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Art. 157 codice penale: Prescrizione. Tempo necessario a prescrivere

La prescrizione estingue il reato: 1) in venti anni, se si tratta di delitto per cui la legge stabilisce la pena della reclusione non inferiore a ventiquattro anni; 2) in quindici anni, se si tratta di delitto per cui la legge stabilisce la pena della reclusione non inferiore a dieci anni; 3) in dieci anni, se si tratta di delitto per cui la legge stabilisce la pena della reclusione non inferiore a cinque anni; 4) in cinque anni, se si tratta di delitto per cui la legge stabilisce la pena della reclusione inferiore a cinque anni, o la pena della multa; 5) in tre anni, se si tratta di contravvenzione per cui la legge stabilisce la pena dell’arresto; 6) in due anni, se si tratta di contravvenzione per cui la legge stabilisce la pena dell’ammenda (1) .

Per determinare il tempo necessario a prescrivere si ha riguardo al massimo della pena stabilita dalla legge per il reato, consumato o tentato, tenuto conto dell’aumento massimo di pena stabilito per le circostanze aggravanti e della diminuzione minima stabilita per le circostanze attenuanti.

Nel caso di concorso di circostanze aggravanti e di circostanze attenuanti si applicano anche a tale effetto le disposizioni dell’articolo 69.

Quando per il reato la legge stabilisce congiuntamente o alternativamente la pena detentiva e quella pecuniaria, per determinare il tempo necessario a prescrivere si ha riguardo soltanto alla pena detentiva.

N.B.: La Corte costituzioanle, con sentenza 31 maggio 1990, n. 275, ha dichiarato l’illegittimità costituzionale di questo articolo nella parte in cui non prevede che l’imputato possa rinunziare alla prescrizione del reato.

(1) Numero così modificato dalla L. 24 novembre 1981, n. 689.


Giurisprudenza annotata

Prescrizione

Il giudice di legittimità può rilevare d'ufficio la prescrizione del reato maturata prima della pronunzia della sentenza impugnata e non rilevata dal giudice d'appello, pur se non dedotta con il ricorso e nonostante i motivi dello stesso vengano ritenuti inammissibili (riconosciute, nella specie, le colpe dell'installatore, che aveva provocato, a causa delle proprie negligenze, una fuoriuscita consistente di monossido di carbonio nell'appartamento del piano soprastante; tuttavia la Corte ha dichiarato la prescrizione del reato).

Cassazione penale sez. IV  26 novembre 2014 n. 51766  

 

Il rinvio o la sospensione del dibattimento disposti dal giudice in accoglimento della richiesta della parte civile, cui ha aderito l'imputato, di autorizzazione alla citazione del responsabile civile non determina la sospensione del termine di prescrizione, atteso che il differimento dell'udienza è determinato dalla necessità di consentire il concreto esercizio di una facoltà riconducibile al diritto di difesa. (In applicazione di tale principio, la Corte ha ritenuto computabile nel termine di prescrizione il periodo in cui il dibattimento era stato sospeso su richiesta della parte civile, cui aveva aderito anche l'imputato, al fine di consentire la citazione del responsabile civile). (Annulla senza rinvio, Trib. Rieti, s.d. Poggio Mirteto, 28/06/2012 )

Cassazione penale sez. IV  09 ottobre 2014 n. 47287  

 

In tema di successione di leggi penali, ai fini dell'individuazione della normativa sul regime della prescrizione più favorevole al reo, non si può procedere a una combinazione delle norme previgenti con quelle successive introdotte dalla legge n. 251 del 2005, dovendo in ogni caso farsi riferimento anche alle disposizioni in tema di continuazione tra reati e di modalità di computo del termine da cui far decorrere la prescrizione. (Fattispecie in cui è stata ritenuta più favorevole la precedente formulazione dell'art. 158 cod. pen., che prevedeva la decorrenza del termine prescrizionale dalla data di cessazione della continuazione). (Rigetta, App. Torino, 07/10/2013 )

Cassazione penale sez. V  29 ottobre 2014 n. 48743  

 

La prescrizione, ancorché maturata antecedentemente alla sentenza di patteggiamento, non può essere fatta valere in sede di impugnazione, in quanto l'adesione all'accordo tra le parti rappresenta una forma di rinuncia espressa e non più revocabile alla causa estintiva. (Dichiara inammissibile, Gip Trib. Torino, 11/11/2013 )

Cassazione penale sez. IV  30 settembre 2014 n. 51792  

 

La Corte ha, inoltre, dichiarato la sussistenza di una violazione dell'aspetto procedurale dell'art. 3 della Cedu, rilevando, in primo luogo, che l'eccessiva lunghezza del procedimento penale ha portato a una decisione di non doversi procedere per prescrizione nei confronti di sette imputati, il che non si concilia con l'obbligo delle autorità di condurre l'inchiesta con celerità; in secondo luogo, che gli altri imputati sono stati condannati, in sede di giudizio abbreviato, a pene inadeguate rispetto alla gravità dei fatti loro ascritti nella qualità di funzionari dello Stato, e che gli stessi non sono stati rimossi dalle loro funzioni a seguito della condanna; pertanto le varie misure adottate dalle autorità nazionali non hanno soddisfatto pienamente all'esigenza di un'inchiesta approfondita ed effettiva. I suesposti principi sono stati affermati dalla Corte con riferimento al ricorso presentato da Valentino Saba, il quale aveva sporto una denuncia nei confronti di alcuni agenti penitenziari per atti di violenza avvenuti il 3 aprile 2000 all'interno del carcere di Sassari, dove egli era detenuto. All'esito delle indagini preliminari la procura aveva chiesto il rinvio a giudizio di numerosi imputati per i reati di violenza privata (art. 610 c.p.), lesioni personali (art. 582 e 583 c.p.) e abuso d'ufficio (art. 323 c.p.). Il giudice per l'udienza preliminare aveva emesso una sentenza di non luogo a procedere per insussistenza del fatto nei confronti di 20 imputati, aveva disposto il rinvio a giudizio di nove agenti penitenziari dinanzi al Tribunale di Sassari, ed aveva pronunciato una sentenza sul merito delle accuse nei confronti dei restanti 61 imputati, i quali avevano scelto di essere giudicati con il rito abbreviato. Nel giudizio dibattimentale, gli agenti penitenziari erano accusati, in particolare, dei reati di cui agli art. 610 e 323 c.p., per avere obbligato il ricorrente a spogliarsi, a rimanere davanti alla sua cella con la testa contro il muro, a passare a testa bassa tra due file di agenti, e a subire perquisizioni ingiustificate, accompagnate da insulti e minacce. Con sentenza emessa il 29 settembre 2009, passata in giudicato, il Tribunale di Sassari assolse due imputati e dichiarò non doversi procedere per prescrizione nei confronti di altri sette in ordine al delitto di cui all'art. 608 c.p. (abuso di autorità contro arrestati o detenuti), nel quale furono sussunti i fatti loro ascritti, essendo maturato il relativo termine in data 3 ottobre 2007. Nella motivazione della suddetta pronuncia, il tribunale osservò che si erano verificati episodi di «violenza inumana» nel carcere di Sassari; nel corso di una perquisizione generale e di un'operazione di trasferimento di alcuni detenuti, accompagnate dalla presentazione del nuovo comandante, i detenuti erano stati spostati dai luoghi in cui si trovavano e sottoposti ad atti di violenza gratuita. Alcuni detenuti erano stati costretti a spogliarsi, erano stati ammanettati, insultati, percossi e sottoposti ad umiliazioni. Secondo il tribunale, si trattava di un «tunnel degli orrori», e il carcere di Sassari aveva conosciuto uno scatenarsi di rancori e rappresaglie incompatibile con le regole di uno Stato di diritto. Nel giudizio abbreviato celebrato nei confronti di altri 61 imputati, il giudice per l'udienza preliminare condannò 12 persone a pene comprese tra un anno e sei mesi e quattro mesi di reclusione, con sospensione condizionale, per i delitti di violenza privata aggravata, lesioni personali e abuso d'ufficio; un imputato fu condannato alla pena di 100 euro di multa per omessa denuncia di reato da parte del pubblico ufficiale (art. 361 c.p.). Nel susseguente giudizio di secondo grado, la corte d'appello confermò sei condanne, assolse cinque persone e ne condannò altre quattro che erano state assolte in primo grado, precisando che i fatti contestati ricadevano nella previsione dell'art. 608 c.p. (abuso di autorità contro arrestati o detenuti). Infine, la Corte di cassazione respinse il ricorso di nove imputati, confermò la qualificazione giuridica dei fatti sotto la norma incriminatrice di cui all'art. 608 c.p., e annullò la sentenza di appello esclusivamente con riguardo alla posizione di un medico accusato di omissione di atti d'ufficio e di falso. Vennero applicate sanzioni disciplinari a sette tra le persone condannate; precisamente: il provveditore regionale dell'amministrazione penitenziaria (condannato a un anno, quattro mesi e venti giorni di reclusione) venne sospeso dalle sue funzioni con totale privazione dello stipendio per un mese; la direttrice del carcere di Sassari (condannata a dieci mesi e venti giorni di reclusione) fu sospesa dalle sue funzioni con decurtazione di metà dello stipendio per un mese; il comandante del reparto della polizia penitenziaria di Sassari (condannato a un anno e otto mesi di reclusione) fu sospeso dalle sue funzioni con decurtazione di metà dello stipendio per sei mesi; tre agenti penitenziari (condannati a quattro mesi e venti giorni di reclusione) subirono la decurtazione di un trentesimo dello stipendio; l'agente condannato a 100 euro di multa per omessa denuncia di reato fu destinatario di una nota di biasimo, comportante l'impossibilità di beneficiare di aumenti di stipendio per un anno.

Corte europea diritti dell'uomo sez. II  01 luglio 2014

 



 
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