i vantaggi economici delle opere eseguite ed incentivando, per tale via, l'interesse dello stesso all'adempimento puntuale dell'obbligo di miglioramento del fondo all'assunto con il contratto (art. 960 c.c.) e si riferisce, quindi, solo ai miglioramenti che si collocano nell'ambito del rapporto di enfiteusi e che, essendo ancora esistenti alla data della riconsegna, si traducono in un valore economico direttamente o indirettamente riconducibile alla legittima attività dell'enfiteuta (o dei suoi danti causa) e non ai miglioramenti realizzati dopo la cessazione del rapporto, nel tempo in cui l'enfiteuta ha mantenuto di fatto il possesso materiale del bene, per i quali sono, invece, applicabili i criteri previsti dall'art. 1150 c.c..

Cassazione civile sez. II  15 marzo 1995 n. 3038  

 

La disposizione del comma 1 dell'art. 975, a norma della quale "quando cessa l'enfiteusi, all'enfiteuta spetta il rimborso dei miglioramenti nella misura dell'aumento di valore conseguito dal fondo per effetto dei miglioramenti stessi, quali accertati al tempo della riconsegna", avendo lo scopo di favorire il miglioramento del fondo enfiteutico assicurando all'enfiteuta, in ogni caso di cessazione che comporti l'integrale ripristino del rapporto, i vantaggi economici delle opere eseguite ed incentivando, per tale via, l'interesse dello stesso all'adempimento puntuale dell'obbligo di miglioramento del fondo assunto con il contratto (art. 960 c.c.), non si riferisce solo ai casi di risoluzione incolpevole del rapporto, ma a tutti i casi di risoluzione, ed anche a quelli, quindi, dipendenti dall'enfiteuta, come del resto, è reso palese dalla lettera della norma, che non distingue.

Cassazione civile sez. II  15 marzo 1995 n. 3038  

 

 

Esazione delle imposte

Allorquando la cartella esattoriale emessa per la riscossione di contributi consortili sia motivata con riferimento ad un piano di classifica approvato dalla competente autorità regionale, è onere del contribuente, che disconosca il debito, contestare specificatamente la legittimità del provvedimento ovvero il suo contenuto, nessun ulteriore onere probatorio gravando sul Consorzio in difetto di specifica contestazione, ferma restando la possibilità, da parte del giudice tributario, di avvalersi dei poteri ufficiosi previsti dall'art. 7 d.lg. n. 546 del 1992, ove ritenga necessario una particolare indagine riguardo alle modalità con le quali il Consorzio stesso è in concreto pervenuto alla liquidazione del contributo.

Cassazione civile sez. un.  30 ottobre 2008 n. 26009  



 
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