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Art. 18 codice penale: Denominazione e classificazione delle pene principali

Sotto la denominazione di “pene detentive” o “restrittive della libertà personale” la legge comprende: l’ergastolo, la reclusione e l’arresto.

Sotto la denominazione di “pene pecuniarie” la legge comprende: la multa e l’ammenda.


Giurisprudenza annotata

Denominazione e classificazione delle pene

I provvedimenti che dispongono la riunione o la separazione dei processi, se non sono abnormi, sono normalmente inoppugnabili, anche perché la violazione degli art. 17, 18, 19 c.p.p. non determina invalidità, salvo quando risulti applicabile l'art. 178 lett. c) c.p.p., ove il giudice non abbia sentito alcuno degli interessati, con la conseguenza che non è impugnabile neppure il provvedimento di rigetto della richiesta di riunione, in quanto la mancata riunione non può incidere sulla decisione del merito essendo possibile sia l'acquisizione di prove in altro procedimento, sia l'escussione di persone imputate in procedimento connesso o collegato.

Corte appello L'Aquila  28 luglio 2011 n. 2867  

 

È legittima la decisione con cui il giudice di pace applichi - in ordine al reato di lesioni personali volontarie (art. 582 c.p.) - il termine di prescrizione triennale di cui all'art. 157, comma 5, c.p. (nel testo novellato dalla l. n. 251 del 2005), considerato che esso ne prevede l'applicabilità per il reato per il quale «la legge stabilisce pene diverse da quelle detentive» e che, ai sensi dell'art. 18 c.p., sono pene detentive l'ergastolo, la reclusione e l'arresto. Ne deriva che le pene della permanenza domiciliare e del lavoro di pubblica utilità (applicabili nella specie) non possono essere considerate pene detentive ai fini dell'applicazione dell'art. 157, comma 5, c.p., ancorché l'art. 58 d.lg. n. 274 del 2000 assegni ad esse tale valenza giuridica ad ogni altro effetto di legge, sia pure in contrasto con l'art. 53, comma 2, del suddetto d.lg. n. 274, in virtù del quale il condannato alla permanenza domiciliare non è considerato in stato di detenzione.

Cassazione penale sez. V  20 febbraio 2007 n. 17399  

 

È manifestamente inammissibile la q.l.c. degli art. 17, 18 e 24 (quest'ultimo come sostituito dall'art. 101 l. 24 novembre 1981 n. 689) c.p., nonché dell'art. 660 c.p.p. e dell'art. 102 l. n. 689 del 1981, in riferimento agli art. 3 e 27 comma 3 cost. È inoltre manifestamente infondata la q.l.c. dell'art. 108 l. n. 689 del 1981, in riferimento agli art. 3 e 27 comma 3 cost.

Corte Costituzionale  17 maggio 2001 n. 154  

 

È manifestamente inammissibile, per difetto di rilevanza, la q.l.c. degli art. 17 (Pene principali: specie), 18 (Denominazione e classificazione delle pene principali) e 24 (Multa) c.p., nei limiti in cui non escludono l'applicabilità della pena pecuniaria all'imputato minorenne, nonché dell'art. 660 (Esecuzione delle pene pecuniarie) c.p.p. e dell'art. 102 l. 24 novembre 1981 n. 689, nei limiti in cui non escludono l'applicabilità ai condannati minorenni della conversione della pena pecuniaria in pena diversa.

Corte Costituzionale  17 maggio 2001 n. 154  

 

Nelle ipotesi in cui, a seguito di comunicazioni errate sulla posizione assicurativa, si configuri l'obbligo di risarcire il danno da parte dell'I.N.P.S., l'attore, secondo quanto è previsto per tutte le controversie riguardanti i diritti di obbligazione, ha la scelta tra i diversi fori indicati negli art. 18, 19 e 20 c.p.c., sicché l'istituto convenuto, che intenda sollevare eccezione di incompetenza territoriale, per evitare che si verifichi la preclusione ex art. 38 comma 3 stesso codice, deve contrastare la scelta anzidetta con riferimento a tutti e tre i criteri d'individuazione della competenza previsti, altrimenti la competenza territoriale del giudice adito - il quale non può rilevare d'ufficio motivi di incompetenza non specificamente dedotti - diviene incontestabile in forza di uno qualsiasi di tali motivi.

Tribunale Pavia  22 febbraio 1986

 

Non è consentita l'unificazione, ai sensi dell'art. 81 c.p., di pene di genere diverso in una sola di unico genere, in quanto ciò costituisce violazione del principio di legalità stabilito dall'art. 18 c.p. (Nella specie i giudici di appello avevano unificato delitti e contravvenzioni rispettivamente continuati, perché relativi a una pluralità di omissioni e di denunce).

Cassazione penale sez. I  11 maggio 1981

 



 
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