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Codice penale aggiornato  al  13 Feb 2015
 
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Art. 266 codice penale: Istigazione di militari a disobbedire alle leggi

Chiunque istiga i militari a disobbedire alle leggi o a violare il giuramento dato o i doveri della disciplina militare o altri doveri inerenti al proprio stato, ovvero fa a militari l’apologia di fatti contrari alle leggi, al giuramento, alla disciplina o ad altri doveri militari, è punito, per ciò solo, se il fatto non costituisce un più grave delitto, con la reclusione da uno a tre anni.

La pena è della reclusione da due a cinque anni se il fatto è commesso pubblicamente.

Le pene sono aumentate se il fatto è commesso in tempo di guerra.

Agli effetti della legge penale, il reato si considera avvenuto pubblicamente quando il fatto è commesso: 1) col mezzo della stampa, o con altro mezzo di propaganda; 2) in luogo pubblico o aperto al pubblico e in presenza di più persone; 3) in una riunione che, per il luogo in cui è tenuta, o per il numero degli intervenuti, o per lo scopo od oggetto di essa, abbia carattere di riunione non privata.

La Corte costituzionale, con sentenza 21 marzo 1989, n. 139, ha dichiarato l’illegittimità costituzionale di questo articolo nella parte in cui non prevede che per l’istigazione di militari a commettere un reato militare la pena sia sempre applicata in misura inferiore alla metà della pena stabilita per il reato al quale si riferisce l’istigazione.


Giurisprudenza annotata

Istigazione di miliari a disobbedire alle leggi

Ai fini della configurabilità del reato di istigazione di militari a disobbedire alle leggi la relativa condotta deve rivestire carattere di effettiva pericolosità per l'esistenza di beni costituzionalmente protetti ed essere concretamente idonea a promuovere la commissione di delitti. (Vedi Corte cost., sent. n. 263, 519 e 531 del 2000). Dichiara inammissibile, Gip Trib. Larino, 19 settembre 2007

Cassazione penale sez. I  30 novembre 2010 n. 44789  

 

Perché agli effetti della legge penale possa ritenersi sussistente il requisito della "pubblicità" del fatto è sufficiente, ai sensi dell'art. 266, comma 4, n. 2, c.p., che il fatto sia commesso, oltre che in luogo pubblico o aperto al pubblico, in presenza di due persone le quali possono anche essere quelle previste nell'art. 331 c.p.p. (Fattispecie relativa al reato di bestemmia, in cui l'espressione oltraggiosa verso la divinità era stata pronunciata in luogo pubblico in presenza di due militari verbalizzanti; la Cassazione ha ritenuto infondata la tesi secondo cui per integrare il requisito della "pubblicità" sarebbe necessaria la presenza di una pluralità indeterminata di persone, tra le quali non dovrebbero essere compresi i verbalizzanti, ed ha enunciato il principio di cui in massima).

Cassazione penale sez. un.  27 marzo 1992

 

In base al generale disposto dell'art. 266, comma 4, c.p., per il quale il reato si considera avvenuto pubblicamente quando il fatto è commesso "in luogo pubblico o aperto al pubblico e in presenza di più persone", perché sussista il predetto requisito quale estremo del reato di bestemmia è sufficiente che quest'ultima venga profferita in presenza di due persone e bene le stesse possono essere quelle previste dall'art. 331, comma 1, c.p.p. (nel caso di specie, l'imputato aveva pronunciato l'espressione oltraggiosa "porco Dio" in una strada pubblica della città di Genova in presenza dei due militari verbalizzanti).

Cassazione penale sez. un.  27 marzo 1992

 

L'eliminazione del principio, originariamente richiamato dai patti lateranensi, della "religione cattolica come sola religione dello Stato" per effetto dell'art. 1 del protocollo addizionale alla l. 25 marzo 1985 n. 121 (cosiddetto "nuovo concordato") non ha inciso sull'ambito di operatività dell'art. 724, comma 1, c.p., dal momento che la norma incriminatrice predetta tende non già a tutelare il sentimento religioso, e quello cattolico in particolare, bensì a impedire la espressione di quella volgarità pubblica che lede il bene del buon costume e che estrinseca, appunto, con l'inveire, con invettive ed espressioni oltraggiose, contro le divinità, i simboli o le persone della religione (la limitazione della tutela alla sola religione cattolica non è espressione di arbitraria discriminazione, ma si giustifica in forza del dato sociologico che l'uso di bestemmiare in Italia concerne esclusivamente o normalmente i simboli e le persone della religione cattolica).

Cassazione penale sez. un.  27 marzo 1992

 



 
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