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Codice civile aggiornato  al  16 Gen 2015
 
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Art. 98 codice civile: Rifiuto della pubblicazione

L’ufficiale dello stato civile che non crede di poter procedere alla pubblicazione rilascia un certificato coi motivi del rifiuto (1).

Contro il rifiuto è dato ricorso al tribunale, che provvede in camera di consiglio, sentito il pubblico ministero.


Commento

Ufficiale di stato civile: [v. 93]; Ricorso: [v. 517]; Pubblico ministero: [v. 23].

 

 

(1) Chi chiede le pubblicazioni deve effettuare le dichiarazioni di cui all’art. 51 del d.P.R. 396/2000, quando a contrarre matrimonio osta un impedimento per il quale è stata concessa autorizzazione, uno degli sposi deve presentare copia del relativo provvedimento; se si tratta di vedova o di donna nei cui confronti è stato dichiarato l’annullamento, lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del precedente matrimonio, l’ufficiale di stato civile deve accertare se ricorrono le condizioni previste dall’art. 89 c.c.

 

 

Compito dell’ufficiale di stato civile al quale è fatta la richiesta di pubblicazioni è quello di individuare l’esistenza di eventuali impedimenti alla celebrazione; si tratta di una funzione di controllo prevista dall’ordinamento nell’interesse pubblico alla regolarità del procedimento.


Giurisprudenza annotata

Impiegati dello Stato

La domanda del dipendente, tesa ad ottenere una retribuzione superiore a quella riconosciuta dalla normativa applicabile, in virtù dello svolgimento di mansioni superiori, non può fondarsi né sull'art. 36 Cost., in quanto il principio della corrispondenza della retribuzione dei lavoratori alla qualità e alla quantità del lavoro prestato non trova incondizionata applicazione nel rapporto di pubblico impiego, concorrendo con altri principi di pari rilievo costituzionali, quali quelli di cui agli artt. 97 e 98, né sugli artt. 2126 (concernente solo l'ipotesi della retribuibilità del lavoro prestato sulla base di atto nullo o annullato) e 2041, c.c., stante, per un verso, la natura sussidiaria dell'azione di arricchimento senza causa e, per altro verso, la circostanza che l'ingiustificato arricchimento postula un correlativo depauperamento del dipendente, non riscontrabile e non dimostrabile nel caso del pubblico dipendente che, come nel caso di specie, ha comunque percepito legittimamente la retribuzione prevista per la qualifica. (Conferma Tar Puglia, Bari, sez. II, n. 2430 del 2005).

Consiglio di Stato sez. V  24 gennaio 2013 n. 441  

 

Nell'ambito del pubblico impiego lo svolgimento di fatto da parte del dipendente di mansioni superiori a quelle dovute in base all'inquadramento è del tutto irrilevante, sia ai fini economici, sia ai fini della progressione di carriera, salva l'esistenza di un'espressa disposizione che disponga diversamente; né la domanda del dipendente, tesa ad ottenere la retribuzione superiore a quella riconosciuta dalla normativa applicabile, per effetto dello svolgimento delle mansioni superiori, può fondarsi sull'art. 36 Cost., in quanto il principio della corrispondenza della retribuzione dei lavoratori alla qualità e alla quantità del lavoro prestato non trova incondizionata applicazione nel rapporto di pubblico impiego, concorrendo con altri principi di pari rilievo costituzionale, quali quelli di cui agli artt. 97 e 98, ovvero agli artt 2126 c.c (concernente solo l'ipotesi della retribuibilità del lavoro prestato sulla base di atto nullo o annullato) e 2041 c.c. stante, per un verso, la natura sussidiaria dell'azione di arricchimento senza causa e, per altro verso, la circostanza che l'ingiustificato arricchimento postula un correlativo depauperamento del dipendente, non riscontrabile e dimostrabile nel caso del pubblico dipendente che abbia comunque percepito la retribuzione prevista per la qualifica rivestita. (Conferma Tar Molise n. 513 del 2003).

Consiglio di Stato sez. V  13 aprile 2012 n. 2094  

 

 

Matrimonio

Ritenuto che nel nostro ordinamento è, ormai, compresa una norma, l'art. 12 Cedu, come interpretato dalla Corte europea, che ha privato di rilevanza giuridica la diversità di sesso dei nubendi quale requisito o presupposto essenziale per la stipula di un matrimonio, il plurimillenario e tradizionale principio secondo il quale la diversità di sesso dei nubendi era considerata (unitamente alla manifestazione della reciproca volontà matrimoniale dagli stessi espressa avanti l'ufficiale dello stato civile celebrante) requisito minimo indispensabile per l'esistenza stessa del matrimonio civile, come atto giuridicamente rilevante, non appare più adeguato all'attuale realtà giuridica, essendo stata radicalmente superata la concezione secondo cui la diversità di sesso tra i nubendi è presupposto o requisito indispensabile, per così dire "naturalistico" della stessa "esistenza" del matrimonio.

Cassazione civile sez. I  15 marzo 2012 n. 4184  

 

È manifestamente inammissibile in riferimento all'art. 2 cost. e manifestamente infondata in riferimento agli art. 3 e 29 cost., la q.l.c. degli art. 93, 96, 98, 108, 143, 143 bis, 156 bis, 231 c.c., nella parte in cui, sistematicamente interpretati, non consentano che persone di orientamento omosessuale possano contrarre matrimonio con persone dello stesso sesso.

Corte Costituzionale  05 gennaio 2011 n. 4  

 

Non è trascrivibile in Italia un matrimonio validamente celebrato da due persone dello stesso sesso in virtù delle leggi di uno Stato estero (California): un istituto siffatto non è configurabile come "matrimonio" secondo l'ordinamento italiano; d'altronde, una volta assodata la non qualificabilità della fattispecie, non è necessario accertare la contrarietà del matrimonio omosessuale al nostro ordine pubblico, che, comunque, presuppone che l'atto straniero da trascrivere sia compreso nella categoria degli atti esteri trascrivibili nei registri anagrafici italiani secondo la disciplina che li regola.

Tribunale Treviso  19 maggio 2010

 



 
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