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Art. 318 codice penale: Corruzione per un atto d’ufficio

Il pubblico ufficiale, che, per compiere un atto del suo ufficio, riceve, per sè o per un terzo, in denaro od altra utilità, una retribuzione che non gli è dovuta, o ne accetta la promessa, è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni.

Se il pubblico ufficiale riceve la retribuzione per un atto d’ufficio da lui già compiuto, la pena è della reclusione fino ad un anno (1).

(1) Articolo così sostituito dalla L. 26 aprile 1990, n. 86.


Giurisprudenza annotata

Corruzione per l'esercizio della funzione

In tema di corruzione, la nozione di "altra utilità", quale oggetto della dazione o promessa, ricomprende qualsiasi vantaggio materiale o morale, patrimoniale o non patrimoniale, che abbia valore per il pubblico agente, a nulla rilevando, inoltre, che lo stesso venga corrisposto a distanza di tempo dall'accordo corruttivo. (Fattispecie in cui la Corte ha annullato con rinvio la decisione impugnata che aveva escluso i gravi indizi di colpevolezza del delitto di corruzione di cui all'art. 319 c.p. con riferimento alla condotta di corresponsione nel 2011, da parte dell'amministratore di una società operante nel settore del lavori stradali, della somma di Euro 30.000 al gruppo sportivo dei vigili urbani, gestito dal Comandante del corpo, in cambio dell'affidamento - disposto nel 2009 da quest'ultimo - del servizio di ripristino della viabilità post-incidente all'interno del territorio comunale). (Annulla con rinvio, Trib. lib. Roma, 12/05/2014 )

Cassazione penale sez. VI  14 ottobre 2014 n. 45847  

 

Dopo la l. n. 190 del 2012 che ha modificato i reati in materia di corruzione, deve ritenersi comunque sussistente un'area di applicabilità dell'art. 319 c.p. quando la vendita della funzione pubblica è caratterizzata "da uno o più atti contrari ai doveri d'ufficio, accompagnati da indebite dazioni di denaro o prestazioni di utilità, sia antecedenti che susseguenti rispetto all'atto tipico". Dopo la legge Severino, infatti, anche se l'art. 318 c.p. va a contrastare la corruzione per l'esercizio della funzione, mentre l'art. 319 c.p. va invece a sanzionare i casi di maggiore gravità, in cui il pubblico ufficiale omette o ritarda un atto di sua competenza o ne compie addirittura di contrari ai doveri d'ufficio, ben può verificarsi, come nel caso di specie, che "all'accettazione di indebite promesse o (evenienza più verosimile) alla percezione di indebite utilità collegate semplicemente all'esercizio della pubblica funzione si accompagnino situazioni in cui è, invece, riconoscibile il sinallagma tra quelle e il compimento di un atto contrario ai doveri d'ufficio ovvero l'omissione o il ritardo di un atto dovuto".

Cassazione penale sez. VI  25 settembre 2014 n. 47271  

 

In tema di corruzione, lo stabile asservimento del pubblico ufficiale ad interessi personali di terzi, attraverso il sistematico ricorso ad atti contrari ai doveri di ufficio non predefiniti, né specificamente individuabili "ex post", ovvero mediante l'omissione o il ritardo di atti dovuti, integra il reato di cui all'art. 319 c.p. e non il più lieve reato di corruzione per l'esercizio della funzione di cui all'art. 318 c.p., il quale ricorre, invece, quando l'oggetto del mercimonio sia costituito dal compimento di atti dell'ufficio. (In motivazione la Corte ha individuato un rapporto di progressione criminosa tra le due fattispecie incriminatrici).(Rigetta, Trib. lib. Venezia, 28/06/2014 )

Cassazione penale sez. VI  25 settembre 2014 n. 47271  

 

In tema di corruzione, la fattispecie di cui all'art. 319 c.p. (nel testo introdotto dalla l. 6 novembre 2012 n. 190), è in rapporto di specialità unilaterale per specificazione rispetto a quella prevista dall'art. 318 c.p., in quanto mentre questa punisce la generica condotta di vendita della funzione pubblica, la prima richiede, invece, un preciso atto contrario ai doveri di ufficio, oggetto di illecito mercimonio.

Cassazione penale sez. VI  25 settembre 2014 n. 49226  

 

In tema di corruzione, lo stabile asservimento del pubblico ufficiale ad interessi personali di terzi realizzato attraverso l'impegno permanente a compiere od omettere una serie indeterminata di atti ricollegabili alla funzione esercitata, integra il reato di cui all'art. 318 c.p. (nel testo introdotto dalla l. 6 novembre 2012 n. 190), e non il più grave reato di corruzione propria di cui all'art. 319 c.p., salvo che la messa a disposizione della funzione abbia prodotto il compimento di un atto contrario ai doveri di ufficio, poiché, in tal caso, si determina una progressione criminosa nel cui ambito le singole dazioni eventualmente effettuate si atteggiano a momenti esecutivi di un unico reato di corruzione propria a consumazione permanente. (Rigetta, Trib. lib. Venezia, 28/06/2014 )

Cassazione penale sez. VI  25 settembre 2014 n. 49226  

 

In tema di corruzione, l'elemento sinallagmatico della fattispecie prevista dall'art. 319 c.p. è integrato anche dalla mera disponibilità mostrata dal pubblico ufficiale a compiere in futuro atti contrari ai doveri del proprio ufficio, ancorché non specificamente individuati. (Fattispecie in cui è stato escluso che la cessione di modiche quantità di droga ad un funzionario di polizia potesse integrare la prova della sua disponibilità ad un generalizzato impegno a rivelare informazioni sulle indagini relative al contrasto del traffico degli stupefacenti). (Annulla in parte con rinvio, App. Trieste, 18/07/2012 )

Cassazione penale sez. VI  19 giugno 2014 n. 33881  

 

Il reato di concussione e quello di induzione indebita a dare o promettere utilità si differenziano dalle fattispecie corruttive, in quanto i primi due illeciti richiedono, entrambi, una condotta di prevaricazione abusiva del funzionario pubblico, idonea, a seconda dei contenuti che assume, a costringere o a indurre l'"extraneus", comunque in posizione di soggezione, alla dazione o alla promessa indebita, mentre l'accordo corruttivo presuppone la "par condicio contractualis" ed evidenzia l'incontro libero e consapevole della volontà delle parti.

Cassazione penale sez. un.  24 ottobre 2013 n. 12228

 

Lo stabile asservimento del pubblico ufficiale ad interessi personali di terzi, attraverso il sistematico ricorso ad atti contrari ai doveri di ufficio non predefiniti, né specificamente individuabili "ex post", configura il reato di cui all'art. 319 c.p., e non il più lieve reato di corruzione per l'esercizio della funzione di cui all'art. 318 c.p. (nel testo introdotto dalla l. 6 novembre 2012 n. 190).

Cassazione penale sez. VI  15 ottobre 2013 n. 9883

 

In tema di corruzione propria sono atti contrari ai doveri di ufficio non solo quelli illeciti, siccome vietati da atti imperativi o illegittimi, perché dettati da norme giuridiche, riguardanti la loro validità ed efficacia, ma anche quelli che, pur formalmente regolari, prescindono per consapevole volontà del pubblico ufficiale o incaricato di pubblico servizio dall'osservanza dei doveri istituzionali, espressi in norme di qualsiasi livello, compresi quelli di correttezza e di imparzialità. Conseguentemente, ai fini della distinzione fra corruzione propria ed impropria, nella prima il pubblico ufficiale, violando anche il solo dovere di correttezza, connota l'atto di contenuto privatistico, così perseguendo esclusivamente o prevalentemente l'interesse del privato corruttore; nella seconda, invece, il pubblico ufficiale, che accetta una retribuzione per l'unico atto reso possibile dalle sue attribuzioni, viola soltanto il dovere di correttezza.

Cassazione penale sez. VI  25 settembre 2013 n. 41898



 
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