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Art. 111 codice penale: Determinazione al reato di persona non imputabile o non punibile

Chi ha determinato a commettere un reato una persona non imputabile, ovvero non punibile a cagione di una conduzione o qualità personale, risponde del reato da questa commesso, e la pena è aumentata. Se si tratta di delitti per i quali è previsto l’arresto in flagranza, la pena è aumentata da un terzo alla metà (1) .

Se chi ha determinato altri a commettere il reato ne è il genitore esercente la potestà, la pena è aumentata fino alla metà o, se si tratta di delitti per i quali è previsto l’arresto in flagranza, da un terzo a due terzi (2).

(1) L’originario unico comma è stato così modificato dall’art. 11, D.L. 13 maggio 1991, n. 152.

(2) Comma aggiunto dall’art. 7, D.L. 31 dicembre 1991, n. 419.


Giurisprudenza annotata

Concorso di persone

Per l'applicabilità della circostanza aggravante di cui all'art. 111 c.p. non è sufficiente una semplice richiesta o sollecitazione verso colui che poi consumerà il reato, ma occorre un'azione sulla volontà di detto soggetto di tale intensità da far insorgere nel predetto un'intenzione criminosa prima inesistente.

Cassazione penale sez. VI  13 gennaio 2012 n. 21913  

 

È punibile, ai sensi del comma primo dell'art. 111 cod. pen., chi ha determinato alla commissione del delitto una persona che, per essere stata richiesta di fornire informazioni ai fini delle indagini o assunta come teste, si trovi nella condizione prevista dall'art. 384, comma secondo, cod. pen. Annulla con rinvio, App. Brescia, 27/02/2009

Cassazione penale sez. VI  13 gennaio 2012 n. 21913  

 

In tema di concorso di persone nel reato, non sussiste alcun elemento normativo che impedisca di prendere in considerazione la situazione di chi ha determinato alla commissione del delitto una persona che, per essere stata richiesta di fornire informazioni ai fini delle indagini, o assunta come teste, si trovi nella condizione di cui all'art. 384, comma 2, c.p., atteso che anche tale condizione non può che qualificarsi come "personale", e dunque rientra nell'ipotesi prevista dall'art. 111, comma 1, del medesimo codice.

Cassazione penale sez. VI  13 gennaio 2012 n. 21913  

 

Sono manifestamente inammissibili le q.l.c. dell'art. 69, comma 4, c.p., come sostituito dall'art. 3 l. 5 dicembre 2005 n. 251 in materia di attenuanti generiche, di recidiva, di giudizio di comparazione delle circostanze di reato per i recidivi, di usura e di prescrizione, sollevate, in riferimento agli art. 3, 25, comma 2, 27, commi 1 e 2, 101, comma 2, e 111, commi 1 e 6, cost, atteso che, in assenza di indirizzi consolidati, la mancata verifica preliminare, da parte dei giudici rimettenti, della praticabilità di una soluzione interpretativa diversa da quella posta a base dei dubbi di costituzionalità ipotizzati, e tale da determinare il possibile superamento di detti dubbi, comporta l'inammissibilità delle questioni sollevate sull'art. 69, comma 4, c.p., nella parte in cui, nel disciplinare il concorso di circostanze eterogenee, stabilisce il divieto di prevalenza delle circostanze attenuanti sulla recidiva reiterata.

Corte Costituzionale  30 novembre 2007 n. 409  

 

Non è punibile, ai sensi dell'art. 384 c.p., il c.d. autofavoreggiamento attraverso autore mediato, cioè l'autofavoreggiamento commesso attraverso la condotta di terzi indotti (nella specie, all'imputato era stato contestato il delitto di favoreggiamento in forza della norma estensiva di cui all'art. 111 c.p., avendo egli determinato a commettere il medesimo reato la moglie e la cognata, direttamente non punibili ex art. 384 c.p. per aver agito nella necessità di salvare il marito e cognato da un grave nocumento nella libertà e nell'onore).

Cassazione penale sez. III  26 marzo 2003 n. 23916  

 

Non è punibile ai sensi dell'art. 111 c.p., colui il quale induca a dichiarare il falso una persona non punibile, ex art. 384 c.p., quando lo stesso istigatore avrebbe potuto avvalersi della medesima esimente.

Cassazione penale sez. III  26 marzo 2003 n. 23916  

 

La norma di cui all'art. 2048 c.c. configura un'ipotesi di responsabilità diretta dei genitori per il fatto illecito commesso dai figli minori (e non già indiretta, od oggettiva, per fatto altrui), poiché, ai fini della sua concreta applicazione, non è sufficiente la semplice commissione del detto illecito, ma altresì necessaria una condotta (commissiva o, di regola, soltanto omissiva), direttamente ascrivibile ai medesimi, che si caratterizzi per la violazione dei precetti di cui all'art. 147 c.c., e rispetto alla quale, in seno alla struttura dualistica dell'illecito, lo stesso fatto del minore, nella sua globalità rappresenta il correlato evento giuridicamente rilevante. Di tale responsabilità, configurabile soltanto a titolo di colpa (poiché, in caso di condotta dolosa, le conseguenze, penali e civili, risulterebbero diversamente disciplinate, ex art. 111 e 185 c.p.), può legittimamente predicarsi la sussistenza, diversamente da quanto previsto, in via generale, dall'art. 2043, solo in presenza di una forma di colpa c.d. specifica, non essendo, all'uopo, sufficiente una colpa soltanto generica, attesa anche la previsione di una "praesumtio iuris tantum" della sua esistenza, così che il genitore potrà dirsi liberato soltanto attraverso la positiva dimostrazione di una rigorosa osservanza dei precetti di cui al menzionato art. 147 c.c.

Cassazione civile sez. III  09 ottobre 1997 n. 9815  

 

Al giudizio amministrativo si applica l'art. 111 c.p.c.; pertanto, è ammissibile l'appello dell'acquirente di un esercizio di vendita avverso la sentenza di annullamento dell'autorizzazione commerciale allo stesso trasferita.

Consiglio di Stato sez. V  20 giugno 1994 n. 701  

 

In tema di imputabilità di persone concorrenti nel reato, accertata la piena capacità di intendere e di agire di ciascun singolo imputato, non è corretto dedurre la seminfermità di mente dall'intreccio delle interazioni e dalle influenze reciproche che si verificano in occasione di una azione collettiva. Dal principio che la responsabilità penale è personale (art. 27 cost.) si desume, in negativo, la impossibilità per il singolo di escludere la responsabilità di un evento conseguente alla sua azione con riferimento a motivi inerenti all'elemento psicologico e alla imputabilità che non siano a lui personalmente ascrivibili. L'art. 86 c.p., che prevede la responsabilità esclusiva di colui che mette altri nello stato di incapacità di intendere e di volere, al fine di fargli commettere un reato, in luogo delle responsabilità di colui che in concreto agisce, passa pur sempre attraverso la non imputabilità (art. 111 c.p.) del soggetto agente, che opera come mero strumento dell'altro con atti materiali privi di qualsiasi nesso psicologico con l'evento a causa della sua incapacità psichica determinata del terzo. I rapporti tra coagenti nell'azione criminale e le conseguenze di tali relazioni sono disciplinati dal capo III del tit. IV c.p., in tema di concorso di persona nel reato (art. 112, 114 e 115). L'influenza sul singolo dei comportamenti di terzi è considerata dall'art. 62 n. 2 (provocazione) e n. 3 (suggestione di una folla in tumulto). Al di là delle attenuanti previste dal legislatore per tali ipotesi, quali correttivi alla netta chiusura rispetto alla rilevanza degli stati emotivi e passionali operata dall'art. 90 c.p., non è consentito desumere dalle suggestioni di terzi elementi da cui trarre conseguenze in ordine alla imputabilità di un soggetto non ritenuto infermo o seminfermo di mente. In tema di omicidio, non sussiste il linea di principio incompatibilità tra aggravante della premeditazione e accertamento del vizio parziale di mente, in quanto la prima opera sul piano del dolo ed il secondo su quello della imputabilità, L'incompatibilità può essere in concreto rilevata in quei casi in cui il proposito criminoso coincide con una idea fissa ossessiva, facente parte del quadro sintomatologico di quella determinata infermità.

Cassazione penale sez. I  25 gennaio 1994

 

Il credito del professionista per rivalsa dell'IVA non rappresenta un accessorio di quello per le corrispondenti prestazioni professionali ed ha, rispetto a questo, una diversa collocazione, ai fini dell'ammissione al passivo fallimentare, in forza delle norme sulla graduazione dei privilegi, con la conseguenza che, nel piano di riparto dell'attivo, non deve necessariamente esserne previsto il pagamento contestualmente a quello del credito professionale (in forza di tale principio, la S.C. ha confermato la decisione di merito nella parte in cui aveva negato la contestuale "prededucibilità", a norma dell'art. 111, n. 1, legge fall., del credito per rivalsa IVA relativo a prestazioni espletate dal professionista prima della dichiarazione di fallimento e da saldare in sede di riparto fallimentare, non ritenendo rilevante che le stesse, in base alla disciplina tributaria di cui all'art. 6 del d.P.R. n. 633 del 1972, si considerano effettuate all'atto del pagamento del corrispettivo).

Cassazione civile sez. I  06 agosto 1993 n. 8556  



 
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