Codice penale Aggiornato il 13 febbraio 2015

Codice penale Art. 102 codice penale: Abitualità presunta dalla legge

Codice penale Aggiornato il 13 febbraio 2015



È dichiarato delinquente abituale chi, dopo essere stato condannato alla reclusione in misura superiore complessivamente a cinque anni per tre delitti non colposi, della stessa indole, commessi entro dieci anni, e non contestualmente, riporta un’altra condanna per un delitto, non colposo, della stessa indole, e commesso entro i dieci anni successivi all’ultimo dei delitti precedenti.

Nei dieci anni indicati nella disposizione precedente non si computa il tempo in cui il condannato ha scontato pene detentive o è stato sottoposto a misure di sicurezza detentive.

Giurisprudenza annotata

Abitualità a delinquere

Viola il principio di correlazione fra accusa e sentenza la decisione con cui venga dichiarata l'abitualità a delinquere, se non siano stati previamente contestati all'imputato gli elementi che ne fondano l'esistenza. (Fattispecie in cui la Corte ha annullato senza rinvio, per essere il reato estinto per prescrizione, la sentenza impugnata che aveva escluso la sussistenza della causa estintiva, in ragione di una precedente dichiarazione di abitualità nel delitto pronunciata dal magistrato di sorveglianza e risultante dal certificato penale, ma non contestata nel processo "de quo"). (Annulla senza rinvio, App. Trieste, 15/11/2012 )

Cassazione penale sez. V  12 giugno 2013 n. 2153

 

Ai fini della dichiarazione di abitualità presunta dalla legge (art. 102 c.p.) è necessario accertare che il reo sia socialmente pericoloso (Nel caso di specie l’imputato aveva commesso una serie di rapine, furti e sequestri di persona dopo aver commesso altre rapine per cui aveva scontato una lunga pena detentiva che non aveva avuto alcun effetto disincentivante ed aveva avuto un comportamento processuale non sintomatico di una rivalutazione della propria condotta di vita, tanto da essere dichiarato socialmente pericoloso).

Tribunale Torino sez. III  08 giugno 2013 n. 1788  

 

In tema di abitualità del reato, mentre in quella presunta dalla legge il giudice deve limitarsi ad accertare i soli elementi necessari e sufficienti, tassativamente determinati dal legislatore, nell'ipotesi di abitualità ritenuta dal giudice, quest'ultimo, in aggiunta ai primi, deve anche compiere una valutazione discrezionale in ordine ad altri elementi indicati dal legislatore. Rigetta, App. L'Aquila, 13/10/2011

Cassazione penale sez. II  14 dicembre 2012 n. 1423  

 

La dichiarazione di abitualità nel reato non comporta l'esercizio di un potere discrezionale attribuito in via esclusiva al giudice di merito, giacché, qualora tale giudice abbia omesso di pronunciarsi, alla dichiarazione di abitualità nel reato può comunque provvedere, ai sensi dell'art. 679, comma 1, c.p.p., il magistrato di sorveglianza, al quale il legislatore ha affidato in via generale ogni questione concernente le misure di sicurezza (la cui applicazione costituisce uno degli effetti della dichiarazione di abitualità nel reato: si veda art. 109, comma 1, c.p.), con le uniche eccezioni della misura di sicurezza patrimoniale della confisca, demandata alla competenza del giudice dell'esecuzione ex art. 676 c.p.p., e dell'applicazione provvisoria di misure di sicurezza ex art. 312 c.p.p., demandata al giudice della fase procedimentale o processuale competente al momento della richiesta avanzata dal p.m. Proprio la possibilità di intervento del magistrato di sorveglianza esclude che il p.m. possa fare oggetto di impugnazione e, in particolare, di ricorso per cassazione l'omessa dichiarazione di abitualità da parte del giudice di merito, sulla base del principio che è carente di interesse a impugnare una decisione, pur in ipotesi erronea o carente, la parte in grado di porre comunque rimedio agli effetti della pronuncia. (Nella specie, la Corte ha così dichiarato inammissibile il ricorso del procuratore generale che si doleva dell'omessa dichiarazione di abitualità da parte del giudice di merito).

Cassazione penale sez. II  07 ottobre 2011 n. 48314  

 

La dichiarazione di delinquente abituale non può essere pronunciata con la sentenza che applica la pena su richiesta delle parti, in quanto tale dichiarazione richiede una valutazione discrezionale sulla stessa indole dei reati e, inoltre, può comportare, da parte del magistrato di sorveglianza, l'applicazione di una misura di sicurezza, cui osta la pronuncia ex art. 445 c.p.p.

Cassazione penale sez. V  01 aprile 2008 n. 19623  

 

Ai fini della preclusione di cui all'art. 444, comma 1 bis, c.p.p. (sono esclusi dall'applicazione della pena su richiesta i procedimenti contro coloro "che siano stati dichiarati delinquenti abituali, professionali e per tendenza, o recidivi ai sensi dell'art. 99, comma 4, c.p.") occorre distinguere, la condizione dei delinquenti abituali, professionali e per tendenza da quella dei recidivi soltanto per i primi è prevista la sussistenza della relativa dichiarazione al momento della richiesta di applicazione della pena, non anche per i recidivi, cosicché, per il sorgere della detta preclusione, non è necessario che il sospetto sia stato dichiarato recidivo, ma è sufficiente che si trovi nelle condizioni per esserlo, anche con la sentenza nel procedimento in cui è proposto il patteggiamento. Del resto, come emerge, dalla lettura degli art. 102, 103, 104, 105 e 108 c.p., in tema di abitualità, professionalità e tendenza a delinquere, e 99 c.p., in tema di recidiva, solo nelle prime ipotesi è prevista la "dichiarazione" del giudice, mentre in caso di recidiva si fa luogo direttamente all'aumento di pena per chi si trovi nelle condizioni richieste dalla norma. Né, in senso contrario, potrebbe rilevare la circostanza che, per effetto del bilanciamento delle circostanze, la recidiva, pur ritualmente contestata, ceda di fronte a un'attenuante, perché, nel caso di specie, la recidiva non è circostanza aggravante ad applicazione facoltativa che la volontà delle parti possa liberamente escludere, bensì condizione ostativa, posta dalla legge, all'ammissibilità del rito speciale.

Cassazione penale sez. II  27 ottobre 2006 n. 44604  

 

Con riferimento alla dichiarazione di abitualità nel reato, l'applicazione dell'art. 103 c.p., in sostituzione del contestato art. 102 stesso codice, determina mancanza di correlazione tra la contestazione e la pronuncia, che impone l'annullamento della dichiarazione di abitualità con conseguente eliminazione della misura di sicurezza. (Fattispecie in cui la Corte, pur ribadendo il principio, ha tuttavia, rigettato il ricorso sul rilievo che dallo svolgimento del procedimento poteva desumersi come il diritto di difesa del prevenuto - alla cui tutela l'art. 521 è diretto - fosse stato comunque garantito avendo il difensore di fiducia espressamente concluso sia con riferimento all'ipotesi di cui all'art. 102 c.p., sia con riferimento all'ipotesi di cui all'art. 103 c.p.).

Cassazione penale sez. I  21 febbraio 2006 n. 13016  

 

Ai fini della adozione di misure di sicurezza detentive, qual è l'assegnazione temporanea ad una casa di lavoro, può dichiararsi l'abitualità nel delitto ex art. 102 c.p. laddove risulti che il destinatario della misura, già condannato per tre delitti non colposi della stessa indole a pena detentiva non inferiore ad anni cinque, nei dieci anni successivi, non contestualmente, riporti un'altra condanna per delitto non colposo della stessa indole, dovendosi intendere la non contestualità come riferita alla commissione di più delitti, ma non anche alla pluralità di condanne.

Sezione Sorveglianza L'Aquila  21 luglio 2005



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