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Art. 230 codice penale: Casi nei quali deve essere ordinata la libertà vigilata

La libertà vigilata è sempre ordinata: 1) se è inflitta la pena della reclusione per non meno di dieci anni: e non può, in tal caso, avere durata inferiore a tre anni; 2) quando il condannato è ammesso alla liberazione condizionale; 3) se il contravventore abituale o professionale, non essendo più sottoposto a misure di sicurezza, commette un nuovo reato, il quale sia nuova manifestazione di abitualità o professionalità; 4) negli altri casi determinati dalla legge.

Nel caso in cui sia stata disposta l’assegnazione a una colonia agricola o a una casa di lavoro, il giudice, al termine dell’assegnazione, può ordinare che la persona da dimettere sia posta in libertà vigilata, ovvero può obbligarla a cauzione di buona condotta.


Giurisprudenza annotata

Libertà vigilata

Il periodo trascorso in libertà vigilata dal soggetto che fruisce della liberazione condizionale deve ascriversi all'espiazione della pena a tutti gli effetti, sicché ad esso può essere applicato il beneficio della liberazione anticipata, che va revocato nell'ipotesi di sopravvenienza di condanna per delitto non colposo prevista dall'art. 54, comma 3, della legge 26 luglio 1975 n. 354. Annulla con rinvio, Trib.sorv. Ancona, 24 novembre 2011

Cassazione penale sez. I  19 luglio 2012 n. 39854  

 

L'art. 230, comma primo, n. 1) cod. pen. impone l'applicazione della libertà vigilata per un tempo non inferiore a tre anni, sempre che sia stata accertata l'attuale pericolosità di colui che è stato condannato a non meno di dieci anni di reclusione, ma non esclude, nella lettura della medesima norma coordinata con quella prevista dall'art. 228, comma terzo, cod. pen. dove è previsto solo il limite minimo di un anno, che il giudice possa applicare la libertà vigilata per il medesimo tempo di tre anni anche al condannato a pena inferiore a dieci anni. Rigetta, Trib.sorv. Palermo, 19 maggio 2011

Cassazione penale sez. I  04 maggio 2012 n. 35634  

 

Il periodo trascorso in libertà vigilata - ai sensi e per gli effetti dell'art. 230 c.p., comma 1 n. 2) - dal soggetto che fruisce della liberazione condizionale va considerato come esecuzione della pena a tutti gli effetti.

Sezione Sorveglianza Torino  28 settembre 2011

 

L'applicazione della misura di sicurezza della libertà vigilata non richiede la preventiva contestazione di alcuna circostanza di fatto, trattandosi di una misura di carattere essenzialmente amministrativo, applicabile "ex officio" purché sussistano le relative condizioni di legge. (Fattispecie relativa a reati di traffico di stupefacenti). Rigetta in parte, App. Bologna, 27/11/2009

Cassazione penale sez. VI  21 giugno 2011 n. 27137  

 

La misura di sicurezza della libertà vigilata può essere applicata, in luogo della misura dell'assegnazione ad una casa di cura e di custodia, anche nei confronti del condannato affetto da vizio parziale di mente, se in concreto detta misura sia capace di soddisfare le esigenze di cura e tutela della persona e di controllo della sua pericolosità sociale. Annulla in parte con rinvio, App. Ancona, 09/03/2010

Cassazione penale sez. I  23 febbraio 2011 n. 18314  

 

È illegittimo il provvedimento di diniego della liberazione condizionale nei confronti del cittadino straniero privo di domicilio nel territorio dello Stato, motivato con l'asserita impossibilità di applicazione della misura di sicurezza della libertà vigilata prescritta dall'art. 230, comma 1 n. 2 c.p. (In motivazione, la S.C., richiamando la l. n. 772 del 1973 recante ratifica ed esecuzione della convenzione europea per la sorveglianza delle persone condannate o liberate con la condizionale, adottata a Strasburgo il 30 novembre 1964, ha affermato che la misura di sicurezza può assumere connotati diversi anche in relazione all'obbligo di residenza, che non rientra tra i requisiti per la concessione della liberazione condizionale, potendo lo straniero collegarsi al luogo in cui si trova l'istituto penitenziario). Annulla con rinvio, Trib.sorv. Firenze, 27 Maggio 2008

Cassazione penale sez. I  09 dicembre 2008 n. 47781  

 

Il periodo trascorso in libertà vigilata dal soggetto che fruisce della liberazione condizionale deve considerarsi esecuzione della pena a tutti gli effetti. Ne consegue che, ai fini della revoca della liberazione anticipata, nell'ipotesi di cui all'art. 54 comma 3 l. n. 354 del 1975, la condanna per delitto non colposo commesso durante la libertà vigilata conseguente ad ammissione a liberazione condizionale è da ritenere come condanna per delitto commesso nel corso dell'esecuzione della pena.

Cassazione penale sez. I  22 dicembre 1999 n. 7316  

 

La libertà vigilata ordinata in sede di liberazione condizionale si differenzia dal punto di vista strutturale da quella disposta negli altri casi contemplati dalla legge in quanto non ne è prevista una durata minima nè sussiste la possibilità di proroga. La sua durata, infatti, corrisponde alla pena residua da espiare all'atto della liberazione o è di cinque anni se trattasi di condannato all'ergastolo (arg. ex art. 177 comma 2 c.p.), mentre la sanzione nel caso di trasgressione degli obblighi imposti non è costituita dall'applicazione, in aggiunta o in sostituzione, di un'altra misura di sicurezza, bensì dalla revoca della liberazione. (V. sentenza n. 282, 25 maggio 1989, C.cost.).

Cassazione penale sez. I  28 gennaio 1991

 

Al condannato ammesso alla liberazione condizionale ai sensi dell'art. 8 l. 29 maggio 1982 n. 304 non è applicabile la libertà vigilata in deroga a quanto previsto dall'art. 230 comma 1 n. 2 c.p.

Sezione Sorveglianza Napoli  26 maggio 1990

 

In tema di revoca del beneficio della liberazione condizionale, la trasgressione degli obblighi inerenti alla libertà vigilata, imposti dall'art. 230 n. 2 c.p., va individuata e spiegata non già con la mera segnalazione degli organi di polizia incaricati della sorveglianza, ma attraverso l'accertamento, in primo luogo, della volontarietà del fatto, dovendosi escludere le infrazioni incolpevoli e, poi, valutando se la violazione di quegli obblighi sia di tale gravità da investire tutto il regime di vita al quale il liberato è stato sottoposto, al fine di costituire un sicuro elemento per ritenere, con giudizio penetrante e completo, da tradurre in adeguata motivazione, la insussistenza del ravvedimento e, quindi, la immeritevolezza dell'anticipato reinserimento nella vita sociale. (Nella specie, si trattava di omessa motivazione delle ragioni per cui l'interessato s'era trattenuto fuori dell'abitazione oltre l'orario stabilito).

Cassazione penale sez. I  11 febbraio 1988



 
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