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Art. 26 codice penale: Ammenda

La pena dell’ammenda consiste nel pagamento allo Stato di una somma non inferiore a lire quattromila nè superiore a lire due milioni.

 


Giurisprudenza annotata

Ammenda

Deve essere disposta la restituzione al giudice rimettente degli atti relativi alla q.l.c. dell'art. 4 l. reg. Lazio 5 luglio 1994 n. 30, in riferimento all'art. 117 cost., in relazione all'art. 16 l. n. 689 del 1981, nella parte in cui, nel caso di violazione amministrativa sanzionata nel solo massimo edittale, non consente all'interessato di accedere all'oblazione, corrispondendo anche il doppio del minimo edittale ricavato, secondo il diritto vivente, alla stregua del disposto di cui all'art. 26 c.p., perché, a seguito della entrata in vigore della l. cost. 18 ottobre 2001 n. 3, il cui art. 3 ha sostituito l'invocato art. 117 cost., proceda ad un nuovo esame della questione.

Corte Costituzionale  11 dicembre 2001 n. 397  

 

È manifestamente inammissibile, per mancata definizione della questione nei suoi termini precisi e per difetto di congrua ed esauriente motivazione sulla rilevanza, la q.l.c. dell'art. 4 l. reg. Lazio 5 luglio 1994 n. 30 (Disciplina delle sanzioni amministrative di competenza regionale), "laddove, in ipotesi di violazione amministrativa sanzionata nel solo massimo edittale, non consente all'interessato di accedere all'oblazione corrispondendo, secondo la previsione di cui all'art. 16 l. n. 689 del 1981, anche il doppio del minimo edittale, ricavato, secondo il diritto vivente, alla stregua del disposto di cui all'art. 26 c.p.".

Corte Costituzionale  31 ottobre 2000 n. 452  

 

Non è legale la sanzione pecuniaria espressa in euro, sia perché le pene pecuniarie, ai sensi degli art. 24 e 26 c.p., sono sempre indicate in lire, sia in quanto, allo stato, l'euro esiste solamente come valuta di conto, ma non anche come moneta fisica. (Nella fattispecie, la Corte, ai sensi dell'art. 619 comma 2 c.p.p., ha rettificato, convertendo in lire la pena pecuniaria, la sentenza del pretore, che aveva condannato l'imputato ad una multa in euro).

Cassazione penale sez. V  02 giugno 1999 n. 2678  

 

In tema di sanzioni amministrative, il "minimo della sanzione edittale" - al quale fa riferimento l'art. 16 l. 24 novembre 1981 n. 689, consentendo il pagamento in misura ridotta della sanzione, con effetto solutorio - va individuato quando non sia previsto nella disposizione sanzionatoria speciale, nella misura di lire quattromila fissata in via generale quale minimo dall'art. 10 della cit. legge n. 689, allorché si tratti di sanzioni originariamente amministrative e dall'art. 26 c.p. allorché si tratti di sanzioni amministrative per reati depenalizzati.

Cassazione civile sez. I  20 gennaio 1997 n. 543  

 

L'esclusione della depenalizzazione prevista dall'art. 34 comma 1 lett. e), l. n. 689 del 1981 non riguarda le contravvenzioni di cui all'art. 17 l. n. 283 del 1962, le cui fattispecie penali risultano identificate non già da questa legge, ma solo dal suo regolamento di esecuzione (d.P.R. n. 327 del 1980). L'art. 16 l. n. 689 del 1981, recante "Modifiche al sistema penale", nel disciplinare il pagamento in misura ridotta delle sanzioni amministrative, statuisce che le stesse possono essere estinte mediante il pagamento di una somma "pari alla terza parte del massimo della sanzione prevista per la violazione commessa o, se più favorevole, al doppio del minimo della sanzione edittale". Questo minimo, per le sanzioni di origine amministrativa, risulta indicato dall'art. 10 della medesima l. n. 689 del 1981 (in una somma non inferiore a lire quattromila), mentre per le sanzioni depenalizzate di cui all'art. 32 può essere desunto dall'art. 38 della legge in questione ove, per individuare l'entità della somma dovuta in relazione ad una sanzione amministrativa conseguente ad un illecito depenalizzato, si rinvia all'ammontare della multa e dell'ammenda. Nell'ipotesi di sanzione amministrativa derivante - come nel caso preso in esame nel giudizio "a quo" - da una contravvenzione depenalizzata (ex art. 17 l. 30 aprile 1962 n. 283), la misura minima della sanzione può essere, dunque, desunta in via generale così come indicato dalla giurisprudenza della Cassazione richiamata quale "diritto vivente" nell'ordinanza di rinvio dall'art. 26 c.p., che indica, per l'ammenda, la misura minima di lire quattromila.

Corte Costituzionale  07 giugno 1996 n. 187  

 

È illegittimo, per violazione dell'art. 117 cost., l'art. 6 l. reg. Abruzzo 19 luglio 1984 n. 47, nella parte in cui, nell'ipotesi di violazione depenalizzata ai sensi dell'art. 32 l. 24 novembre 1981 n. 689, punita con sanzione amministrativa per la quale la legge prevede solo il massimo edittale, non consente all'interessato di accedere al pagamento della sanzione in misura ridotta, come disciplinato dall'art. 16 della stessa legge n. 689, corrispondendo il doppio del minimo edittale ricavato dal disposto dell'art. 26 c.p.

Corte Costituzionale  08 maggio 1995 n. 152

 

In tema di sanzioni amministrative, relativamente alle contravvenzioni depenalizzate in ordine alle quali era previsto soltanto il limite massimo dell'ammenda, ai fini del pagamento della sanzione in misura ridotta, ai sensi dell'art. 16, comma 1 della l. 24 novembre 1981 n. 689, non va considerato esclusivamente il versamento della somma pari al terzo del massimo edittale, restando rilevante, ove più favorevole, il "doppio del minimo della pena edittale", che va determinato in una somma pari al doppio del minimo dell'ammenda, siccome previsto in generale (art. 26 c.p.).

Cassazione civile sez. I  16 maggio 1994 n. 4792

 

Nel caso di oblazione nelle contravvenzioni per le quali la legge stabilisce la sola ammenda, di cui all'art. 162 c.p., quando la pena edittale è indeterminata nel massimo - come nella specie per la contravvenzione prevista dall'art. 677 comma 1 c.p. - occorre fare riferimento al disposto dell'art. 26 c.p., secondo il quale la pena dell'ammenda pura non può essere superiore a due milioni di lire. Pertanto, in tal caso, la somma da pagare deve essere pari alla terza parte del detto importo di lire due milioni, cioè lire seicentosessantaseimila.

Cassazione penale sez. I  27 aprile 1994

 

Nel caso di contravvenzione punita con l'ammenda, per la quale manchi la quantificazione della sanzione pecuniaria massima, l'indice di riferimento per la determinazione della terza parte del massimo della pena, ai fini della oblazione, è costituito dall'art. 26 c.p. secondo il quale la pena dell'ammenda non può essere superiore a lire due milioni. Ne consegue che, in tale caso, la somma da versare deve essere pari ad un terzo del detto importo di lire due milioni. (Nella specie, trattavasi della contravvenzione di cui all'art. 677 c.p. comma 1, punita con l'ammenda "non inferiore a lire duecentomila").

Cassazione penale sez. I  20 marzo 1994



 
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