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Art. 315 codice penale

Abrogato dalla L. 26 aprile 1990, n. 86.


Giurisprudenza annotata

Malversazione a danno di privati

La confisca "per equivalente" prevista dall'art. 322 ter comma 1 ultima parte c.p., nel caso di condanna o di applicazione della pena su richiesta per taluno dei delitti di cui agli art. da 314 a 320 c.p., può essere rapportata, in base al testuale tenore della norma, non al "profitto" ma soltanto al "prezzo" del reato, inteso quest'ultimo in senso tecnico e non identificabile, quindi, in ciò che ne costituisce il provento (principio affermato, nella specie, con riguardo a condanna per peculato).

Cassazione penale sez. VI  13 marzo 2006 n. 12852  

 

Ricorre il delitto di peculato e non quello di malversazione a danno di privati (per i fatti commessi prima delle modifiche normative di cui alla l. 26 aprile 1990, n. 86) nel caso in cui il pubblico ufficiale si appropri di parte delle somme destinate al pagamento delle pensioni. Invero, il pensionato acquista il possesso e la disponibilità dell'importo della pensione solo con la materiale consegna della somma spettantegli, potendo vantare precedentemente soltanto un diritto di credito. Non dissimilmente integra il reato di peculato e non di truffa l'appropriazione da parte del pubblico ufficiale di somme di cui sia venuto in possesso o abbia comunque acquisito la disponibilità senza frode, in seguito ad un versamento da parte dell'utente, maggiore, qualunque ne sia stata la ragione, di quello dovuto.

Cassazione penale sez. VI  10 giugno 1999 n. 9089  

 

Ricorre il delitto di peculato e non quello di malversazione a danno di privati (per i fatti commessi prima delle modifiche normative di cui alla l. 26 aprile 1990 n. 80) nel caso in cui il pubblico ufficiale si appropri di parte delle somme destinate al pagamento delle pensioni. Invero, il pensionato acquista il possesso e la disponibilità dell'importo della pensione solo con la materiale consegna della somma spettantegli, potendo vantare precedentemente soltanto un diritto di credito. Non dissimilmente integra il reato di peculato e non di truffa l'appropriazione da parte del pubblico ufficiale di somme di cui sia venuto in possesso o abbia comunque acquisito la disponibilità senza frode, in seguito ad un versamento da parte dell'utente, maggiore, qualunque ne sia stata la ragione, di quello dovuto.

Cassazione penale sez. VI  10 giugno 1999 n. 9089

 

Ricorre la fattispecie della malversazione (art. 315 c.p.) nell'operato di agenti di polizia giudiziaria che si impossessino di parte della merce di proprietà di privati, ai quali era stata sottratta a seguito di un furto, ritrovata per effetto di indagini eseguite. (La Corte suprema ha così qualificato diversamente l'originaria imputazione di peculato in una fattispecie in cui il fatto era stato commesso prima dell'entrata in vigore dell'art. 20 della l. 26 aprile 1990, n. 86, che ha abrogato l'art. 315 c.p. sul delitto di malversazione).

Cassazione penale sez. VI  17 aprile 1998 n. 8850  

 

La configurabilità del reato di malversazione o, dopo la riforma legislativa attuata con l. 26 aprile 1990, n. 86, di peculato, va esclusa solo nell'ipotesi di un rapporto meramente occasionale tra il possesso della res oggetto di appropriazione e l'esercizio delle funzioni del pubblico ufficiale; tale occasionalità va intesa nel suo letterale significato di evento fortuito e legato al caso, e non può dirsi sussistente quando l 'esercizio delle funzioni ovvero il semplice affidamento riposto dal privato nella qualifica pubblica del soggetto ha rappresentato la contingenza che ha favorito l'insorgere del possesso, da parte di quest'ultimo, della cosa altrui. (Fattispecie in tema di appropriazione di somme portate da libretti e buoni postali affidati fiduciariamente a dipendente dell'amministrazione delle poste per la riscossione).

Cassazione penale sez. VI  04 novembre 1994

 

Poiché la l. 26 aprile 1990 n. 86, non ha cancellato la figura criminosa della malversazione in danno dei privati ma le ha solo dato una diversa ristrutturazione, trasfusa nella modificata ipotesi di peculato di cui all'art. 314 c.p., come ridisegnata dalla stessa legge n. 86 del 1990, il pubblico ufficiale che, prima dell'entrata in vigore di questa, avendo per ragioni del suo ufficio il possesso o comunque la disponibilità di denaro o di cose del privato se ne appropri, convertendoli a proprio profitto, con interruzione del titolo del possesso in proprietà, deve rispondere del delitto previsto dal soppresso art. 315 c.p., norma più favorevole anche "quoad poenam" di quella di cui all'art. 314 c.p., nuova formulazione, e non già del reato ex art. 323 cpv. c.p., come modificato dalla legge n. 86 del 1990. (Nella fattispecie l'imputato, nella sua qualità di ufficiale giudiziario, aveva ritardato il versamento di somme da lui riscosse in pagamento di effetti cambiari rimessigli per l'incasso dagli istituti di credito ed aveva convertito il denaro in assegni circolari per procurare a sè un ingiusto profitto patrimoniale in quanto usava e teneva a disposizione il denaro per la sua attività di finanziatore privato).

Cassazione penale sez. II  17 marzo 1993

 

La differenza tra la malversazione (art. 315 c.p.) e il delitto previsto dall'art. 230 legge fall. consiste nel fatto che nella prima si ha la distrazione, a profitto proprio o altrui, del denaro o della cosa appartenente al privato, mentre nel secondo vi è solo l'omessa consegna o il mancato deposito, da parte del curatore, del denaro o di altra cosa del fallimento, senza però che su questi siano stati compiuti atti di appropriazione o di distrazione. Ne consegue che, nell'ipotesi in cui il curatore si sia impossessato del denaro del fallimento, tenendolo per sè per un congruo periodo temporale, sicché non possa discutersi dell'appropriazione da parte sua del denaro stesso, deve escludersi la configurabilità del reato fallimentare in luogo di quello di malversazione.

Cassazione penale sez. VI  20 ottobre 1992

 

L'abrogazione dell'art. 315 c.p. ad opera della l. 26 aprile 1990 n. 86, è da riportare nel fenomeno della successione della legge penale nel tempo, essendosi verificata non un'abrogazione vera e propria ma una diversa ristrutturazione del delitto di malversazione a danno di privati; questo, essendo stato trasfuso nella modificata ipotesi di peculato di cui all'art. 314 c.p. come ridisegnata dalla stessa legge n. 86 del 1990. E, in applicazione dell'art. 2 c.p., per i fatti commessi anteriormente all'entrata in vigore di detta legge, la fattispecie va ricompresa, anziché nel nuovo testo dell'art. 314, in quella dell'art. 315 previgente, da ritenere norma più favorevole anche "quoad poenam". (Nella specie la Corte ha ritenuto inoperante pure il nuovo testo dell'art. 323 c.p., sia per il carattere residuale di tale norma sia perché tanto il capo di imputazione quanto la sentenza impugnata avevano inteso riferirsi all'evento "appropriazione").

Cassazione penale sez. VI  20 maggio 1992

 

A seguito della novella di cui alla l. 26 aprile 1990 n. 86, il reato di malversazione, già previsto dall'abrogato art. 315 c.p., è stato assorbito in quello di cui all'art. 314 c.p., nella nuova formulazione di cui all'art. 1 della predetta legge, che essendo sanzionato soltanto con una pena detentiva e non anche con la pena pecuniaria, prevista invece dal ricordato art. 315, costituisce sotto tale aspetto disposizione più favorevole per il reo. Conseguentemente, nel caso in cui per un fatto di malversazione commesso anteriormente all'entrata in vigore della legge n. 86 del 1990, il giudice di merito abbia irrogato anche la pena della multa, la stessa va eliminata in sede di gravame.

Cassazione penale sez. VI  05 maggio 1992

 

Anche dopo l'abrogazione, disposta con l'art. 20 della l. 26 aprile 1990 n. 86, dell'art. 315 c.p., l'approvazione, da parte del pubblico ufficiale o dell'incaricato di pubblico servizio (nella specie: portalettere), di cosa mobile non appartenente alla p.a. della quale egli abbia il possesso per ragione del suo ufficio o servizio, costituisce reato, essendo la vecchia malversazione in danno di privati sussunta "in toto" nella figura criminosa del peculato di cui all'art. 314 stesso codice, come novellato dall'art. 1 della citata legge n. 86 del 1990. Tra le due disposizioni incriminatrici più favorevole è quella precedente, in quanto, a parità di pena detentiva minima, prevede una pena detentiva meno elevata nel massimo (otto anziché dieci anni di reclusione), anche se cumulata con pena pecuniaria.

Cassazione penale sez. V  10 marzo 1992

 

L'abrogazione, per effetto della l. 26 aprile 1990 n. 86, dell'art. 315 c.p. non realizza un'ipotesi di "abolitio criminis", bensì di successione di legge modificativa, in quanto le medesime condotte previste della norma incriminatrice previgente, ad eccezione di quella di distrazione, sono state sussunte nella nuova fattispecie di peculato di cui all'art. 314 c.p. ora vigente. Pertanto, in presenza di fatti di appropriazione di somme ricavate dalla vendita di immobili sottoposti a pignoramento commessi dal custode in epoca anteriore all'entrata in vigore della predetta legge, per effetto dell'art. 2 comma 3 c.p., s'impone l'applicazione della legge più favorevole al reo, e perciò dell'abrogato art. 315 c.p., in quanto tale norma riserva un trattamento sanzionatorio più mite rispetto a quello previsto dall'art. 314 testo vigente.

Tribunale Roma  10 aprile 1991



 
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