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Codice penale aggiornato  al  13 Feb 2015
 
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Art. 145 codice penale: Remunerazione ai condannati per il lavoro prestato

Negli stabilimenti penitenziari, ai condannati è corrisposta una remunerazione per il lavoro prestato.

Sulla remunerazione, salvo che l’adempimento delle obbligazioni sia altrimenti eseguito, sono prelevate nel seguente ordine: 1) le somme dovute a titolo di risarcimento del danno; 2) le spese che lo Stato sostiene per il mantenimento del condannato; 3) le somme dovute a titolo di rimborso delle spese del procedimento.

In ogni caso, deve essere riservata a favore del condannato una quota pari a un terzo della remunerazione, a titolo di peculio. Tale quota non è soggetta a pignoramento o a sequestro.


Giurisprudenza annotata

Remunerazione dei condannati per il lavoro prestato

Il regolamento di esecuzione di una legge può essere considerato quale atto amministrativo illegittimo, e quindi può essere disapplicato dal giudice ordinario, quando contenga norme che superino la necessità di dare attuazione alla legge o addirittura le siano contrarie, ma non quando contenga norme che completino o integrino la legge. È, pertanto, legittima - in quanto emessa praeter legem e non in contrasto con la ratio di risocializzazione del condannato od internato perseguita dall'istituto della semilibertà ex art. 48 l. 26 luglio 1975 n. 354 (norme sull'ordinamento penitenziario e sull'esecuzione delle misure privative e limitative della libertà) - la disposizione dell'art. 51 del regolamento di esecuzione di detta legge approvato con d.P.R. 29 aprile 1976 n. 431, la quale, in coerenza con il divieto di possesso di moneta all'interno dell'istituto, obbliga il datore di lavoro dei condannati ed internati in regime di semilibertà a versare la retribuzione alla direzione dell'istituto penitenziario, restando altresì escluso che la stessa disposizione regolamentare possa ritenersi viziata da eccesso di potere in quanto riferisce l'obbligo suddetto solo all'ipotesi del lavoro subordinato e non anche a quella del lavoro autonomo.

Cassazione civile sez. lav.  03 febbraio 1989 n. 685  

 

Con l'art. 56 dell'ordinamento penitenziario, il legislatore non ha inteso paralizzare, durante il corso della detenzione o dell'internamento, la pretesa creditoria dello Stato e la conseguente azione esecutiva per le spese del procedimento e di mantenimento su una quota della retribuzione dovuta al condannato per il lavoro prestato (art. 145 c.p. non abrogato dall'art. 89 l. 26 luglio 1975 n. 354), ma si è soltanto prefisso la finalità di evitare che il detenuto o l'internato il quale non sia stato in grado di rimborsare le spese sia perseguito civilmente per il debito di giustizia proprio nel momento in cui deve attuarsi il suo reinserimento nella società

Cassazione penale sez. I  20 novembre 1979

 

 



 
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