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Codice penale aggiornato  al  13 Feb 2015
 
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Art. 3 codice penale: Obbligatorietà della legge penale

La legge penale italiana obbliga tutti coloro che, cittadini o stranieri, si trovano nel territorio dello Stato, salve le eccezioni stabilite dal diritto pubblico interno o dal diritto internazionale.

La legge penale italiana obbliga altresì tutti coloro che, cittadini o stranieri, si trovano all’estero, ma limitatamente ai casi stabiliti dalla legge medesima o dal diritto internazionale.


Giurisprudenza annotata

Legge penale

L'art. 3 c.p. sancisce il principio dell'obbligatorietà della legge penale, per cui tutti coloro che, cittadini o stranieri, si trovano nel territorio dello Stato sono tenuti ad osservarla. La rilevanza della disciplina e le ragioni di carattere generale su cui si fonda escludono che possa esservi apportata qualsiasi deroga non espressamente prevista dal diritto pubblico interno o dal diritto internazionale e implicano che le tradizioni etico-sociali di coloro che sono presenti nel territorio dello Stato, di natura essenzialmente consuetudinaria benché nel complesso di indiscusso valore culturale, possano essere praticate solo fuori dall'ambito di operatività della norma penale. Il principio assume particolare valore morale e sociale allorché - come nella specie - la tutela penale riguardi materie di rilevanza costituzionale, come la famiglia, che la legge fondamentale dello Stato riconosce quale società naturale, ordinata sull'uguaglianza morale e giuridica dei coniugi (art. 29 cost.), uguaglianza che costituisce pertanto un valore garantito, in quanto inserito in un ordinamento incentrato sulla dignità della persona umana e sul rispetto e la garanzia dei diritti insopprimibili a lei spettanti (nella specie, il ricorrente, un marocchino imputato del reato di cui all'art. 572 c.p. per maltrattamenti nei confronti della moglie, aveva basato la propria tesi difensiva sul fatto che i coniugi erano portatori di cultura, religione e valori differenti da quelli italiani, tali da influire sotto il profilo sia della gravità del reato che dell'entità della pena e sulla sussistenza delle attenuanti generiche).

Cassazione penale sez. VI  28 gennaio 2009 n. 22700  

 

La norma consuetudinaria internazionale che prevede l'immunità penale dei capi di Stato e di governo (da considerarsi come recepita nell'ordinamento italiano ai sensi dell'art. 10 comma 1 cost.), pur richiedendo, per la sua operatività, la sola condizione che trattisi di soggetti che esercitino le suddette funzioni nell'ambito di una organizzazione fornita dei requisiti sostanziali della sovranità, senza che sia anche necessario il formale riconoscimento da parte dello Stato italiano, dev'essere, tuttavia, quale norma eccezionale rispetto alla regola dettata dall'art. 3 c.p., interpretata in senso restrittivo, per cui essa non può trovare applicazione quando il requisito della sovranità appaia oggettivamente dubbio, come nel caso in cui trattisi di Stati facenti parte di più vaste unioni. (Nella specie, in applicazione di tali principi, la Corte ha ritenuto che non potesse riconoscersi l'immunità in favore del Capo del Governo della Repubblica del Montenegro, con riguardo alle accuse a lui mosse di associazione per delinquere finalizzata al contrabbando di tabacchi lavorati esteri e di concorso in più episodi di contrabbando aventi ad oggetto tabacchi lavorati esteri, atteso che al Montenegro, anche sulla base di quanto formalmente risultante dalla "Carta costituzionale dello Stato Unione di Serbia e Montenegro", non appariva fornito di autonoma personalità di diritto internazionale).

Cassazione penale sez. III  17 settembre 2004 n. 49666  

 

Al reato di diffamazione a mezzo stampa, anche se aggravato dall'attribuzione di un fatto specifico (ex art. 13 l. 47 del 1948), anche se commesso prima dell'entrata in vigore del d.lg. n. 274 del 2000, è comunque applicabile la disciplina sanzionatoria più favorevole dettata dall'art. 52 d.lg. n. 274 del 2000, in applicazione del generale principio di cui all'art. 3, comma 2 c.p., a condizione che esso sia stato accertato con sentenza non ancora passata in giudicato.

Cassazione penale sez. V  18 maggio 2004 n. 28006  

 

L'immunità, che comporta la sottrazione per taluni soggetti all'applicabilità delle sanzioni penali, costituendo un'eccezione al principio di obbligatorietà della legge penale, non può che derivare da disposizioni legislative ed è insuscettibile di interpretazioni estensive ed analogiche, come del resto avverte l'art. 3 c.p. nel limitarla ai soli casi stabiliti dal diritto pubblico interno e dal diritto internazionale. Il diritto internazionale riconosce l'immunità ai soli capi di Stato per il fatto che essi rappresentano i rispettivi Stati. Tutte le altre immunità non possono che sorgere da specifiche norme legislative, le quali non solo devono formulare il collegamento tra l'organo e la sua qualità di rappresentante dello Stato straniero, ma devono altresì indicare se l'esonero è generale, ovvero limitato ai fatti commessi nell'esercizio delle loro funzioni. Pertanto l'immunità non può essere riconosciuta al deputato alla sanità e sicurezza sociale del Congresso di Stato di S. Marino.

Cassazione penale sez. III  17 marzo 1997 n. 1011  

 

 

Unione europea

Dal contrasto della legge professionale italiana la cui violazione è contestata all'imputato con la normativa comunitaria di riferimento emerge l'obbligo di disapplicazione della normativa statale per il principio del primato del diritto comunitario. Si pone la necessità di rintracciare le legittime ragioni che consentono al giudice penale di assolvere l'imputato perché la legge penale italiana non è conforme al diritto comunitario. La disapplicazione non è un'abrogazione della legge penale che era (al momento del fatto), è e rimane (al momento e dopo il giudizio) in vigore. Lo schema dell'esercizio del diritto ex art. 51 c.p. si struttura sul concorso di norme (entrambe applicabili al fatto) appartenenti allo stesso ordinamento; nulla vieta di adattare questo schema all'operatività diretta della fonte comunitaria, ma non sembra una spiegazione della "ratio essendi" di siffatta operatività. La spiegazione del meccanismo assolutorio dovrebbe spostarsi dalla pur vera caduta dell'antigiuridicità e riportarsi nell'ambito dell'operatività, "rectius" dei limiti dell'operatività della legge penale. L'art. 3 comma 1 c.p. dispone l'obbligatorietà della legge penale per chiunque (cittadino o straniero) si trovi nel territorio dello Stato italiano "salve le eccezioni stabilite dal diritto pubblico interno o dal diritto internazionale". Sebbene tale importante limite sia stato sempre interpretato quale clausola di salvaguardia dell'applicabilità soggettiva della legge penale (pensando soprattutto alle immunità), non può negarsi che la norma "de qua" si presta fisiologicamente e automaticamente a recepire nuovi confini della legge penale in relazione all'evoluzione del diritto pubblico interno e del diritto internazionale. Sicché la restrizione del campo di applicabilità della nostra legge penale a tutti i casi in cui non contrasti con norme comunitarie direttamente operative per i singoli risponde ad un limite fisiologico di obbligatorietà della legge penale.

Tribunale Milano  01 marzo 2001

 

 

Sicurezza pubblica.

L'obbligo - imposto dall'art. 5 comma 1 l. n. 39 del 1990 (legge Martelli) all'autorità emanante i provvedimenti concernenti l'ingresso, il soggiorno e l'espulsione degli stranieri - di comunicare o notificare all'interessato l'atto che lo riguarda unitamente alle modalità di impugnazione e ad una traduzione in lingua da lui conosciuta, ovvero, ove non sia possibile, in lingua francese, inglese e spagnola, non può ritenersi estensibile, per la specialità e tassatività del suo contenuto, all'invito di cui all'art. 144 t.u.l.p.s. di presentarsi in questura, ufficio stranieri, ai fini della regolarizzazione della posizione di soggiorno in Italia. (Nella specie questa Corte nell'annullare la sentenza con cui il pretore aveva assolto, perché il fatto non costituisce reato, l'imputato dal reato di cui agli artt. 15 e 144 t.u.l.p.s. per non aver ottemperato all'invito a presentarsi in questura ritenendo legittimo il dubbio che questi non avesse compreso il contenuto perché formulato in lingua a lui sconosciuta, ha osservato, tra l'altro, che: a) trattandosi di reato contravvenzionale l'elemento soggettivo è costituito indifferentemente dal dolo o dalla colpa, sicché spettava al convocato eventualmente attivarsi per ottenere la traduzione dell'invito nella sua lingua o in una a lui conosciuta; b) il dubbio prospettato non trova alcuna giustificazione, trattandosi di dubbio concernente l'ignoranza della legge penale che, per il principio della obbligatorietà ex art. 3 c.p., va rispettata da tutti coloro che, cittadini o stranieri, si trovano sul territorio dello Stato, ai quali incombe il dovere di conoscerne il contenuto, sia precettivo che sanzionatorio, a mente dell'art. 5 stesso codice, a meno che l'ignoranza della legge da parte del soggetto obbligato risulti essere stata inevitabile).

Cassazione penale sez. I  28 novembre 1991



 
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