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Art. 311 codice penale: Circostanza diminuente: lieve entità del fatto

Le pene comminate pei delitti preveduti da questo titolo sono diminuite quando per la natura, la specie, i mezzi, le modalità o circostanze dell’azione, ovvero per la particolare tenuità del danno o del pericolo, il fatto risulti di lieve entità.


Giurisprudenza annotata

Circostanza diminuente

Il condannato con sentenza definitiva per il delitto di cui all'art. 630 c.p. non può, a seguito della sentenza della Corte costituzionale n. 68 del 2012, richiedere in sede esecutiva il riconoscimento dell'attenuante di cui all'art. 311 c.p., essendo precluse al giudice dell'esecuzione quelle valutazioni discrezionali, necessarie per ritenere applicabile l'attenuante in parola. Rigetta, Trib. Lecce, 18 giugno 2012

Cassazione penale sez. I  23 aprile 2013 n. 28468  

 

L'attenuante prevista dall'art. 311 c.p. è circostanza avente natura oggettiva, per cui la valutazione del danno o del pericolo va riferita al contributo non del singolo concorrente nel reato ma all'attività complessiva di tutti i partecipi. Rigetta, Trib. Lecce, 18 giugno 2012

Cassazione penale sez. I  23 aprile 2013 n. 28468  

 

L'attenuante di cui all'art. 311 c.p. è circostanza avente natura oggettiva; la valutazione del danno o del pericolo, ai fini della circostanza diminuente della lieve entità del fatto ex art. 311 c.p. va effettuato con riferimento non già, soggettivamente, alla misura del contributo apportato dal singolo sodale bensì, oggettivamente, da tutti i soggetti che hanno commesso il delitto. La circostanza attenuante del fatto di lieve entità deve inerire più al gruppo, alla struttura complessiva dell'operato dei soggetti, al loro essere unitario, che non alla iniziativa estemporanea e scollegata di uno dei compartecipi (fattispecie relativa alla contestazione dei reati di sequestro di persona a scopo di estorsione e di rapina).

Cassazione penale sez. I  23 aprile 2013 n. 28468  

 

La Corte Costituzionale dichiara l’illegittimità costituzionale dell’articolo 630 del codice penale, nella parte in cui non prevede che, in relazione al delitto di sequestro di persona a scopo di estorsione, la pena da esso comminata è diminuita quando per la natura, la specie, i mezzi, le modalità o circostanze dell’azione, ovvero per la particolare tenuità del danno o del pericolo, il fatto risulti di lieve entità, analogamente a quanto previsto, in forza dell’art. 311 cod. pen., per il delitto di sequestro di persona a scopo di terrorismo o di eversione, di cui all’art. 289-bis del medesimo codice. Il sequestro terroristico o eversivo e il sequestro estorsivo (nella sua attuale configurazione) hanno, anzitutto, una comune matrice storica. Sul piano, poi, della struttura della fattispecie, la condotta integrativa dei due delitti è identica, consistendo nel privare taluno della libertà personale. Le figure criminose si distinguono solo in rapporto alla finalità che sorregge la condotta (dolo specifico): di estorsione, in un caso, di terrorismo o di eversione dell’ordine democratico, nell’altro. Con riguardo al trattamento sanzionatorio, identica è anche la pena prevista per la fattispecie-base: la reclusione da venticinque a trenta anni. Le due norme incriminatrici stabiliscono, poi, identici aggravamenti di pena collegati alla morte del sequestrato. In rapporto ad entrambe le fattispecie sono previste, inoltre, analoghe circostanze attenuanti correlate alla «dissociazione» dell’agente dagli altri concorrenti nel reato. Ancora: una ulteriore diminuzione di pena – per entrambi i delitti – è prevista a favore del «dissociato» che fornisca un contributo di eccezionale rilevanza, «anche con riguardo alla durata del sequestro e alla incolumità della persona sequestrata» (art. 6 del decreto-legge 15 gennaio 1991, n. 8). Identica è pure la speciale disciplina del concorso eterogeneo di circostanze, dettata dall’art. 289-bis, quinto comma, cod. pen. e dall’art. 630, sesto comma, cod. pen. in rapporto alle fattispecie aggravate dalla morte del sequestrato. A ulteriore dimostrazione del parallelismo, il legislatore ha, infine, introdotto due clausole generali di equiparazione, stabilendo che le norme del codice penale che richiamano l’art. 630 e tutte le norme processuali valevoli in rapporto al sequestro estorsivo si applichino anche al sequestro terroristico o eversivo (artt. 9-ter e 10 del decreto-legge n. 59 del 1978). A fronte di quanto precede, il fondamentale elemento di differenziazione tra le due figure criminose – vale a dire la diversità del bene giuridico protetto, riflessa nei contenuti del dolo specifico – non solo non impedisce la comparazione, ma rafforza, anzi, il giudizio di violazione dei principi di eguaglianza e di ragionevolezza. A fianco della comune lesione della libertà personale del sequestrato, il sequestro terroristico o eversivo offende, infatti, l’ordine costituzionale; il sequestro estorsivo attenta, invece, al patrimonio. Anche a voler considerare le proiezioni sovraindividuali che detta offesa patrimoniale presenterebbe, sul piano dello spostamento di ricchezze verso organizzazioni criminali e del loro conseguente potenziamento, non può esservi comunque alcun dubbio in ordine alla preminenza del primo dei beni sopra indicati rispetto al secondo, nella gerarchia costituzionale dei valori. Tale rilievo, se giustifica la sottoposizione del sequestro terroristico o eversivo a uno “statuto” in generale più severo di quello proprio del sequestro estorsivo, quale quello delineato dalle restanti disposizioni comuni ai delitti contro la personalità dello Stato, di cui agli artt. 301 e seguenti del codice penale, rende, di contro, manifestamente irrazionale – e dunque lesiva dell’art. 3 Cost. – la mancata previsione, in rapporto al sequestro di persona a scopo di estorsione, di una attenuante per i fatti di lieve entità, analoga a quella applicabile alla fattispecie “gemella” che aggredisce l’interesse di rango più elevato. Di qui anche una violazione dell’art. 27, terzo comma, Cost., in combinazione con l’art. 3 Cost., del principio di proporzionalità della pena al fatto concretamente commesso, sul rilievo che una pena palesemente sproporzionata – e, dunque, inevitabilmente avvertita come ingiusta dal condannato – vanifica, già a livello di comminatoria legislativa astratta, la finalità rieducativa.

Corte Costituzionale  23 marzo 2012 n. 68  

 

La circostanza attenuante prevista dall'art. 311 c.p. ha carattere obiettivo con riferimento alla natura, alla specie, ai mezzi, alle modalità ed alle circostanze dell'azione, ovvero alla particolare tenuità del danno o del pericolo, parametri dai quali deve essere desunto, con giudizio globale, se il fatto sia o no di lieve entità.

Cassazione penale sez. I  30 gennaio 1989

 

La valutazione del danno o del pericolo, ai fini della circostanza diminuente della lieve entità del fatto di cui all'art. 311 c.p. va effettuata con riferimento non già, soggettivamente, alla misura del contributo apportato dal singolo membro della banda armata, bensì, oggettivamente, alle dimensioni di questa ed al contenuto del suo programma operativo, in relazione al bene giuridico protetto. (Fattispecie relativa a diniego della diminuente ad imputato di partecipazione alla banda armata Prima Linea di cui all'art. 306, comma 2 in relazione all'art. 270 c.p. in considerazione delle propagini in varie zone dello Stato sviluppate dalla banda e della concreta attività svolta comprendente numerosi gravi delitti contro lo Stato, le persone e il patrimonio).

Cassazione penale sez. I  10 giugno 1988

 

La circostanza attenuante - prevista dall'art. 311 c.p. in tema di delitti contro la personalità dello Stato - della lieve entità del fatto differisce da quella regolata dall'art. 114 c.p. e cioè della partecipazione di minima importanza, poiché il parametro di valutazione nel primo caso è costituito dalla effettiva gravità del fatto-reato con riguardo alle caratteristiche oggettive dell'azione criminosa, nel secondo invece è correlato soltanto all'incidenza ed all'importanza del ruolo svolto da ciascun imputato nel reato concorsuale. (Nella specie è stato ritenuto che, in base al principio dell'effetto devolutivo dell'impugnazione, quando quest'ultima venga proposta per ottenere il riconoscimento della sussistenza della circostanza attenuante di cui all'art. 114 cit., il gravame non si riferisce anche all'altra menzionata attenuante).

Cassazione penale sez. I  20 ottobre 1986



 
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