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Art. 317 codice penale: Concussione

Il pubblico ufficiale o l’incaricato di un pubblico servizio, che, abusando della sua qualità o dei suoi poteri, costringe o induce taluno a dare o a promettere indebitamente, a lui o ad un terzo, denaro od altra utilità, è punito con la reclusione da quattro a dodici anni (1).

(1) Articolo così sostituito dalla L. 26 aprile 1990, n. 86.


Giurisprudenza annotata

Concussione

Laddove l'assunzione di una prova sia in grado di definire in concreto la sussistenza di una fattispecie penale in luogo di un'altra ipotesi delittuosa, il giudice non può ritenere la stessa come sostanzialmente irrilevante e, quindi, rifiutarne l'ingresso nel processo. Ciò soprattutto quando la rilevanza di tale prova sopravvenga in ragione di modifiche legislative, che risultino più favorevoli all'imputato, prevedendo un regime sanzionatorio più tenue (fattispecie relativa ad un'accusa di concussione ex art. 317 c.p., nella formulazione antecedente la modifica intervenuta ad opera della legge n. 190/2012, in cui l'imputato aveva chiesto in appello l'acquisizione del progetto, nella sua forma originaria, predisposto dal concusso, onde verificare se quest'ultimo avesse o meno un interesse a prestare consenso alla indebita richiesta di danaro avanzata dal pubblico ufficiale accusato).

Cassazione penale sez. VI  13 gennaio 2015 n. 8936

 

L'elemento che differenzia le nozioni di induzione e costrizione, le quali costituiscono l'elemento oggettivo rispettivamente dei delitti di cui gli art. 319 quater e 317 c.p., non va individuato nella maggiore o minore intensità della pressione psicologica esercitata sul soggetto passivo dell'agente pubblico, ma nella tipologia del danno prospettato, che è ingiusto nel delitto di cui all'art. 317 e conforme alle previsioni normative in quello di cui all'art. 319 quater. (In applicazione del principio, la Corte ha giudicato immune da vizi la decisione impugnata che aveva ritenuto integrato il delitto di concussione in relazione alla condotta del direttore generale di un'agenzia territoriale di edilizia residenziale,il quale aveva richiesto ed ottenuto da alcuni imprenditori, legati da rapporti contrattuali con la predetta agenzia, versamenti di somme di danaro e acquisti di quadri, a prezzi maggiorati, presso la galleria d'arte gestita dalla moglie con la minaccia, in caso contrario, di interrompere detti rapporti o di ritardare i pagamenti). (Dichiara inammissibile, G.u.p. Trib. Verona, 19/04/2013 )

Cassazione penale sez. VII  12 novembre 2014 n. 50482  

 

Nel delitto di concussione di cui all'art. 317 c.p., come modificato dall'art. 1, comma 75 l. n. 190 del 2012, la costrizione consiste nel comportamento del pubblico ufficiale che, abusando delle sue funzioni o dei suoi poteri, agisce con modalità o con forme di pressione tali da non lasciare margine alla libertà di autodeterminazione del destinatario della pretesa illecita, il quale, di conseguenza, si determina alla dazione o alla promessa esclusivamente per evitare il danno minacciato. (Fattispecie in cui la Corte ha confermato la decisione impugnata laddove ha ravvisato gli estremi della concussione per costrizione nella condotta del tecnico comunale, che pretendeva dal gestore di uno stabilimento balneare, in cambio di una rapida regolarizzazione degli abusi edilizi, il conferimento dell'incarico professionale allo studio legale dei figli, revocando il precedente difensore di fiducia). (Rigetta, App. Genova, 12/04/2013 )

Cassazione penale sez. II  09 ottobre 2014 n. 46401  

 

Non integra il reato di concussione (art. 317 c.p.) né quello di induzione a dare o promettere utilità (art. 319 quater) la condotta del pubblico Ufficiale che strumentalizzi il potere per il raggiungimento di scopi personali approfittando di situazioni favorevoli presentatesi nello svolgimento dell'attività in assenza dell'esercizio di una pressione irresistibile attraverso la prospettazione di un male ingiusto ovvero la prospettazione di un vantaggio e in assenza di timore della vittima. (Nel caso di specie, si trattava di un Pubblico Ufficiale, delegato dalla D.D.A. di svolgere un interrogatorio nei confronti di un amministratore delegato di un'importante clinica al quale aveva chiesto di assumere la moglie come biologa all'interno della struttura, che nel corso dell'interrogatorio affermava con tono cordiale e senza alcun atteggiamento vessatorio o minaccioso: "molte volte la Procura prima fa gli arresti e poi procede agli interrogatori". L'imprenditore aveva assunto la moglie con contratto a tempo determinato poiché ebbe il timore che certi fatti potessero essere fraintesi e travisati non essendosi tuttavia intimorito per la richiesta del Pubblico Ufficiale in quanto in passato aveva denunciato condotte ben più gravi ed aveva quindi buoni rapporti con funzionari della Questura che erano diretti superiori del Pubblico Ufficiale).

Tribunale S.Maria Capua V.  08 ottobre 2014 n. 3481

 

In tema di concussione e induzione indebita, la prospettazione di conseguenze non iure, quando operata secondo i profili tipici della condotta minacciosa, si risolve in una concussione, a meno che la proporzione con i vantaggi indebiti concomitanti non si risolva, sul piano oggettivo e su quello soggettivo, in una netta prevalenza di questi ultimi; infatti, il prospettare in maniera del tutto estemporanea e pretestuosa, l'esercizio sfavorevole del proprio potere discrezionale, al solo fine di costringere il privato alla prestazione indebita, integra certamente la minaccia di un danno ingiusto, in quanto non funzionale al perseguimento del pubblico interesse, ma chiaro indice di sviamento dell'attività amministrativa dalla causa tipica. Diversamente, se l'atto discrezionale, pregiudizievole per il privato, è prospettato nell'ambito di una legittima attività amministrativa e si fa comprendere che, cedendo alla pressione abusiva, può conseguirsi un trattamento indebitamente favorevole, obiettivo questo condiviso e fatto proprio dal soggetto privato, è evidente che viene ad integrarsi il reato di induzione indebita (nella specie, la Corte ha confermato l'ipotesi di concussione nei confronti dell'imputato, appartenente all'Arma dei Carabinieri, il quale, nell'ambito di un controllo in un cantiere in cui era morto un operario, salvo poi accertare che la morte era avvenuta per infarto, aveva letteralmente terrorizzato il soggetto passivo, tanto da obbligarlo a versare una cifra elevatissima a fronte di un avvenimento che avrebbe occasionato al più l'accertamento di fatti contravvenzionali dovuti al fatto che si trattava di un lavoratore in nero. Nella specie, il soggetto passivo non temeva l'esito della verifica sulla posizione contributiva e assicurativa del lavoratore deceduto per cause naturali, ma temeva che l'imputato ponesse in essere esattamente ciò che aveva minacciato, ossia che si adoperasse in ogni modo per provocargli danni gravissimi, tali da condurlo al fallimento).

Cassazione penale sez. VI  23 settembre 2014 n. 6056  

 

Il delitto di concussione, di cui all'art. 317 cod. pen. nel testo modificato dalla l. n. 190 del 2012, è caratterizzato, dal punto di vista oggettivo, da un abuso costrittivo del pubblico agente che si attua mediante violenza o minaccia, esplicita o implicita, di un danno "contra ius" da cui deriva una grave limitazione della libertà di determinazione del destinatario che, senza alcun vantaggio indebito per sé, viene posto di fronte all'alternativa di subire un danno o di evitarlo con la dazione o la promessa di una utilità indebita e si distingue dal delitto di induzione indebita, previsto dall'art. 319 quater cod. pen. introdotto dalla medesima l. n. 190, la cui condotta si configura come persuasione, suggestione, inganno, pressione morale con più tenue valore condizionante della libertà di autodeterminazione del destinatario il quale, disponendo di più ampi margini decisionali, finisce col prestare acquiescenza alla richiesta della prestazione non dovuta, perché motivato dalla prospettiva di conseguire un tornaconto personale, che giustifica la previsione di una sanzione a suo carico. (In applicazione del principio, la Corte ha qualificato come induzione indebita la condotta di ispettori della polizia municipale che, prospettando ai relativi titolari il rischio di pagamento di sanzioni elevate ovvero di chiusura degli esercizi commerciali, in ragione di violazioni amministrative effettivamente riscontrate, avevano indotto i commercianti a fornire loro diverse utilità). (Annulla con rinvio, App. Palermo, 25/01/2013 )

Cassazione penale sez. VI  15 luglio 2014 n. 47014



 
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