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Art. 962 codice civile: Revisione del canone

ARTICOLO ABROGATO DALLA L. 22 LUGLIO 1966, N. 607


Giurisprudenza annotata

Enfiteusi

Se un enfiteuta impugna dinanzi al giudice amministrativo la delibera del comune concedente con la quale è stato unilateralmente rivalutato il canone (art. 6 l. 18 dicembre 1970 n. 1138) e agisce altresì dinanzi al pretore per la determinazione di esso (art. 12 stessa legge), tra le due controversie non sussiste pregiudizialità ai sensi dell'art. 295 c.p.c. per la diversità di petitum delle due azioni; d'altro canto, se il pretore ritiene che tale delibera è illegittima, che incide sul diritto soggettivo in controversia, deve disapplicarla, ai sensi dell'art. 5 l. 20 marzo 1865 n. 2248, a l. E.

Cassazione civile sez. II  18 agosto 1997 n. 7685

 

In tema di enfiteusi, la revisione del canone - prevista dall'art. 962 c.c., al quale la decisione della Corte costituzionale n. 53 del 1974 ha restituito vigore, relativamente alle enfiteusi urbane, attraverso la declaratoria della parziale illegittimità costituzionale della l. 18 dicembre 1970 n. 1138 - è un istituto essenzialmente diverso dalla rivalutazione del canone stesso di cui all'abrogato art. 6 della citata legge, in quanto la rivalutazione prescindeva da requisiti temporali e costituiva soltanto rimedio alle conseguenze negative della svalutazione monetaria, mentre la revisione può essere richiesta decorsi almeno dieci anni dalla costituzione dell'enfiteusi e successivamente dopo eguale periodo di tempo (art. 962 citato) e mira ad ovviare alla sproporzione del canone rispetto al valore attuale del fondo; pertanto il canone, già rivalutato ex art. 6 della legge n. 1138 del 1970, è suscettibile di revisione ai sensi dell'art. 962 c.c. ai fini dell'integrazione del capitale di affrancazione.

Cassazione civile sez. II  12 novembre 1982 n. 6008  

 

Il procedimento delineato dalla l. 22 luglio 1966 n. 607, per l'affrancazione dell'enfiteusi si colloca nella categoria dei procedimenti sommari, configurandosi come procedimento di tipo giurisdizionale contenzioso articolato da due fasi: la prima, necessaria ed a cognizione sommaria, che è affidata inderogabilmente al pretore e si conclude con ordinanza immediatamente esecutiva è destinata a divenire definitiva solo nel caso di mancata prosecuzione del processo; la seconda, eventuale ed a cognizione piena, che è riservata alla competenza, ugualmente inderogabile, del giudice specializzato agrario (per le enfiteusi rustiche) o del tribunale (per le altre enfiteusi) e che è diretta a dirimere le contestazioni sul diritto di affranco e sull'entità del capitale relativo con una più completa tutela giurisdizionale delle parti, attuata nelle forme e con le garanzie del giudizio di cognizione ordinario, sicché è in tale seconda fase che il concedente può far valere i suoi diritti, compreso quello alla revisione del canone, opponibile in via riconvenzionale proprio per la più esatta determinazione del capitale di affranco.

Cassazione civile sez. II  04 dicembre 1980 n. 6319  

 

In materia di enfiteusi, la revisione del canone - introdotta in sostituzione del principio della immutabilità del canone stesso, dall'art. 962 del c.c. vigente, al quale la decisione della corte cost. n. 53 del 1974 ha restituito pieno vigore, relativamente alle enfiteusi urbane ed edificatorie, attraverso la declaratoria della parziale illegittimità costituzionale della l. 18 dicembre 1970 n. 1138, e che pertanto risulta applicabile a tutti i rapporti non esauriti sotto la disciplina precedente, data l'estensione dell'efficacia delle pronunzie di illegittimità costituzionale a tutte le situazioni giuridiche non esaurite, salvi gli effetti anteriori che abbiano conseguito in via definitiva la loro funzione - è un istituto essenzialmente diverso dalla rivalutazione del canone medesimo, disposta una "tantum" dall'art. 6 della legge n. 1138 del 1970, poiché la revisione è prevista in favore di entrambe le parti per ovviare alla eventuale sproporzione del canone rispetto al valore attuale del fondo, in modo da ristabilire l'originario equilibrio sinallagmatico, mentre la rivalutazione è stata configurata come facoltà concessa alla parte interessata per porre rimedio alle conseguenze negative della svalutazione monetaria manifestatasi nel quinquennio dal 1963 al 1968. Ne discende che non è ravvisabile l'alternatività fra le due figure, nel senso che la intervenuta rivalutazione precluda la domanda di revisione.

Cassazione civile sez. II  04 dicembre 1980 n. 6319



 
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