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Art. 146 codice penale: Rinvio obbligatorio della esecuzione della pena

L’esecuzione di una pena, che non sia pecuniaria, è differita: 1) se deve aver luogo contro donna incinta; 2) se deve aver luogo contro donna che ha partorito da meno di sei mesi; 3) se deve aver luogo nei confronti di persona affetta da infezione da HIV nei casi di incompatibilità con lo stato di detenzione ai sensi dell’art.

286 bis, comma 1, del codice di procedura penale (1) .

Nel caso preveduto dal n. 2 il provvedimento è revocato, qualora il figlio muoia o sia affidato a persona diversa dalla madre, e il parto sia avvenuto da oltre due mesi.

(1) Numero aggiunto dall’art. 2, D.L. 14 maggio 1993, n. 139.

Successivamente, la Corte costituzionale, con sentenza 18 ottobre 1995, n.

438, ha dichiarato l’illegittimità costituzionale del presente numero nella parte in cui prevede che il differimento ha luogo anche quando l’espiazione della pena possa avvenire senza pregiudizio della salute del soggetto e di quella degli altri detenuti.


Giurisprudenza annotata

Rinvio obbligatorio dell'esecuzione

Al Tribunale di Sorveglianza è riconosciuto un potere discrezionale di concessione della misura penitenziaria della detenzione domiciliare in luogo della sospensione della esecuzione della pena, senza indicazione dei criteri di valutazione applicando i quali il Tribunale dovrà decidere il caso concreto, ma con l'unico vincolo del bilanciamento del diritto alla salute del condannato con le esigenze di tutela della collettività (fattispecie relativa all'applicazione della detenzione domiciliare in sostituzione della sospensione della pena nei confronti di una donna in stato di gravidanza).

Cassazione penale sez. I  22 ottobre 2014 n. 48314  

 

Una volta richiesti dal condannato il differimento dell'esecuzione della pena o la detenzione domiciliare per motivi di salute, la ritenuta insussistenza delle condizioni per la concessione del rinvio dell'esecuzione non obbliga il giudice a motivare anche sul diniego della misura richiesta in via subordinata, stante l'identità dei presupposti che legittimano l'applicazione dell'una o dell'altra misura. (Dichiara inammissibile, Trib.sorv. Torino, 01/04/2014 )

Cassazione penale sez. fer.  28 agosto 2014 n. 38036

 

In tema di detenzione domiciliare, ai fini della concessione del rinvio dell'esecuzione della pena detentiva per grave infermità fisica, il giudice deve valutare se le condizioni di salute del condannato siano, o non, compatibili con le finalità rieducative della pena stessa, e con le possibilità concrete di reinserimento sociale conseguenti alla rieducazione. Dovrà, quindi, disporre il differimento dell'esecuzione qualora, tenuto conto dell'infermità e di un'eventuale prognosi infausta "quoad vitam" a breve scadenza, l'espiazione appaia contraria al senso di umanità per le eccessive sofferenze da essa derivanti o priva di significato rieducativo. Altrimenti, ove le condizioni di salute, pur particolarmente gravi, non presentino tali caratteristiche di sofferenza o di prognosi infausta, ma richiedano comunque i contatti con i presidi sanitari, ammetterà il condannato alla detenzione domiciliare ai sensi di detta disposizione.

Cassazione penale sez. I  09 luglio 2014 n. 4284  

 

Il rinvio obbligatorio o facoltativo dell'esecuzione della pena per motivi di salute ex artt. 146 e 147 c.p. può essere concesso solo ove si abbia riguardo a patologie così gravi da comportare prognosi infausta, e cioè rischio serio, e prossimo quoad vitam, ovvero si rendano necessari trattamenti terapeutici non praticabili in ambito carcerario (escluso, nella specie, il rinvio della pena, atteso che il quadro clinico del ricorrente non era tale da rappresentare profili di particolare gravità ed in ogni caso risultava monitorabile in ambito carcerario: la patologia rilevante era costituita da un disturbo da adattamento al carcere con spunti depressivi ed ansiosi tale da scatenare un forte calo del tono dell'umore, che poteva essere affrontata con l'ausilio ed il supporto di personale e che, con apposita terapia, aveva mostrato un sensibile regresso).

Cassazione penale sez. I  12 aprile 2013 n. 27661  

 

In tema di differimento dell'esecuzione di pena, la disciplina dettata dall'art. 146 c.p. diretta a tutelare il rapporto del figlio con la madre si giustifica solo con riferimento alla situazione concreta ed effettiva in cui la madre e il figlio si trovano, cosicché la veste giuridica eventualmente assunta da tale situazione fattuale è irrilevante.

Cassazione penale sez. I  10 aprile 2013 n. 21367  

 

Il rinvio obbligatorio dell'esecuzione della pena, nei confronti del condannato affetto da sindrome da immunodeficienza acquisita (AIDS) conclamata o da grave deficienza immunitaria, presuppone che la malattia sia giunta ad una fase così avanzata da escludere la rispondenza del soggetto ai trattamenti disponibili o alle terapie curative, e non richiede alcuna valutazione circa la compatibilità o meno della patologia con lo stato di detenzione né viene mai in considerazione la pericolosità sociale del detenuto come requisito negativo per l'applicazione della disciplina di favore.

Cassazione penale sez. I  17 giugno 2011 n. 29198  

 

Il tribunale di sorveglianza, allorquando è chiamato a decidere se differire tout court l'esecuzione della pena ai sensi dell'art. 146, I comma n. 3 c.p. oppure concedere la detenzione domiciliare ex art. 47 ter, comma 1 ter ord. penit., esercita un potere discrezionale ampio che -in assenza di parametri legislativi predeterminati- deve mettere a fuoco le caratteristiche personologiche del reo, le condizioni di vita personale e familiare, l'età, le patologie eventualmente riscontrate, l'affidabilità, la gravità dei reati commessi e l'entità della pena da espiare. La detenzione domiciliare ex art. 47ter, comma 1 ter ord. penit. riflette la natura polifunzionale del regime detentivo: per un verso mira a soddisfare la duplice esigenza di rendere effettiva l'espiazione della pena e di apprestare controlli adeguati nei confronti delle persone condannate che siano socialmente pericolose; per altro verso, assicura che la pena sia eseguita in forme e con modalità compatibili con il senso di umanità ai sensi degli art. 2 e 27, comma 3 cost. Queste finalità sono perseguite, riconoscendo alla persona condannata la possibilità di usufruire di una peculiare misura contenitiva, che è idonea a fronteggiare le spinte criminose e nel contempo le consente di soddisfare le specifiche ed eccezionali esigenze indicate negli art. 146, comma 1 n. 3 c.p., consentendole di vivere dignitosamente in ambito familiare e di soddisfare in modo adeguato le sue esigenze.

Sezione Sorveglianza Bari  19 luglio 2010

 

È infondata la q.l.c. dell'art. 146 comma 1 n. 3 c.p., sollevata, in riferimento agli art. 2, 3, e 27 commi 1 e 3 cost., nella parte in cui prevede il differimento obbligatorio della esecuzione della pena allorché questa debba avere luogo nei riguardi di persona affetta da AIDS conclamata o da altra malattia particolarmente grave per effetto della quale le sue condizioni di salute risultano incompatibili con lo stato di detenzione (la Corte ha osservato che la norma non introduce una previsione assoluta di incompatibilità con il carcere per i malati che essa prende in considerazione, tanto che, per il differimento, occorre la condizione, che la malattia non solo sia gravemente debilitante ma anche che sia giunta alla fase terminale: così facendo, e privilegiando esigenze di natura umanitaria, garantirne un corretto equilibrio tra diritto alla salute del condannato e le esigenze di sicurezza, effettività e certezza dell'espiazione della pena).

Corte Costituzionale  23 ottobre 2009 n. 264  

 

Non è fondata, in riferimento agli art. 2, 3, 27, commi 1 e 3, cost., la q.l.c. dell'art. 146, comma 1 n. 3), c.p., il quale prevede il differimento obbligatorio dell'esecuzione della pena nei confronti di persona affetta da AIDS conclamata o da altra malattia particolarmente grave per effetto della quale le condizioni di salute risultano incompatibili con lo stato di detenzione. La norma non introduce una presunzione assoluta di incompatibilità con il carcere per i malati di AIDS o per quanti presentino uno stato di grave deficienza immunitaria, ma affida al giudice il compito di verificare in concreto se, ai fini dell'esecuzione della pena, le effettive condizioni di salute del condannato, per lo stadio estremo al quale è oramai pervenuta la malattia, siano o meno compatibili con lo stato detentivo, in tal modo garantendo un corretto equilibrio tra il diritto alla salute del condannato e le esigenze, reclamate dalla comunità sociale, di sicurezza, di effettività e di certezza dell'espiazione della pena e di sottoposizione dei soggetti pericolosi ai necessari controlli (sentt. n. 70 del 1994, 438 del 1995; ord. n. 145 del 2009).

Corte Costituzionale  23 ottobre 2009 n. 264  

 

È manifestamente infondata la q.l.c. dell'art. 146, comma 1, n. 1) e 2), c.p., censurato, in riferimento agli art. 3, 27, comma 3, e 30 cost., nella parte in cui, stabilendo il rinvio obbligatorio della pena detentiva nei confronti di donna incinta o madre di prole di età inferiore ad un anno, non prevede che il giudice possa negare il differimento dell'esecuzione se lo ritenga non adeguato alle finalità di prevenzione generale e la detenzione domiciliare non sia idonea a prevenire il rischio di recidiva. Identica questione è già stata dichiarata manifestamente infondata e non vengono proposte censure nuove e diverse da quelle già esaminate (ord. n. 145 del 2009).

Corte Costituzionale  19 ottobre 2009 n. 260  

 

È manifestamente infondata la q.l.c. dell'art. 146, comma 1, numeri 1) e 2), c.p., censurato, in riferimento agli art. 3, 27, comma 3, e 30 cost., nella parte in cui, stabilendo il rinvio obbligatorio della pena detentiva nei confronti di donna incinta o madre di prole di età inferiore ad un anno, non prevede che il giudice possa negare il differimento dell'esecuzione se lo ritenga non adeguato alle finalità di prevenzione generale e la detenzione domiciliare non sia idonea a prevenire il rischio di recidiva. Come la Corte ha già precisato con l'ordinanza n. 145 del 2009, non irragionevolmente il legislatore ha ritenuto, con riguardo al periodo della gravidanza e al primo anno del bambino, che la protezione del rapporto madre-figlio in un ambiente idoneo debba prevalere sull'interesse dello Stato all'esecuzione immediata della pena. Inoltre, il rinvio del momento esecutivo non esclude la funzione di intimidazione e dissuasione della pena, posto che non ci si trova di fronte ad una rinuncia sine die della esecuzione. Né costituisce idoneo "tertium comparationis" la disciplina dettata dall'art. 275, comma 4, c.p.p. relativo alle misure cautelari, né è pertinente il richiamo all'art. 19 d.lg. 25 luglio 1998 n. 286 in tema di espulsione. Infine, il pericolo che la maternità venga utilizzata come scudo per ottenere il rinvio è adeguatamente bilanciato dal fatto che il comma 2 dell'art. 146 c.p. prevede, tra le condizioni ostative alla concessione del differimento, la dichiarazione di decadenza della madre dalla potestà sul figlio e l'abbandono o l'affidamento del figlio ad altri. In senso analogo, vedi, citata, ordinanza n. 145/2009

Corte Costituzionale  19 ottobre 2009 n. 260  



 
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