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Art. 207 codice penale: Revoca delle misure di sicurezza personali

Le misure di sicurezza non possono essere revocate se le persone ad esse sottoposte non hanno cessato di essere socialmente pericolose.

La revoca non può essere ordinata se non è decorso un tempo corrispondente alla durata minima stabilita dalla legge per ciascuna misura di sicurezza (1).

L’articolo comprendeva un terzo comma abrogato dalla L. 26 luglio 1975, n.

354, che precedentemente, la Corte costituzionale, con sentenza 23 aprile 1974, n. 110, aveva dichiarato illegittimo nella parte in cui attribuiva al Ministro di grazia e giustizia – anzichè al giudice di sorveglianza – il potere di revocare le misure di sicurezza.

(1)La Corte costituzionale, con sentenza 23 aprile 1974, n. 110, ha dichiarato l’illegittimità costituzionale di questo comma nella parte in cui non consente la revoca delle misure di sicurezza prima che sia decorso il tempo corrispondente alla durata minima stabilita dalla legge.


Giurisprudenza annotata

Revoca delle misure di sicurezza

Il magistrato di sorveglianza nel disporre la libertà vigilata nei confronti di persona condannata alla quale sia stata comminata tale misura di sicurezza, è tenuto ad accertare la persistenza della pericolosità sociale riferita al momento dell'applicazione della misura. In tale situazione, la revoca anticipata di detta misura rimane esclusa, a norma dell'art. 207 c.p., "se la persona ad essa sottoposta non ha cessato di essere socialmente pericolosa": la puntuale osservanza di tale regola postula una sicura e positiva valutazione della cessazione della pericolosità per fatti sopravvenuti e concludenti, non consentendo il mero dubbio, al riguardo, il superamento - anche dopo l'intervento della Corte costituzionale - della prognosi già effettuata e l'anticipazione del riesame della pericolosità da effettuarsi a norma del successivo art. 208.

Cassazione penale sez. I  07 maggio 1993

 

Il giudice istruttore del tribunale di Ariano Irpino, con ordinanza emessa il 9 gennaio 1986, ha denunciato, in riferimento agli art. 2, 3, 13, 24 e 32 cost., l'illegittimità degli art. 204, 205, 207 e 222 c.p., in quanto non consentono di applicare le misure di sicurezza in base ad una valutazione in concreto della pericolosità del soggetto. Dopo la pronuncia dell'ordinanza di rimessione, è entrata in vigore la l. 10 ottobre 1986 n. 683, il cui art. 31 dispone: a) "l'art. 204 del c.p. è abrogato" (comma 1); b) "tutte le misure di sicurezza personale sono ordinate previo accertamento che colui il quale ha commesso il fatto è persona socialmente pericolosa" (comma 2). Spetta, quindi, al giudice " a quo" verificare se, alla stregua della normativa sopravvenuta, le questioni sollevate siano tuttora rilevanti.

Corte Costituzionale  18 febbraio 1988 n. 195  

 

È costituzionalmente legittima la presunzione di pericolosità sociale e cioè l'obbligatorietà ed automatica applicazione della misura di sicurezza quando si sia in presenza di condizioni, le quali consentono di far ritenere, sulla base di valutazioni obiettive ed uniformi desunte dalla comune esperienza, la probabilità di un futuro comportamento criminoso da parte dell'agente entro un certo spazio di tempo, corrispondente alla durata minima stabilita dalla legge per ciascuna misura di sicurezza; del resto, la rigida logica della presunzione di pericolosità non è più assoluta dopo che la Corte costituzionale, dichiarando costituzionalmente illegittimi il comma 2 e 3 dell'art. 207 c.p., ha reso possibile verifiche giudiziali del perdurare o meno della pericolosità sociale del soggetto anche prima che sia decorso il tempo corrispondente alla durata minima stabilita dalla legge per ciascuna misura di sicurezza.

Cassazione penale sez. III  07 aprile 1986

 

Relativamente al prosciolto per totale infermità di mente non sono manifestamente infondate le questioni di legittimità costituzionale degli art. 204, 205, 207, 222 in riferimento: 1) all'art. 3 cost., laddove prescrivono che la determinazione del ricovero in ospedale psichiatrico giudiziario sia stabilita con esclusivo riferimento alla pena applicabile per il reato commesso, attuando una ingiustificata disparità di trattamento rispetto all'imputato seminfermo di mente ed una ingiustificata parificazione tra il prosciolto, di cui si prevede un lungo periodo di persistenza della pericolosità, ed i prosciolti di cui si pronostica un inferiore periodo di decorso della pericolosità; 2) agli art. 2, 13 e 32 cost., nella parte in cui dispongono che la determinazione della durata minima della misura di sicurezza del ricovero in ospedale psichiatrico giudiziario sia effettuata senza considerazione per le esigenze terapeutiche della persona e senza richiedere l'adempimento dell'obbligo di motivazione per il periodo ulteriore rispetto alla cessazione dello stato di pericolosità; 3) all'art. 24 cost. ove, impedendo al giudice di cognizione un concreto ed effettivo giudizio di pericolosità, in base al quale poter commisurare la durata delle misure di sicurezza, escludono un completo esercizio del diritto di difesa in ogni stato e grado del procedimento.

Tribunale Ariano Irpino  09 gennaio 1986

 

Non è manifestamente infondata - in riferimento agli art. 2, 3, 24 e 32 cost. - la questione di legittimità costituzionale degli art. 204, 205, 207 e 222 c.p., laddove prescrivono che la determinazione da parte del giudice di cognizione del periodo di decorso della misura di sicurezza del ricovero in ospedale psichiatrico giudiziario per l'imputato prosciolto per totale infermità di mente, avvenga con esclusivo riferimento alla pena applicabile per il reato commesso, senza che si riconosca efficacia di autonoma attenuante alla circostanza dell'infermità mentale; senza considerazione per le esigenze curative della persona e senza obbligo di motivazione per il periodo che si ritenga ulteriore rispetto a quello di cessazione dello stato di pericolosità; senza infine consentire al giudice un concreto ed effettivo giudizio di pericolosità, in base al quale poter commisurare la durata della misura.

Giudice istruttore Ariano Irpino  09 gennaio 1986

 

Non sono manifestamente infondate le questioni di legittimità costituzionale degli art. 204, 205, 207 e 222 c.p. nella parte in cui, nei confronti del prosciolto per totale infermità di mente, prescrivono che: a) il ricovero in ospedale psichiatrico giudiziario venga disposto con esclusivo riferimento alla pena applicabile per il reato commesso, così comportando una ingiustificata disparità di trattamento rispetto al seminfermo di mente, che si giova di una specifica diminuente, ed una ingiustificata equiparazione del prosciolto per cui si prevede una lunga persistenza della pericolosità con il prosciolto per cui si prevede un periodo più breve, in riferimento all'art. 3 cost.; b) la determinazione della durata minima venga disposta senza alcuna considerazione per le esigenze terapeutiche e senza obbligo di motivazione per il periodo ulteriore rispetto alla cessazione dello stato di pericolosità, in riferimento agli art. 2, 13 e 32 cost.; c) la misura di sicurezza venga applicata in modo da non essere commisurata ad un concreto ed effettivo giudizio di pericolosità, in riferimento all'art. 24 cost.

Tribunale Ariano Irpino  09 gennaio 1986

 

Sono rilevanti, e non manifestamente infondate, le questioni di legittimità costituzionale degli art. 204, 205, 207, 222 c.p. per contrasto: a) con l'art. 3 cost., laddove prescrivono che la determinazione da parte del giudice di cognizione del periodo di decorso della misura di sicurezza del ricovero in ospedale psichiatrico giudiziario, per l'imputato prosciolto per totale infermità di mente, avvenga con esclusivo riferimento alla pena applicabile per il reato commesso, senza che incida nella valutazione di gravità del reato, la circostanza dell'infermità mentale, cui non si riconosce alcuna efficacia di autonoma attenuante, come avviene in caso di infermità parziale, così operando una sostanziale ingiustificata disparità di trattamento per il proscioglimento per infermità totale di mente rispetto all'imputato seminfermo di mente; nonché laddove consentono una ingiustificata parificazione, in sede di prima applicazione della misura di sicurezza predetta, dei prosciolti, di cui si prevede un lungo periodo di persistenza della pericolosità rispetto a coloro di cui si pronostica un inferiore periodo di decorso della pericolosità; b) con gli art. 2, 13 e 32 cost., laddove impongono al giudice istruttore la determinazione della durata minima di sicurezza del ricovero in ospedale psichiatrico giudiziario per il prosciolto per infermità mentale da un reato con riferimento a quest'ultimo, senza particolare considerazione per le esigenze peculiari, curative della persona, riguardata in tale momento di cognizione, piuttosto per finalità di custodia repressiva, e senza richiedere l'adempimento dell'obbligo di motivazione per il periodo che si ritenga ulteriore rispetto a quello di cessazione dello stato di pericolosità. La durata dell'internamento dipendendo dalla pericolosità sociale non può ricollegarsi alla gravità del reato commesso, ma va determinata con i criteri suggeriti dalla scienza medica, peraltro fatti propri dal codice penale attraverso le previsioni normative espresse nella seconda parte dell'art. 133 c.p.; c) con l'art. 42 cost., laddove, impedendo al giudice di cognizione un concreto ed effettivo giudizio di pericolosità, in base al quale potere commisurare la durata della misura di sicurezza, esclude un completo esercizio del diritto di difesa in uno stato e grado del procedimento. Non risponde al richiamato principio costituzionale un sistema che demanda al giudice di cognizione il compito di stabilire la misura di sicurezza del ricovero determinando il limite minimo di durata rimettendo al giudice di sorveglianza la determinazione dell'effettiva durata della predetta misura di sicurezza, all'esito di un particolare giudizio di pericolosità.

Giudice istruttore Ariano Irpino  09 gennaio 1986



 
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