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Art. 135 codice penale: Ragguaglio fra pene pecuniarie e pene detentive

Quando, per qualsiasi effetto giuridico, si deve eseguire un ragguaglio fra pene pecuniarie e pene detentive, il computo ha luogo calcolando venticinquemila lire, o frazione di venticinquemila lire, di pena pecuniaria per un giorno di pena detentiva.

Articolo così sostituito dalla L. 24 novembre 1981, n. 689.


Giurisprudenza annotata

Ragguaglio tra pene

È inammissibile la q.l.c., in riferimento agli art. 3 e 27 cost., della disposizione combinata degli art. 135 c.p. (come modificato dall'art. 3, comma 62, l. n. 94 del 2009) e 53, comma 2, l. 24 novembre 1981 n. 689, nella parte in cui prevede che, ai fini della sostituzione delle pene detentive brevi con la pena pecuniaria, il valore giornaliero della pena detentiva non possa essere inferiore ad euro 250, anziché ad euro 97. Il rimettente, nel chiedere di sostituire il censurato coefficiente di ragguaglio fra pene detentive e pene pecuniarie con quello di 97 euro, individuato applicando al precedente coefficiente (di 38 euro) un aumento percentuale pari a quello massimo che avrebbe dovuto essere apportato, in termini reali, alle pene pecuniarie in forza dei criteri di delega di cui all'art. 3, comma 65, l. n. 94 del 2009, rimasta inattuata, invoca un intervento sostitutivo che comporta scelte di politica criminale riservate al legislatore, in assenza di una soluzione costituzionalmente obbligata, atteso che la scelta di modificare il rapporto tra pena detentiva e pena pecuniaria oltre i limiti necessari a compensare la svalutazione monetaria (che è alla base dei criteri di delega innanzi indicati) rientra nell'ambito della discrezionalità legislativa (sent. n. 36, 134 del 2012).

Corte Costituzionale  18 luglio 2014 n. 214  

 

In relazione alla q.l.c., in riferimento agli art. 3 e 27 cost., della disposizione combinata degli art. 135 c.p. (come modificato dall'art. 3, comma 62, l. n. 94 del 2009) e 53, comma 2, l. 24 novembre 1981 n. 689, nella parte in cui prevede che, ai fini della sostituzione delle pene detentive brevi con la pena pecuniaria, il valore giornaliero della pena detentiva non possa essere inferiore ad euro 250, anziché ad euro 97, è infondata l'eccezione di inammissibilità per erroneità del presupposto interpretativo su cui è sollevata la questione. La formula contenuta nell'art. “o frazione di euro 250” deve intendersi riferita alla sola ipotesi della conversione della pena pecuniaria in pena detentiva, e non anche a quella inversa, giacché solo nel primo caso emerge l'esigenza di tener conto di eventuali "resti" (ciò, stante la possibilità che l'ammontare della pena pecuniaria da convertire non corrisponda al coefficiente di ragguaglio o ad un suo multiplo), mentre l'art. 53, comma 2, l. n. 689 del 1981 è univoco nello stabilire che la somma indicata nell'art. 135 c.p. rappresenti il valore giornaliero minimo della pena da sostituire.

Corte Costituzionale  18 luglio 2014 n. 214  

 

È inammissibile la q.l.c., sollevata in riferimento all'art. 3 cost. (sotto il triplice profilo della disparità di trattamento, della violazione del principio di ragionevolezza e della contraddittorietà rispetto al contesto normativo di riferimento), del combinato disposto dell'art. 135 c.p., come modificato dall'art. 3, comma 62, l. 15 luglio 2009 n. 94, e dell'art. 53, comma 2, l. 24 novembre 1981 n. 689, nella parte in cui prevede che, ai fini della sostituzione delle pene detentive brevi con la pena pecuniaria, il valore giornaliero della pena detentiva non possa essere inferiore ad euro 250, anziché ad euro 97.

Corte Costituzionale  18 luglio 2014 n. 214  

 

Il giudice dell'esecuzione nel determinare la pena finale per il reato continuato incontra il limite, stabilito dall'art. 671 c.p.p., del divieto di superamento della somma delle sanzioni inflitte con ciascun titolo giudiziale, ma entro tale margine, una volta individuata, secondo il disposto dell'art. 187 disp. att. c.p.p., la violazione più grave, è libero di stabilire la pena congrua per ciascun altro episodio criminoso, anche facendo ricorso ai criteri di ragguaglio di cui all'art. 135 c.p., senza essere tenuto a rispettarne misura e nemmeno specie già indicate nelle sentenze. (In applicazione del principio, la Corte ha considerato corretto l'operato del giudice dell'esecuzione che, riconoscendo la continuazione tra un reato punito con la reclusione ed altro meno grave per il quale era stata applicata la pena pecuniaria in sostituzione di quella detentiva, ha determinato l'aumento con la reclusione). Rigetta, Gip Trib. Trieste, 27/07/2012

Cassazione penale sez. I  30 maggio 2013 n. 25426  

 

Non viola il divieto di "reformatio in peius" la sentenza del giudice d'appello quando riduce la pena detentiva inflitta in primo grado ed aumenta quella pecuniaria se, operato il ragguaglio di quest'ultima ai sensi dell'art. 135 c.p., l'entità finale della pena non risulti superiore a quella complessivamente irrogata dal giudice di primo grado.

Cassazione penale sez. VI  05 marzo 2013 n. 27723  

 

In tema di reato di cui all'art. 186 commi 7 e 2 sexies c.strad., all'imputato che in sede di patteggiamento abbia chiesto la conversione della pena detentiva in pena pecuniaria, il giudice può accordare, in ragione delle precarie condizioni economiche del reo, una somma giornaliera pari ad una frazione di quella prevista dall'art. 135 c.p.

Tribunale Monza  11 settembre 2012 n. 1714  

 

Nel sollevare la q.l.c. dell'art. 3, comma 62, l. 15 luglio 2009 n. 94, nella parte in cui, nell'aumentare da euro 38 a euro 250 il coefficiente di ragguaglio fra le pene pecuniarie e le pene detentive stabilito dall'art. 135 c.p., ha omesso di operare una omologa variazione in aumento del tasso sulla cui base, ai sensi dell'art. 102, comma 3, l. 24 novembre 1981 n. 689, deve aver luogo la conversione in libertà controllata delle pene pecuniarie non eseguite per insolvibilità del condannato, il rimettente, pur censurando formalmente la norma novellatrice dell'art. 135 c.p., sollecita in realtà una pronuncia di «riallineamento» dell'art. 102, comma 3, l. n. 689 del 1981, la quale ripristini la pregressa coincidenza dei coefficienti di ragguaglio previsti dalle due norme poste a raffronto (sent. n. 440 del 1994).

Corte Costituzionale  12 gennaio 2012 n. 1  

 

La Corte Costituzionale dichiara l’illegittimità costituzionale, sopravvenuta dall’8 agosto 2009, dell’art. 102, terzo comma, della legge 24 novembre 1981, n. 689, nella parte in cui stabilisce che, agli effetti della conversione delle pene pecuniarie non eseguite per insolvibilità del condannato, il ragguaglio ha luogo calcolando euro 38, o frazione di euro 38, anziché euro 250, o frazione di euro 250, di pena pecuniaria per un giorno di libertà controllata. L’art. 3, comma 62, della legge n. 94 del 2009, ha modificato l’art. 135 del codice penale, stabilendo che, quando si deve eseguire un ragguaglio fra pene pecuniarie e pene detentive, il computo ha luogo calcolando euro 250, o frazione di euro 250, di pena pecuniaria – anziché euro 38, o frazione di euro 38, come previsto in precedenza – per un giorno di pena detentiva. La novella legislativa ha lasciato, tuttavia, immutato l’art. 102, terzo comma, della legge n. 689 del 1981, che, ai fini della conversione in libertà controllata della pena pecuniaria non eseguita per insolvibilità del condannato, continua quindi a prevedere che il ragguaglio debba essere effettuato calcolando euro 38, o frazione di euro 38, per un giorno di libertà controllata. La Corte ritiene valide le considerazioni già sostenute con la sentenza n. 440 del 1994, con cui aveva dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 102, terzo comma, della legge n. 689 del 1981, nella parte in cui fissava in lire 25.000 – anziché in lire 75.000 – il tasso di ragguaglio per la conversione in libertà controllata delle pene pecuniarie non eseguite per insolvibilità del condannato. L’art. 3, comma 62, della legge n. 94 del 2009, modificando di nuovo in aumento il solo importo stabilito dall’art. 135 cod. pen., avrebbe, quindi, ricreato la medesima situazione già censurata dalla citata sentenza n. 440 del 1994. Oggi come allora, lo squilibrio indotto dalla riforma impedisce di pervenire a una ragionevole ricostruzione del sistema, determinando uno svuotamento delle finalità che l’istituto della conversione è diretto tipicamente a soddisfare, con conseguente violazione del principio di eguaglianza.

Corte Costituzionale  12 gennaio 2012 n. 1  

 



 
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