codice-penale
Codice penale aggiornato  al  13 Feb 2015
 
L'autore
 


Leggi tutti gli articoli dell'autore

 

Art. precedente Art. successivo
 

Art. 203 codice penale: Pericolosità sociale

Agli effetti della legge penale, è socialmente pericolosa la persona, anche se non imputabile o non punibile, la quale ha commesso taluno dei fatti indicati nell’articolo precedente, quando è probabile che commetta nuovi fatti preveduti dalla legge come reati.

La qualità di persona socialmente pericolosa si desume dalle circostanze indicate nell’articolo 133.


Giurisprudenza annotata

Pericolosità sociale

L'applicazione di una misura di sicurezza personale presuppone indefettibilmente, anche nell'ipotesi prevista dall'art. 417 c.p. e con specifico riferimento a persone condannate per il reato di partecipazione ad associazione di tipo mafioso, l'accertamento di un'attuale pericolosità del soggetto ai sensi dell'art. 203 c.p. (Annulla con rinvio, Trib.sorv. Roma, 23/05/2012 )

Cassazione penale sez. I  15 novembre 2013 n. 3801  

 

Agli effetti penali la pericolosità sociale rilevante ai fini dell'applicazione di una misura di sicurezza consiste nel pericolo di commissione di nuovi reati e deve essere valutata autonomamente dal giudice che deve tener conto dei rilievi peritali sulla personalità, sugli effettivi problemi psichiatrici e sulla capacità criminale dell'imputato, nonché sulla base di ogni altro parametro desumibile dall'art. 133 c.p. (Nella specie è stata ritenuta incongrua la motivazione del giudice di merito, riferita al pericolo di atti autolesivi, irrilevanti ai fini della prognosi prevista dalla legge, e comunque assertiva di una generica pericolosità, apoditticamente recepita dalla relazione peritale). Annulla in parte con rinvio, App. Milano, 18/05/2009

Cassazione penale sez. I  14 ottobre 2010 n. 40808  

 

L'accertamento sull'attuale pericolosità sociale ai fini dell'applicazione di una misura di sicurezza implica la valutazione non solo della gravità del fatto-reato ma anche di fatti successivi, come il comportamento tenuto durante l'espiazione della pena (quale risultante ad esempio dalle relazioni comportamentali e dall'eventuale concessione di benefici penitenziari o processuali), o come il comportamento tenuto successivamente alla riacquistata libertà. Annulla con rinvio, Trib.sorv. Catania, 14/10/2009

Cassazione penale sez. I  19 maggio 2010 n. 24179  

 

La pericolosità sociale come definita dall'art. 203 c.p. va desunta dalle circostanze indicate nell'art. 133 c.p. e non può essere valutata esclusivamente sul piano psichiatrico in correlazione con la natura e con l'evoluzione dello stato patologico del soggetto. Ne consegue che la sua valutazione è compito specifico ed esclusivo del giudice il quale non può abdicarvi in favore di altri soggetti né rinunciarvi, pur dovendo tener conto dei dati relativi alle condizioni mentali dell'imputato e alle implicazioni comportamentali eventualmente indicate dal perito. (Nel caso di specie, non si evidenzia una soglia di rischio apprezzabile in termini di necessità di misura di sicurezza, né sul piano psichiatrico - in base alla costante somministrazione della relativa farmacoterapia - né su quello della pericolosità sociale, sulla base del venir meno delle condizioni presenti al momento del fatto e cioè la guarigione della moglie e la ripresa dei ritmi normali di vita con il rientro del figlio all'estero dove vive abitualmente).

Tribunale Monza  23 marzo 2010 n. 485  

 

L'applicazione della misura di sicurezza del ricovero in ospedale psichiatrico giudiziario, si fonda su una prognosi di pericolosità sociale, la quale non può limitarsi all'esame delle sole emergenze di natura medico-psichiatrica, ma implica la verifica globale delle circostanze indicate dall'art. 133 c.p., espressamente richiamato dall'art. 203 dello stesso codice, fra cui la gravità del reato commesso e la personalità del soggetto, così da approdare ad un giudizio di pericolosità quanto più possibile esaustivo e completo. Rigetta, Trib.sorv. Venezia, 17 giugno 2009

Cassazione penale sez. I  07 gennaio 2010 n. 4094  

 

Ai fini della concessione dell'affidamento in prova al servizio sociale allo straniero in condizione di clandestinità il giudice deve far riferimento ai parametri normativi indicati dagli artt. 133 e 203 c.p. per la valutazione del presupposto della pericolosità sociale.

Sezione Sorveglianza Torino  12 dicembre 2007

 

La misura di sicurezza della libertà vigilata "può" essere ordinata in ogni caso di condanna alla reclusione per un tempo superiore a un anno (art. 229 n. 1 c.p.), quando il giudice ritenga il condannato persona socialmente pericolosa (art. 202 c.p.), ovverosia persona che, in base agli elementi di cui all'art. 133 c.p., è ritenuta capace di commettere probabilmente nuovi reati (art. 203 c.p.). in tal caso, il giudice, prima di ordinare la misura, deve motivare espressamente sulla pericolosità sociale del condannato. Peraltro, lo stesso art. 229 c.p. fa espressamente salve altre speciali disposizioni di legge, tra le quali rientra l'art. 300 d.P.R. 23 gennaio 1973 n. 43, in materia di contrabbando doganale, laddove è previsto che è "sempre" ordinata la sottoposizione del condannato alla libertà vigilata quando per il delitto di contrabbando sia applicata una pena della reclusione superiore a un anno. in tal caso, trattandosi di sanzione accessoria obbligatoria, il giudice non deve motivare sulla pericolosità sociale del condannato, dal momento che questa è presunta per legge "iuris et de iure" ogni volta che il responsabile di contrabbando sia condannato a più di un anno di reclusione.

Cassazione penale sez. III  25 ottobre 2006 n. 225  

 

Ai fini della applicabilità delle misure di sicurezza personali, la pericolosità sociale - stante la sua correlazione con le circostanze indicate nell'art. 133 c.p. - non può essere confusa con la pericolosità valutata esclusivamente sul piano psichiatrico in riferimento alla natura ed alla evoluzione dello stato patologico del soggetto, sicché la valutazione indicata dall'art. 203 c.p. costituisce compito esclusivo del giudice, il quale non può abdicarvi in favore di altri soggetti nè rinunciarvi, pur dovendo tener conto dei dati relativi alle condizioni mentali dell'imputato ed alle implicazioni comportamentali eventualmente indicate dal perito. (Fattispecie in tema di assoluzione per infermità totale di mente, accompagnata da valutazione di pericolosità sociale con conseguente applicazione della misura di sicurezza personale del ricovero in ospedale psichiatrico giudiziario.

Cassazione penale sez. I  20 settembre 1996 n. 8996  

 

Per disporre la misura di sicurezza nei confronti di persona condannata alla quale questa è stata applicata per effetto dell'intervenuta declaratoria di delinquenza abituale, è necessario accertare la persistenza della pericolosità sociale al momento della sua effettiva applicazione; ma, in ogni caso, la pericolosità è sempre ancorata a fatti inevitabilmente pregressi rispetto a tale momento e, precipuamente, alla perpetrazione di delitti, cui si aggiunge una sfavorevole prognosi in ordine alla probabilità che il soggetto commetta in futuro nuovi reati. Ne consegue che, al fine di una corretta osservanza delle regole dettate dagli artt. 133, 202 e 203 c.p., al giudice è consentito richiamarsi ai fatti costituenti reato, intesi nella loro obiettività, soprattutto quando, per gravità e specificità, assumano connotazioni di significativo rilievo.

Cassazione penale sez. I  22 dicembre 1993

 

Ai fini del giudizio di pericolosità sociale, quando si tratti di infermi o seminfermi di mente, il riferimento, contenuto nel comma 2 dell'art. 203 c.p., alle "circostanze indicate nell'art. 133" non esclude affatto, ma anzi presuppone che dette circostanze vengano valutate tenendo conto della situazione obiettiva in cui il soggetto, dopo la commissione del reato e l'eventuale espiazione della pena, verrebbe a vivere e ad operare e, quindi, anche della presenza ed affidabilità o meno di presidi territoriali socio-sanitari, in funzione delle obiettive e ineludibili esigenze di prevenzione e di difesa sociale alla cui salvaguardia sono finalizzate - in difetto di altri strumenti d'intervento e di controllo che assicurino pari o superiore efficacia - le misure di sicurezza previste dalla legge. (Nella specie la Corte, in applicazione di tale principio, ha ritenuto corretto il giudizio di pericolosità che il giudice di merito aveva formulato nei confronti di soggetto condannato per omicidio a pena ridotta, a cagione di vizio parziale di mente, facendo anche riferimento alla dimostrata inaffidabilità dei locali servizi di assistenza psichiatrica)

Cassazione penale sez. I  07 dicembre 1993

 

Le misure di sicurezza debbono essere ordinate dallo stesso giudice che ha emesso la sentenza di condanna o di proscioglimento contestualmente alla stessa (art. 205 comma 1 c.p.), salvo che nei casi tassativamente indicati dalla legge (nn. 1, 2, 3 del comma 2 dell'articolo citato) tra i quali non figurano le ipotesi dei cosiddetti quasi reati (art. 115 c.p.); ciò per l'evidente ragione che le condizioni di pericolosità che il reato o il quasi reato manifesta possono essere oggetto di una valutazione complessa ed immediata solo attraverso una sentenza (artt. 202, 203 c.p.). Tale sistema non è stato in alcun modo innovato dall'art. 679 nuovo c.p.p., il quale non ha inciso sulla normativa relativa alla competenza ad ordinare la misura di sicurezza. (Nella specie, relativa a risoluzione di conflitto di competenza, la suprema Corte ha ritenuto che l'applicazione della misura della libertà vigilata è riservata al tribunale e non al giudice di sorveglianza, in quanto solo il primo può disporla essendo a ciò autorizzato per un fatto (istigazione non accolta) non preveduto dalla legge come reato (art. 229 n. 2 c.p., in relazione all'art. 115 stesso codice).

Cassazione penale sez. I  24 novembre 1992

 



 
Art. precedente Art. successivo
 

 
Vuoi restare aggiornato su questo argomento?
Segui la nostra redazione anche su Facebook, Google + e Twitter. Iscriviti alla newsletter

 

 

© Riproduzione riservata

 
 
Commenti