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Art. 209 codice penale: Persona giudicata per più fatti

Quando una persona ha commesso, anche in tempi diversi, più fatti per i quali siano applicabili più misure di sicurezza della medesima specie, è ordinata una sola misura di sicurezza.

Se le misure di sicurezza sono di specie diversa, il giudice valuta complessivamente il pericolo che deriva dalla persona e, in relazione ad esso, applica una o più delle misure di sicurezza stabilite dalla legge.

Sono in ogni caso applicate le misure di sicurezza detentive, alle quali debba essere sottoposta la persona, a cagione del pericolo presunto dalla legge.

Le disposizioni precedenti si applicano anche nel caso di misure di sicurezza in corso di esecuzione, o delle quali non siasi ancora iniziata l’esecuzione.


Giurisprudenza annotata

Persona giudicata per più fatti.

È legittima l'applicazione da parte del giudice della cognizione di una misura di sicurezza di specie analoga a quella già in corso di esecuzione nei confronti dell'imputato in riferimento ad un diverso fatto di reato, atteso che l'obbligo di unificazione di misure concorrenti sancito dall'art. 209 c.p. opera solo nel momento in cui le stesse siano tutte in esecuzione o debbano comunque essere eseguite e, dunque, quando i relativi provvedimenti siano divenuti definitivi. Rigetta, App. Venezia, 10/02/2011

Cassazione penale sez. V  12 aprile 2012 n. 25275  

 

In sede di unificazione delle misure di sicurezza della medesima specie il giudice, secondo quanto disposto dall'art. 209 comma 1 c.p., deve applicarne una sola, mentre qualora siano state applicate misure di sicurezza di diversa specie deve individuare la misura più adeguata previa valutazione del caso concreto e della personalità del soggetto. Deve pertanto essere accolta l'impugnazione proposta dal difensore e revocata la misura della casa di cura disposta dal Magistrato di sorveglianza sul solo presupposto della molteplicità dei provvedimenti di applicazione della libertà vigilata, poiché la norma impone, in sede di unificazione di misure di medesima specie, l'applicazione di una sola misura di quel tipo. Fatta salva, ipotesi che non ricorre nel caso in esame, la possibilità di aggravamento della misura della libertà vigilata ex art. 231 c.p. nell'ipotesi in cui a seguito di inizio dell'esecuzione della misura non detentiva vi siano state violazioni tali da giustificare la sostituzione con altra più contenitiva. (Nel caso in esame il Tribunale di sorveglianza di Milano ha riformato il precedente provvedimento del Magistrato di sorveglianza che in sede di valutazione della pericolosità sociale, a fronte di differenti provvedimenti applicativi della misura di sicurezza della libertà vigilata, aveva disposto l'unificazione delle medesime con applicazione della misura più grave della casa di cura sul solo presupposto della necessità di meglio contenere il pericolo di recidiva. Il Tribunale ha quindi rilevato che l'aggravamento della misura applicata può essere disposto solo dopo che essa ha avuto concretamente inizio e dopo l'effettiva verifica della sua inidoneità).

Sezione Sorveglianza Milano  11 marzo 2008

 

In caso di unificazione di più misure di sicurezza, l'assorbimento della misura meno grave in quella più grave non ne comporta l'estinzione, ma ne determina soltanto una diversa durata o la trasformazione in un'altra di specie diversa in base ai criteri fissati dall'art. 209 c.p., con la conseguenza che, in caso di estinzione di una delle misure unificate, quella residua, una volta accertata la presente pericolosità del soggetto riprende in pieno il suo vigore. (Fattispecie nella quale si è ritenuta correttamente disposta l'esecuzione della misura di sicurezza detentiva della casa di lavoro per un anno, già unificata ad analoga misura successivamente applicata e poi revocata per effetto di annullamento della dichiarazione di delinquenza abituale).

Cassazione penale sez. I  07 novembre 2002 n. 133  

 

L'illegittimità della contestuale applicazione di due diverse misure di sicurezza per lo stesso fatto non può essere eccepita al Magistrato di sorveglianza. Tale questione infatti attiene al giudizio di cognizione ed alla magistratura di sorveglianza residua soltanto il potere di disporre l'unificazione delle due misure ex art. 209 c.p.

Sezione Sorveglianza Milano  13 aprile 2001

 

Applicata ad un soggetto, con diversi provvedimenti, la misura di sicurezza della libertà vigilata, non è consentito, in sede di unificazione disposta ai sensi dell'art. 209 comma 1 c.p., aggiungere alla detta misura il divieto di soggiorno, ostandovi il principio di legalità sancito, in materia di misure di sicurezza, dall'art. 25 comma 3 Cost. e dall'art. 199 c.p., nè potendosi ritenere che il divieto di soggiorno, costituente diversa ed autonoma misura (art. 233 c.p.), sia inquadrabile nell'ambito delle prescrizioni intese ad evitare le occasioni di nuovi reati, previste in materia di libertà vigilata dall'art. 228 comma 1 c.p.

Cassazione penale sez. I  12 maggio 1994

 

La disciplina dell'art. 209 c.p., che non consente l'applicazione analogica dell'art. 80 c.p., trova ragione nella duplice considerazione: 1) che, a differenza della pena, la misura di sicurezza personale ha una durata massima indeterminata, sottoposta alla verifica del venir meno della pericolosità del soggetto ed alla sua cessazione, conseguente solo a tale venir meno; 2) che, qualora una delle misure di sicurezza sia stata già eseguita, è impossibile una valutazione unitaria della pericolosità per mancanza di uno dei termini di riferimento da valutare. Presupposto logico della unificazione delle misure di sicurezza èla valutazione unitaria della pericolosità del soggetto, per cui essa non può avere luogo quando l'esecuzione della precedente misura si sia esaurita o sia stata revocata dopo l'accertata cessazione della pericolosità in relazione al fatto che l'ha originata, in epoca precedente a quella in cui si deve dare inizio alla esecuzione della successiva misura. All'unificazione predetta, pertanto, si può procedere solo se le diverse misure siano ancora da eseguire o vi sia almeno una parziale coincidenza cronologica tra i rispettivi periodi di esecuzione.

Cassazione penale sez. I  20 ottobre 1983



 
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