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Art. 208 codice penale: Riesame della pericolosità

Decorso il periodo minimo di durata, stabilito dalla legge per ciascuna misura di sicurezza, il giudice riprende in esame le condizioni della persona che vi è sottoposta, per stabilire se essa è ancora socialmente pericolosa.

Qualora la persona risulti ancora pericolosa, il giudice fissa un nuovo termine per un esame ulteriore. Nondimeno, quando vi sia ragione di ritenere che il pericolo sia cessato, il giudice può, in ogni tempo, procedere a nuovi accertamenti.


Giurisprudenza annotata

Riesame della pericolosità

In sede di riesame della pericolosità sociale, la sostituzione della libertà vigilata con la più grave misura dell'assegnazione ad una casa di lavoro, può essere disposta - in quanto riconducibile ad un'ipotesi di trasgressione di obblighi imposti - a seguito di intervenuta condanna, anche non definitiva, del soggetto, a condizione che tale condanna si riferisca a reati commessi durante la effettiva sottoposizione dello stesso alla libertà vigilata. (Annulla con rinvio, Trib.sorv. Salerno, 23/01/2013 )

Cassazione penale sez. I  08 novembre 2013 n. 4717

 

In tema di libertà vigilata, la persistenza della pericolosità accertata in sede di riesame della stessa comporta soltanto il prolungamento della misura di sicurezza originariamente applicata, e non può determinarne, in assenza di trasgressione agli obblighi imposti, l'aggravamento.(Annulla con rinvio, Trib.sorv. Salerno, 23/01/2013 )

Cassazione penale sez. I  08 novembre 2013 n. 4717  

 

È manifestamente inammissibile la q.l.c. degli art. 206, 208 e 222 c.p., censurati, in riferimento agli art. 3, 13 e 32 cost., perché l'art. 208 c.p. non prevede l'obbligo dell'autorità procedente di rinnovare il provvedimento ai sensi dell'art. 206 c.p., "eventualmente in occasione degli accertamenti periodici", né un termine di scadenza della misura, eventualmente prorogabile all'esito dell'esame delle relazioni sanitarie periodiche e perché, dovendo il magistrato di sorveglianza tenere conto della durata della misura di sicurezza detentiva applicata in via provvisoria (ai sensi dell'art. 206, comma 3, c.p.) nel momento in cui, all'esito del giudizio di pericolosità sociale, egli determina l'esecuzione della stessa stabilendo un termine minimo di durata, finisce per "ratificare" l'intero periodo di restrizione della libertà personale trascorso, in contrasto con il contenuto terapeutico e di cura che deve essere assegnato alle misure di sicurezza. L'ordinanza di rimessione difetta di un "petitum" specifico, avendo il rimettente omesso di indicare chiaramente quali interventi vengano chiesti alla Corte costituzionale con riguardo ai rilievi formulati, e la rilevanza della questione è valutata dal rimettente sulla base di un presupposto interpretativo - quello secondo cui il protrarsi della misura di sicurezza detentiva disposta in via provvisoria configuri una restrizione priva di titolo - erroneo, essendo invece attribuito al giudice che procede un controllo sulla legittimità del perdurare dell'applicazione provvisoria, mentre, quanto alla denunciata violazione dell'art. 32 cost., il rimettente ha omesso di motivare sulla possibilità di interpretare le disposizioni censurate in modo costituzionalmente orientato e di considerare che compete al giudice il potere di revoca della misura di sicurezza prima della scadenza della durata minima, ove sia accertata la cessazione dello stato di pericolosità, e che la mancata previsione di un termine massimo di durata della misura di sicurezza detentiva applicata in via provvisoria, diversamente dalla custodia cautelare, si giustifica in relazione alla diversità di natura e finalità dei due istituti (sentt. n. 110 del 1974, 208 del 2009; ordd. n. 35, 393 del 2007, 223, 226, 341, 390, 447 del 2008, 134, 17 del 2009).

Corte Costituzionale  06 novembre 2009 n. 287  

 

È manifestamente inammissibile la q.l.c. degli art. 206, 208 e 222 c.p., sollevata in riferimento agli art. 3, 13 e 32 cost., stante la concorrenza di più motivi di inammissibilità. In primo luogo, per mancanza o non riconoscibilità di un "petitum" specifico, avendo il rimettente omesso di indicare chiaramente quali interventi vengano chiesti alla Corte con riguardo ai rilievi formulati. In secondo luogo, il rimettente ha valutato la rilevanza della questione sulla base di un erroneo presupposto interpretativo, costituito dalla considerazione che il protrarsi della misura di sicurezza detentiva disposta in via provvisoria configuri una restrizione priva di titolo, essendo invece attribuito al giudice che procede un controllo sulla legittimità del perdurare dell'applicazione provvisoria (ai sensi del combinato disposto degli art. 313 comma 2 e 72 c.p.p.). Inoltre, con specifico riferimento all'art. 32 cost., il giudice rimettente ha omesso di motivare sulla possibilità di interpretare le disposizioni censurate in modo costituzionalmente orientato, essendo ormai indirizzo consolidato quello che esclude ogni automatismo nell'applicazione delle misure a carattere detentivo. Il rimettente ha anche omesso di considerare che compete al giudice il potere di revoca della misura di sicurezza prima della scadenza della durata minima, ove sia accertata la cessazione dello stato di pericolosità, e che la mancata previsione di un termine massimo di durata della misura di sicurezza detentiva applicata in via provvisoria, diversamente dalla custodia cautelare, si giustifica in relazione alla diversità di natura e finalità dei due istituti. Il rimettente, infine, suggerendo modifiche alla disciplina dell'applicazione provvisoria della misura di sicurezza del ricovero in ospedale psichiatrico giudiziario, prospetta soluzioni non costituzionalmente obbligate, afferenti alla discrezionalità del legislatore.

Corte Costituzionale  06 novembre 2009 n. 287  

 

È illegittimo l'aggravamento di una misura di sicurezza disposto in sede di riesame della pericolosità (art. 208 c.p.), quando, come richiesto invece dall'art. 231 c.p., non vi sia stata trasgressione degli obblighi imposti, tale non potendosi considerare neppure la commissione di reati, ove questa sia stata antecedente al periodo di tempo in cui il soggetto era sottoposto alla suddetta misura di sicurezza.

Cassazione penale sez. I  16 gennaio 2003 n. 4600  

 

In tema di libertà vigilata, la ritenuta persistenza, in sede di riesame, ai sensi dell'art. 208 c.p., della pericolosità del soggetto che vi è sottoposto comporta solo il prolungamento della misura di sicurezza, ma non può determinarne l'aggravamento (nella specie intervenuto con l'assegnazione a una casa di lavoro) in assenza di trasgressione agli obblighi imposti, tale non potendo qualificarsi nè lo stato di latitanza, in sè e per sè considerato - a meno che non abbia influito direttamente sulla regolare esecuzione della misura -, nè l'applicazione di una misura di prevenzione, nè un'eventuale condanna sopravvenuta, ove essa si riferisca a reati commessi precedentemente all'esecuzione della libertà vigilata.

Cassazione penale sez. I  16 gennaio 2003 n. 4600  

 

Il magistrato di sorveglianza nel disporre la libertà vigilata nei confronti di persona condannata alla quale sia stata comminata tale misura di sicurezza, è tenuto ad accertare la persistenza della pericolosità sociale riferita al momento dell'applicazione della misura. In tale situazione, la revoca anticipata di detta misura rimane esclusa, a norma dell'art. 207 c.p., "se la persona ad essa sottoposta non ha cessato di essere socialmente pericolosa": la puntuale osservanza di tale regola postula una sicura e positiva valutazione della cessazione della pericolosità per fatti sopravvenuti e concludenti, non consentendo il mero dubbio, al riguardo, il superamento - anche dopo l'intervento della Corte costituzionale - della prognosi già effettuata e l'anticipazione del riesame della pericolosità da effettuarsi a norma del successivo art. 208.

Cassazione penale sez. I  07 maggio 1993

 

L'art. 231 cpv. c.p., che dispone l'assegnazione ad una colonia agricola (o ad una casa di lavoro) del libero vigilato, che abbia trasgredito agli obblighi impostigli, va applicato indipendentemente dalla circostanza che le trasgressioni siano avvenute prima o dopo la scadenza del termine minimo previsto per la libertà vigilata. Invero l'art. 208 c.p. che prevede il riesame della pericolosità decorso il periodo minimo di durata, stabilito della legge per ciascuna misura di sicurezza, non può essere di ostacolo ad una interpretazione dell'art. 231 c.p., nel senso di ritenere che, nel caso di trasgressione agli obblighi durante l'esecuzione della misura di sicurezza il giudice di sorveglianza possa immediatamente procedere, ove ritenga sussisterne le condizioni, alla sostituzione della libertà vigilata. A favore di una tale interpretazione sta la considerazione che tra la fase prevista dall'art. 208 e, quella di cui all'art. 231 vi è piena autonomia. Infatti, la prima si riferisce alla situazione di normale decorrenza dell'applicazione della misura di sicurezza alla cui scadenza il giudice riprende in esame le condizioni della persona che vi è sottoposta, per stabilire se essa è ancora socialmente pericolosa, e, quindi, se l'applicazione della misura di sicurezza debba proseguire o essere revocata (art. 207). Invece, la fase processuale di cui all'art. 231, non è collegata alla cessazione o alla permanenza della pericolosità sociale della persona sottoposta alla misura di sicurezza ma tende, in presenza di trasgressione agli obblighi imposti, ad accertare l'accentuarsi della pericolosità sociale, già precedentemente ritenuta, e ad aggravare eventualmente la misura di sicurezza della libertà vigilata, in corso, o aggiungendovi la cauzione di buona condotta o sostituendola con la colonia agricola o la casa di lavoro, secondo l'apprezzamento discrezionale del giudice.

Cassazione penale sez. I  19 gennaio 1987



 
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