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Art. 278 codice penale: Offesa all’onore o al prestigio del Presidente della Repubblica

Chiunque offende l’onore o il prestigio del Presidente della Repubblica è punito con la reclusione da uno a cinque anni.

Articolo così modificato dalla L. 11 novembre 1947, n. 1317.


Giurisprudenza annotata

Offesa all'onore e al prestigio del Presidente della Repubblica

Non spetta al Senato della Repubblica affermare che le dichiarazioni rese da un senatore, per le quali pende procedimento penale davanti al tribunale per il reato di cui all'art. 278 c.p., costituiscono opinioni espresse da un membro del Parlamento nell'esercizio delle sue funzioni, ai sensi dell'art. 68, comma 1, cost. Nemmeno quando queste opinioni siano ascrivibili come "critica politica", e quindi prive di rilevanza giuridica e non perimetrabili entro la declinazione giurisprudenziale del nesso funzionale. Invece, vale sempre e comunque il concetto giurisprudenziale di "nesso funzionale": in tal senso milita altresì la giurisprudenza europea, alla quale la Corte costituzionale sembra fondare il suo giudizio in prevalenza. Non può essere sollevata questione di legittimità costituzionale dell'art. 278 c.p., investendo la Corte come giudice a quo, perché la questione è priva di rilevanza per carenza del necessario nesso di pregiudizialità tra la risoluzione della questione medesima e la definizione del giudizio.

Corte Costituzionale  17 dicembre 2013 n. 313  

 

L'autorizzazione a procedere da parte del Ministro della giustizia, prevista dall'art. 313 comma 1 c.p. per i reati ivi indicati, ha natura di atto politico e non è, pertanto, sindacabile in sede giurisdizionale. (Nella specie, in applicazione di tale principio, la Corte ha annullato senza rinvio la sentenza predibattimentale di non luogo a procedere per il reato di cui all'art. 278 c.p. pronunciata dal tribunale sulla base della ritenuta illegittimità dell'autorizzazione a procedere rilasciata dal ministro, disponendo nel contempo la restituzione degli atti, per il seguito del procedimento, al medesimo tribunale, cui veniva demandata anche la valutazione circa l'opportunità o meno di sollevare conflitto di attribuzione con la camera di appartenenza dell'imputato, investito di mandato parlamentare, la quale aveva ritenuto che il reato di cui all'art. 278 c.p., a lui addebitato, costituisse manifestazione di opinione riconducibile all'esercizio di detto mandato).

Cassazione penale sez. I  28 settembre 2010 n. 45074  

 

La previsione di reato di cui all'art. 278 c.p. (offesa all'onore o al prestigio del Presidente della Repubblica) manifestamente non si pone in contrasto con gli art. 3, 21, 24, 25, comma 2, e 111 cost. e può essere integrata da affermazioni che, esulando dai limiti del legittimo diritto di critica, abbiano (valutate nell'ambito dell'intero contesto in cui sono contenute) carattere insultante, ingiurioso e ridicolizzante.

Cassazione penale sez. I  04 febbraio 2004 n. 12625  

 

Per la consumazione del reato previsto dall'art. 278 c.p. - offesa all'onore o al prestigio del Presidente della Repubblica - non è richiesto che l'offesa diretta a quest'ultimo avvenga col mezzo della stampa, essendo sufficiente la semplice comunicazione dell'offesa ad un terzo con qualsiasi mezzo. (Nella fattispecie si trattava di offesa contenuta in una lettera pubblicata su un quotidiano dopo che la stessa era stata recapitata al direttore del giornale che in quel momento si trovava in una città diversa da quella della pubblicazione del giornale medesimo. La S.C. ha ritenuto che - essendo stato dai giudici di merito escluso il concorso nel reato da parte del direttore del quotidiano, condannato infatti per il reato previsto dall'art. 57 c.p. in relazione all'art. 278 c.p. per aver omesso di esercitare il prescritto controllo sul giornale da lui diretto - correttamente era stata ritenuta la competenza territoriale del tribunale della città in cui si trovava il direttore del giornale al momento in cui aveva ricevuto la lettera in questione, essendo stato il primo a conoscere il contenuto offensivo di detto documento).

Cassazione penale sez. I  16 ottobre 1996 n. 9880  

 

È manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale dell'art. 278 c.p., sollevata, in riferimento all'art. 27 comma 3 Cost., nella parte in cui prevede un minimo edittale di pena di anni uno di reclusione. (La Corte, nel disattendere la pertinenza del richiamo operato dal giudice a quo alle considerazioni poste a fondamento della sent. n. n. 341 del 1994, ha osservato che, tenuto conto del valore di rango costituzionale che la norma mira a preservare, ben si giustifica la previsione di un trattamento sanzionatorio che adeguatamente scolpisca, anche nel minimo edittale, il particolare disvalore che assume per la intera collettività l'offesa all'onore e al prestigio della più alta magistratura dello Stato).

Corte Costituzionale  20 maggio 1996 n. 163  

 

È manifestamente infondata la q.l.c. dell'art. 278 c.p. (offesa all'onore o al prestigio del Presidente della Repubblica) sotto il profilo della irragionevolezza della sanzione, - per sproporzione rispetto a quella stabilita per i delitti di ingiuria e di oltraggio a pubblico ufficiale - e con riferimento ai principi di cui agli art. 3 e 27 cost. Ciò in quanto, data l'eccezionale rilevanza del bene protetto dalla norma in considerazione, e, dunque, data la improponibilità di analogie tra la fattispecie criminosa da essa sanzionata e i delitti di oltraggio a p.u. e ingiuria -, si deve ritenere che non vi sia alcuno straripamento dei criteri di congruità sia sotto il profilo della coerenza intrinseca al sistema penale, sia sotto il profilo della violazione dei valori costituzionali.

Cassazione penale sez. I  12 febbraio 1996 n. 3069  

 

È manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale dell'art. 278 c.p. (offesa all'onore o al prestigio del Presidente della Repubblica) sotto il profilo della irragionevolezza della sanzione - per sproporzione rispetto a quella stabilita per i delitti di ingiuria e di oltraggio a pubblico ufficiale - e con riferimento ai principi di cui agli art. 3 e 27 cost. Ciò in quanto, data l'eccezionale rilevanza del bene protetto dalla norma in considerazione, e, dunque, data la improponibilità di analogie tra la fattispecie criminosa da essa sanzionata e i delitti di oltraggio a p.m. e ingiuria, si deve ritenere che non vi sia alcuno straripamento dai criteri di congruità sia sotto il profilo della coerenza intrinseca al sistema penale, sia sotto il profilo della violazione dei valori costituzionali.

Cassazione penale sez. I  12 febbraio 1996 n. 3069  

 

Non è manifestamente infondata - in riferimento all'art. 27 comma 3 cost. - la questione di legittimtià costituzionale dell'art. 278 c.p. (Offesa all'onore o al prestigio del Presidente della Repubblica), nella parte in cui prevede un minimo, edittale di pena di un anno di reclusione.

Ufficio Indagini preliminari Pordenone  30 marzo 1995

 

Per la proposizione da parte del P.M. della richiesta di autorizzazione a procedere è previsto un duplice termine: uno, di carattere strutturale, esige che la richiesta detta intervenga prima dell'esercizio dell'azione penale, l'altro è di carattere temporale, dovendo la stessa essere presentata entro trenta giorni dall'iscrizione nel registro delle notizie di reato del nome della persona per la quale è necessaria l'autorizzazione. L'inosservanza del termine strutturale non ha una diretta ed immediata sanzione processuale ma incide solo sul rapporto tra autorizzazione a procedere ad azione penale, costituendo la prima condizione di promuovibilità della seconda, e su quello tra autorizzazione ed iniziativa del P.M. nell'ambito del procedimento, prevedendo il sistema normativo rigorosi e speciali limiti al compimento di atti da parte del P.M. prima della concessione dell'autorizzazione. Il termine temporale non ha carattere perentorio. (Nella fattispecie, il P.M. aveva chiesto l'autorizzazione a procedere nei confronti di imputata per il reato di cui all'art. 278 c.p. oltre il termine di trenta giorni indicato dall'art. 344 comma 1 c.p.p. e dopo la richiesta di rinvio a giudizio ma il G.I.P. aveva dichiarato non luogo a procedere per mancanza di autorizzazione. Successivamente, questa era stata concessa dal ministro di grazia e giustizia e il P.M. aveva disposto una nuova iscrizione nel registro notizie reato e formulato una seconda richiesta di rinvio a giudizio. Il G.I.P. all'esito di giudizio abbreviato, aveva prosciolto l'imputata per mancanza di valida autorizzazione. La corte di cassazione ha annullato con rinvio la sentenza enunciando il principio di cui in massima.

Cassazione penale sez. I  29 aprile 1993

 

 



 
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