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Art. 28 codice penale: Interdizione dai pubblici uffici

L’interdizione dai pubblici uffici è perpetua o temporanea.

L’interdizione perpetua dai pubblici uffici, salvo che dalla legge sia altrimenti disposto, priva il condannato: 1) del diritto di elettorato o di eleggibilità in qualsiasi comizio elettorale, e di ogni altro diritto politico; 2) di ogni pubblico ufficio, di ogni incarico non obbligatorio di pubblico servizio, e della qualità ad essi inerente di pubblico ufficiale o d’incaricato di pubblico servizio; 3) dell’ufficio di tutore o di curatore, anche provvisorio, e di ogni altro ufficio attinente alla tutela o alla cura; 4) dei gradi e delle dignità accademiche, dei titoli, delle decorazioni o di altre pubbliche insegne onorifiche; 5) degli stipendi, delle pensioni e degli assegni che siano a carico dello Stato o di un altro ente pubblico; 6) di ogni diritto onorifico, inerente a qualunque degli uffici, servizi, gradi, o titoli e delle qualità, dignità e decorazioni indicate nei numeri precedenti; 7) della capacità di assumere o di acquistare qualsiasi diritto, ufficio, servizio, qualità, grado, titolo, dignità, decorazione e insegna onorifica, indicati nei numeri precedenti.

L’interdizione temporanea priva il condannato della capacità di acquistare o di esercitare o di godere, durante l’interdizione, i predetti diritti, uffici, servizi, qualità, gradi, titoli e onorificenza.

Essa non può avere una durata inferiore a un anno, nè superiore a cinque.

La legge determina i casi nei quali l’interdizione dai pubblici uffici è limitata ad alcuni di questi.

 


Giurisprudenza annotata

Interdizione dai pubblici uffici

In tema di pena accessorie, la condanna per più reati previsti dall'art. 317 bis, uniti dal vincolo della continuazione e per i quali sia stata inflitta la pena della reclusione per un tempo complessivamente non inferiore a tre anni, importa la interdizione perpetua dai pubblici, in applicazione della disciplina dell'art. 77, comma 2, c.p., secondo la quale se concorrono pene accessorie della stessa specie, queste si applicano tutte per intero. (Annulla in parte con rinvio, Gip Trib. Ferrara, 30/10/2013 )

Cassazione penale sez. VI  12 giugno 2014 n. 39784  

 

In tema di applicazione delle pene accessorie, la sanzione prevista nell'art. 28, comma 2, prima parte, c.p. (perdita dell'elettorato attivo e passivo) e quella dell'art. 15, comma 2, Legge Severino (incandidabilità a seguito di condanna penale passata in giudicato) sono pene accessorie diverse; infatti, nonostante siano entrambe pene accessorie afferenti alla stessa tipologia di bene giuridico tutelato, entrambe vengono disciplinate da due norme diverse; pertanto, è configurabile, essendo posizioni diverse, l'ipotesi di applicazione contestuale.

Cassazione penale sez. III  18 marzo 2014 n. 16206

 

In applicazione dell'art. 28 comma 2 n. 7 c.p., va dichiarata la nullità del contratto di lavoro - fatti salvi i diritti retributivi e previdenziali relativi alle prestazioni già svolte - stipulato con un soggetto al quale sia stata comminata, a seguito di condanna penale, la sanzione accessoria dell'interdizione perpetua dai pubblici uffici.

Tribunale Gela  23 luglio 2013

 

L'amministrazione, in presenza di sentenza penale di condanna con pena accessoria interdittiva ai sensi dell'art. 28 c.p., non può fare altro che disporre la cessazione dal servizio, con le conseguenze sul sinallagma contrattuale, trattandosi di provvedimento vincolato. (Conferma Tar Lazio, Roma n. 2946/2010).

Consiglio di Stato sez. IV  29 settembre 2010 n. 4430  

 

La disposizione della l. 20 febbraio 1958 n. 75 art. 6, recante tra l'altro norme per la lotta contro lo sfruttamento della prostituzione altrui, che ha prescritto che a coloro che siano stati dichiarati colpevoli di uno dei delitti previsti dagli articoli precedenti della medesima legge, sia irrogabile anche la pena accessoria dell'interdizione dai pubblici uffici, prevista dall'art. 28 c.p., e dall'esercizio della tutela e della curatela, è applicabile anche nella fattispecie del reato di cui all'art. 600 bis c.p. (prostituzione minorile), che costituisce un'ipotesi speciale - ed aggravata - del reato di induzione, favoreggiamento o sfruttamento della prostituzione di cui alla citata l. n. 75 del 1958 art. 3, allorché il fatto è commesso ai danni di una persona minore.

Cassazione penale sez. III  08 febbraio 2008 n. 17844  

 

Anche dopo la riforma del procedimento disciplinare operata dall'art. 9 l. n. 19 del 1990, debbono ritenersi vigenti ipotesi di destituzione automatica, quali quelle conseguenti all'inflizione in sede penale di pene accessorie di tipo perpetuo (l'interdizione dai pubblici uffici ex art. 28 c.p., rimozione a seguito di perdita di grado ex art. 29 c.p.m.p., estinzione del rapporto di lavoro o di impiego ex art. 32 quinquies c.p. introdotto dalla l. n. 19 del 1990, emanato in coerenza con la declaratoria di incostituzionalità della destituzione automatica a seguito di condanna penale, non ha infatti abolito tutte le norme contrastanti con il divieto di automatica destituzione, ma solo quella indicata dalla Corte costituzionale con sentenza n. 971 del 14 ottobre 1988.

Consiglio di Stato sez. IV  09 dicembre 2002 n. 6669

 

Il provvedimento con cui il Capo della Polizia decreta la decadenza dal servizio di un dipendente della Polizia di Stato, in seguito al passaggio in giudicato di sentenza penale di condanna a cinque anni di reclusione, in applicazione dell'art. 28 comma 2, c.p., secondo cui l'interdizione perpetua dai pubblici uffici priva il condannato di ogni pubblico ufficio e della qualità di pubblico ufficiale, non è sanzione disciplinare espulsiva avente carattere automatico, ma costituisce semplice (e necessitata) presa d'atto della intervenuta applicazione della pena accessoria della interdizione perpetua dai pubblici uffici: da ciò discende la inapplicabilità, alla fattispecie in questione, dell'art. 9, l. n. 19 del 1990.

T.A.R. Venezia (Veneto) sez. I  01 ottobre 2002 n. 5936  

 

La destituzione del pubblico dipendente, conseguente all'interdizione perpetua dai pubblici uffici prevista dall'art. 28 c.p., riveste natura meramente dichiarativa e non richiede nessun procedimento in particolare per quel che riguarda la valutazione degli addebiti. La subordinazione ad un successivo ed autonomo giudizio disciplinare l'operatività della pena accessoria in parola sarebbe infatti, superfluo, perché, qualunque dovesse essere la valutazione della p.a. - nell'ottica dei suoi interessi - del comportamento delittuoso tenuto dal dipendente, la prosecuzione del rapporto d'impiego troverebbe un ostacolo insuperabile nella pronuncia penale.

T.A.R. Reggio Calabria (Calabria)  28 luglio 1999 n. 912  

 

In tema di pene accessorie, nel caso di condanna per reato continuato, nel commisurare la durata della pena accessoria a quella principale deve farsi riferimento alla pena base inflitta per la violazione più grave, come determinata in concorso delle circostanze attenuanti e aggravanti e del relativo bilanciamento, e non a quella complessiva, comprensiva cioè dell'aumento per la continuazione.

Cassazione penale sez. IV  25 febbraio 1999 n. 4559  

 

In materia di reati previsti dal codice penale, nel caso di generica previsione, senza indicazione di durata, della pena accessoria dell'interdizione dai pubblici uffici, essa deve intendersi come interdizione temporanea con durata uguale a quella della pena principale inflitta, e, comunque, non inferiore a un anno. (Fattispecie relativa alla ritenuta inapplicabilità ai reati previsti dal codice penale dell'art. 14 del r.d. 28 maggio 1991 n. 601 - disposizioni di coordinamento e transitorie al codice penale -, applicabile soltanto alle ipotesi di interdizione prevista da leggi che prevede l'interdizione perpetua, decreti e convenzioni internazionali).

Cassazione penale sez. VI  29 maggio 1997 n. 10108  



 
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