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Art. 235 codice penale: Espulsione dello straniero dallo Stato

L’espulsione dello straniero dal territorio dello Stato è ordinata dal giudice, oltre che nei casi espressamente preveduti dalla legge, quando lo straniero sia condannato alla reclusione per un tempo non inferiore a dieci anni.

Allo straniero che trasgredisce all’ordine di espulsione, pronunciato dal giudice, si applicano le sanzioni stabilite dalle leggi di sicurezza pubblica per il caso di contravvenzione all’ordine di espulsione emanato dall’Autorità amministrativa.


Giurisprudenza annotata

Espulsione o allontanamento dello straniero

L'espulsione dello straniero dal territorio dello Stato, nel caso di condanna alla reclusione per un tempo superiore a due anni - prevista dall'art. 235 c.p., come modificato dal d.l. n. 92 del 2008, conv., con modificazioni, in l. n. 125 del 2008 - costituisce una misura di sicurezza personale e, in quanto tale, opera in riferimento anche ai fatti criminosi commessi prima della novella, discendendo l'applicazione dall'attualità della pericolosità. Rigetta, App. Venezia, 04/02/2013

Cassazione penale sez. III  19 settembre 2013 n. 44188

 

L'espulsione dello straniero dal territorio dello Stato, nel caso di condanna alla reclusione per un tempo superiore a due anni - prevista dall'art. 235 c.p., come modificato dal d.l. n. 92 del 2008, conv. con modif. in legge n. 125 del 2008 - costituisce una misura di sicurezza personale che trova la sua disciplina generale negli artt. 199 ss. c.p. e può essere ordinata dal giudice solo ove, con congrua e logica motivazione, accerti, alla luce dei criteri posti dall'art. 133 c.p., la sussistenza in concreto della pericolosità sociale del condannato, la quale si può manifestare principalmente con la reiterazione dei fatti criminosi.

Cassazione penale sez. IV  14 marzo 2012 n. 15447  

 

La misura di sicurezza dell'espulsione dello straniero prevista dall'art. 235 c.p. può essere ordinata solo laddove si accerti la pericolosità sociale del condannato.

Cassazione penale sez. IV  14 marzo 2012 n. 15447  

 

Va ordinata l'espulsione ai sensi dell'art. 235 c.p. allo straniero a cui è stata applicata una pena edittale superiore ai 2 anni di reclusione, qualora, in assenza di qualsiasi ravvedimento, ci siano numerosi elementi che concorrono ad affermare la pericolosità sociale, se si considerano in generale le modalità dell'azione (nel caso di specie, condotta criminosa accuratamente organizzata, esercitata in forma sistematica), nonché l'intensità del dolo (nel caso di specie, nell'esercizio di una condotta criminosa protrattasi con carattere di professionalità e nella sicura consapevolezza della pericolosità e dell'allarme sociale della sua condotta), la condotta concomitante al delitto e successiva.

Tribunale La Spezia  04 maggio 2011 n. 448

 

In virtù dell'art. 200, commi 1 e 2, c.p., il principio di irretroattività della legge penale (art. 2 c.p.) non opera rispetto alle misure di sicurezza (Fattispecie relativa all'applicazione della misura dell'espulsione od allontanamento dello straniero dallo Stato prevista dall'art. 235 c.p. come sostituito dall'art. 1, comma 1, lettera a d.l. 23 maggio 2008 n. 92, conv. in legge con modificazioni dall'art. 1, comma 1, l. 24 luglio 2008 n. 125).

Sezione Sorveglianza Alessandria  30 luglio 2010

 

Il ricorrente era stato indagato e poi condannato per partecipazione a gruppo fondamentalista islamico e favoreggiamento dell'immigrazione clandestina. Egli risiedeva in Italia dal 1986 ed è padre di tre figli in tenera età nati in Italia. In appello è stato assolto dal reato di immigrazione clandestina, divenendo definitiva la condanna per l'altro reato e l'ordine di espulsione a norma dell'art. 235 del codice penale. Terminata l'espiazione della pena (in forza di concessione della liberazione anticipata) il ricorrente era stato espulso con provvedimento del Ministro dell'interno, cui il giudice di sorveglianza aveva dato parere favorevole. Tuttavia in precedenza il ricorrente aveva adito la Corte rappresentando il rischio concreto di essere sottoposto a tortura ove fosse stato inviato in Tunisia. La Corte europea aveva perciò invitato, in base all'art. 39 del Regolamento, il Governo italiano a soprassedere all'espulsione fino a che la Corte non si fosse pronunciata. Sicché l'Italia ha dovuto rispondere davanti agli organi di giustizia di Strasburgo con riferimento a entrambe le violazioni. La Corte ha riconosciuto la sussistenza delle indicate violazioni, affermando tra l'altro che le assicurazioni fornite dal Governo tunisino (peraltro da funzionario di cui non era chiaro il ruolo quanto alla legittimazione a esporre la volontà del suo Paese sul piano internazionale) non erano tali da fare ritenere infondati i timori del ricorrente; il che era tra l'altro comprovato da una serie di atti e rapporti dei quali la Corte ha ritenuto di tenere conto, inclusi rapporti di Amnesty International e del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti d'America (nel caso di specie, a riprova di ciò, stava il fatto che le autorità tunisine avevano per parecchi mesi rifiutato di rinnovare il passaporto alla moglie, che intendeva raggiungerlo a Tunisi per verificarne le condizioni di detenzione). Quanto all'avvenuta espulsione nonostante la misura disposta dalla Corte europea ex art. 39, cit., è stato ribadito, in via generale, che le misure provvisorie hanno lo scopo di preservare i diritti delle parti ad avere una pronuncia da parte della Corte, sì che il fatto che uno Stato non osservi a tali misure provvisorie vanifica l'efficacia del diritto individuale alla Corte europea. Nel caso di specie, in particolare, l'esecuzione dell'espulsione ha "tolto utilità all'eventuale constatazione di violazione (quanto all'art. 3 Cedu; n.d.r.) in quanto il ricorrente è stato allontanato verso un Paese che non è parte alla convenzione. Né il Governo italiano ha chiesto la revoca della misura adottata in base all'art. 39 prima di procedere all'espulsione. Conclude infine che "il fatto che il ricorrente sia stato sottratto alla giurisdizione italiana costituisce un serio ostacolo che potrebbe impedire al Governo di adempiere ai suoi obblighi (derivanti dagli art. 1 e 46 della convenzione) di salvaguardare i diritti dell'interessato e di cancellare le conseguenze delle violazioni constatate dalla Corte".

Corte europea diritti dell'uomo sez. II  13 aprile 2010 n. 50163  



 
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