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Art. 27 codice penale: Pene pecuniarie fisse e proporzionali

La legge determina i casi nei quali le pene pecuniarie sono fisse e quelle in cui sono proporzionali. Le pene pecuniarie proporzionali non hanno limite massimo.


Giurisprudenza annotata

Pene pecuniarie

La potestà punitiva dello Stato che l'esecuzione della pena attua con la costrizione del condannato, cui fa riscontro la situazione di soggezione di questo, ha un limite nel vigente ordinamento giuridico, inerente alla tutela della salute come fondamentale diritto dell'individuo (art. 32 Cost.) che neppure la generale inderogabilità dell'esecuzione della condanna può sopravanzare quando la pena, per le "condizioni di grave infermità fisica" del soggetto (art. 147 comma 1, n. 2 c.p.) finisca per costituire trattamento contrario al senso di umanità e col perdere la tendenza alla rieducazione. Ne deriva che, nel decidere se far o meno luogo al rinvio "facoltativo" della esecuzione della pena per grave infermità fisica del condannato, il giudice di merito con adeguata e coerente motivazione deve dar ragione delle sue scelte, bilanciando il principio costituzionale dell'uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge (art. 3 Cost.) con quelli della tutela della salute (art. 32 Cost.) e del senso di umanità (art. 27 Cost.) che deve caratterizzare l'esecuzione della pena. (Nella specie la Cassazione ha ritenuto lo stato di detenzione non conciliabile con una encefalopatia ischemica cronica multinfartuale, trattandosi di patologia importante la necessità di costanti contatti con presidi sanitari specializzati in grado di associare, in tempi reali, accertamenti diagnostici e misure terapeutiche opportune).

Cassazione penale sez. I  08 marzo 1994

 

Le pene pecuniarie proporzionali non sono soggette, per loro natura, ad alcun limite massimo, come espressamente disposto dall'art. 27 seconda parte c.p. Ne deriva che, in caso di concorso di reati, le norme sulla continuazione (art. 81 comma 2 c.p.) e quelle sul cumulo giuridico (art. 78 c.p.) non possono trovare applicazione limitatamente a quella parte delle violazioni che siano punite con pene pecuniarie proporzionali. In particolare, per quel che attiene alla continuazione, la legge, allorquando stabilisce che una pena sia proporzionale all'entità o al numero delle infrazioni, esclude implicitamente l'applicabilità della normativa sulla continuazione dato che questa non prevede la proporzionalità della pena in rapporto all'entità o al numero delle violazioni che vengono a confluire nel reato continuato ed atteso che il giudice non ha il potere di sovvertire il meccanismo della proporzionalità sostituendovi - quando la pena proporzionale inerisce alla violazione meno grave - quello dell'aumento fino al triplo della pena base pecuniaria ovvero detentiva. (Fattispecie in cui il giudice di merito aveva ritenuto la continuazione tra il reato di contrabbando e quello di resistenza a pubblico ufficiale e, considerato più grave quest'ultimo, aveva applicato un aumento della pena detentiva per il reato satellite; la Cassazione, sulla scorta del principio di cui in massima, ha censurato la decisione in questione affermando che il giudice di merito avrebbe dovuto, invece, applicare per il reato di contrabbando la pena pecuniaria proporzionale della multa).

Cassazione penale sez. VI  11 giugno 1992

 

È manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale degli artt. 1 e 2 l. 30 aprile 1976 n. 159 e 27 c.p. - in riferimento agli artt. 3 e 27 Cost. - proposta sotto il profilo che il sistema adottato in conformità all'art. 27 c.p. (irrogazione di pene pecuniarie proporzionali all'entità delle somme esportate o non rimpatriate) darebbe luogo ad una sanzione irragionevolmente sproporzionata alla colpevolezza del soggetto (con violazione dell'art. 3 Cost.) e si porrebbe in contrasto con il principio di "umanità" della pena consacrato dall'art. 27 comma 2 Cost. Inoltre, il criterio adottato nella specie dal legislatore - in quanto fondato su di un calcolo "estrinseco" alla sfera del condannato - importerebbe la violazione del principio di personalità della responsabilità di cui all'art. 27 comma 1 Cost. Non sussiste, infatti, violazione del principio della personalità della responsabilità penale in quanto l'entità della pena pecuniaria da infliggere al condannato è stata dalla legge correlata proprio all'entità del fatto-reato commesso da costui. Nemmeno, poi, può parlarsi di violazione del principio di " umanità " della pena, sia perché l'effettivo pagamento della pena pecuniaria inflitta risulta condizionato dall'effettiva entità del patrimonio del condannato, sia perché in caso di insolvibilità di costui, non può farsi luogo alla espiazione di pena detentiva.

Cassazione penale sez. III  30 giugno 1984

 

È manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale degli artt. 1 e 2 l. 30 aprile 1976 n. 159 e 27 c.p. - in riferimento agli artt. 3 e 27 Cost. - proposta sotto il profilo che il sistema adottato in conformità all'art. 27 c.p. (irrogazione di pene pecuniarie proporzionali all'entità delle somme esportate o non rimpatriate) darebbe luogo ad una sanzione irragionevolmente sproporzionata alla colpevolezza del soggetto (con violazione dell'art. 3 Cost.) e si porrebbe in contrasto con il principio di "umanità" della pena consacrato dall'art. 27 comma 2 Cost. Inoltre, il criterio adottato nella specie dal legislatore - in quanto fondato su di un calcolo "estrinseco" alla sfera del condannato - importerebbe la violazione del principio di personalità della responsabilità di cui all'art. 27 comma 1 Cost. Non sussiste, infatti, violazione del principio della personalità della responsabilità penale in quanto l'entità della pena pecuniaria da infliggere al condannato è stata dalla legge correlata proprio all'entità del fatto-reato commesso da costui. Nemmeno, poi, può parlarsi di violazione del principio di " umanità " della pena, sia perché l'effettivo pagamento della pena pecuniaria inflitta risulta condizionato dall'effettiva entità del patrimonio del condannato, sia perché in caso di insolvibilità di costui, non può farsi luogo alla espiazione di pena detentiva.

Cassazione penale sez. III  30 giugno 1984



 
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