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Codice penale aggiornato  al  13 Feb 2015
 
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Art. 261 codice penale: Rivelazione di segreti di Stato

Chiunque rivela taluna delle notizie di carattere segreto indicate nell’articolo 256 è punito con la reclusione non inferiore a cinque anni.

Se il fatto è commesso in tempo di guerra, ovvero ha compromesso la preparazione o la efficienza bellica dello Stato o le operazioni militari, la pena della reclusione non può essere inferiore a dieci anni.

Se il colpevole ha agito a scopo di spionaggio politico o militare, si applica, nel caso preveduto dalla prima parte di questo articolo, la pena dell’ergastolo; e, nei casi preveduti dal primo capoverso, la pena di morte (1).

Le pene stabilite nelle disposizioni precedenti si applicano anche a chi ottiene la notizia.

Se il fatto è commesso per colpa, la pena è della reclusione da sei mesi a due anni, nel caso preveduto dalla prima parte di questo articolo, e da tre a quindici anni qualora concorra una delle circostanze indicate nel primo capoverso.

(1) La pena di morte è stata soppressa e sostituita con l’ergastolo.


Giurisprudenza annotata

Rivelazione di segreti di Stato

Deve ritenersi incompatibile con il sistema di valori della Carta costituzionale un apparato processuale che obblighi l'imputato al silenzio ogni qualvolta l'esercizio del proprio diritto di difesa possa comportare l'eventuale rivelazione di informazioni (coperte dal segreto di Stato. Pertanto, non è consentito estendere anche all'imputato il divieto di rendere dichiarazioni previsto dall'art. 202 c.p.p. solamente per il testimone, non potendosi attribuire a tale norma un'interpretazione volta a privilegiare interessi pubblicistici (pur essi di natura costituzionale) a discapito di diritti inviolabili della persona. Solo tale interpretazione, che rinviene nell'art. 51 c.p. la diretta espressione del principio sancito dall'art. 24 Cost., consente — ad un tempo — di scongiurare il pericolo di una condanna ingiusta dell'imputato come conseguenza dell'indebita compressione del proprio diritto di difesa, di circoscrivere all'indispensabile la divulgazione di atti coperti dal segreto (con il limite, cioè, della pertinenza rispetto all'oggetto della prova e della continenza nell'interesse difensivo) e, infine, di impedire che l'imputato possa discrezionalmente pregiudicare le ragioni della giurisdizione, ostacolando pretestuosamente la celebrazione del processo.

Ufficio Indagini preliminari Milano  06 febbraio 2007

 

E manifestamente inammissibile, per carenza di potere decisorio, in capo al giudice "a quo", la q.l.c. dell'art. 262 c.p., nella parte in cui punisce chiunque rivela od ottiene notizie delle quali l'autorità competente ha vietato la divulgazione, in riferimento agli art. 3 e 25, comma 2, cost.

Corte Costituzionale  28 giugno 2002 n. 295  

 

È infondata la q.l.c. dell'art. 262 c.p., nella parte in cui punisce chiunque rivela od ottiene notizie delle quali l'autorità competente ha vietato la divulgazione, in riferimento all'art. 25, comma 2, cost.

Corte Costituzionale  28 giugno 2002 n. 295  

 

Il provvedimento impositivo del segreto di Stato ovvero recante il divieto di divulgazione di atti, documenti o notizie disposto dalla competente autorità, concorrendo ad integrare le fattispecie incriminatrici di cui agli art. 256, 261 e 262 c.p., è soggetto al sindacato giurisdizionale di legittimità sotto il profilo dell'inerenza del segreto o del divieto di divulgazione ad una delle specifiche finalità statuali indicate dall'art. 12, comma 1, l. 24 ottobre 1977 n. 801 e dell'idoneità della loro diffusione a recare un concreto pregiudizio agli interessi pubblici nonché alla natura non eversiva dell'ordine costituzionale dei fatti oggetto di segreto o di divieto.

Cassazione penale sez. I  10 dicembre 2001 n. 3348  

 

Ai fini della configurabilità dei reati di procacciamento di notizia concernenti la sicurezza dello Stato, rivelazione di segreti di Stato e rivelazione di notizie di cui sia stata vietata la divulgazione (art. 256, 260 e 261 c.p.), è legittimo il provvedimento impositivo del segreto o recante il divieto di divulgazione che sia stato adottato da autorità delegata dal Presidente del Consiglio dei ministri, atteso che, ai sensi del comma 2 dell'art. 1 l. 24 ottobre 1977 n. 801, è consentito a quest'ultimo - ferma restando la sua funzione di alta direzione e coordinamento e la relativa responsabilità politica - non esercitare personalmente le attività inerenti al segreto di Stato, conferendone la delega ad altri organismi amministrativi specificatamente individuati. (Fattispecie concernente atti delegati dal Presidente del Consiglio dei ministri all'Autorità nazionale per la sicurezza).

Cassazione penale sez. I  10 dicembre 2001 n. 3348  

 

In tema di procacciamento e rivelazione di notizie di carattere segreto o riservato concernenti la sicurezza dello Stato, è sindacabile da parte del giudice il provvedimento impositivo del segreto ovvero del divieto di divulgazione, che concorre ad integrare l'elemento costitutivo della "segretezza" o "riservatezza" dei delitti di cui agli art. 256, 261 e 262 c.p., in ordine al duplice profilo della pertinenza ed idoneità offensiva delle informazioni procurate o rivelate in relazione agli interessi pubblici indicati dall'art. 12 l. 24 ottobre 1977 n. 801 e della natura non eversiva dell'ordine costituzionale dei fatti segretati. (In applicazione di tale principio, la Corte ha ritenuto corretta sotto il profilo giuridico e logicamente motivata quanto all'apprezzamento del fatto la decisione di merito che aveva considerato idonea a mettere in pericolo la sicurezza dello Stato la divulgazione di documenti riservati in cui erano descritti compiti e poteri di organismi preposti alla sicurezza internazionale, erano elencati nominativi e qualifiche di funzionari UCSI, e, infine, si faceva riferimento a procedure di copertura per il porto d'armi ed ai documenti di riconoscimento del personale SISMI, mentre aveva escluso la riferibilità di tale tutela al contenuto del documento relativo all'impiego di "Operatori Speciali del servizio Italiano" nell'organizzazione della "Guerra non ortodossa", finalizzata ad azioni di guerra e di sabotaggio sul territorio nazionale, sulla base del suo carattere eversivo dell'assetto costituzionale).

Cassazione penale sez. I  10 dicembre 2001 n. 3348  

 

La normativa introdotta dal nuovo codice penale - che ha istituito l'ufficio del giudice per le indagini preliminari - è applicabile anche al processo militare, in virtù del principio di complementarietà espresso nell'art. 261 c.p.p., secondo il quale "salvo che la legge disponga diversamente, le disposizioni del c.p.p. si osservano anche per i procedimenti davanti ai tribunali militari". Da tale norma consegue l'applicabilità di tutte le norme contenute nel codice 1988, ad eccezione di quelle derogative poste dal c.p.m.p. in ragione della tutela delle speciali esigenze dell'ordinamento militare e in funzione dei principi sanciti dall'art. 52 cost.

Cassazione penale sez. I  19 gennaio 1996 n. 2215  



 
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