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Art. 319 ter codice penale: Corruzione in atti giudiziari

Se i fatti indicati negli articoli 318 e 319 sono commessi per favorire o danneggiare una parte in un processo civile, penale o amministrativo, si applica la pena della reclusione da tre a otto anni.

Se dal fatto deriva l’ingiusta condanna di taluno alla reclusione non superiore a cinque anni, la pena è della reclusione da quattro a dodici anni; se deriva l’ingiusta condanna alla reclusione superiore a cinque anni o all’ergastolo, la pena è della reclusione da sei a venti anni (1).

(1) Articolo aggiunto dalla L. 26 aprile 1990, n. 86.


Giurisprudenza annotata

Corruzione

L'art. 319 ter c.p. sulla corruzione in atti giudiziari prevede una figura autonoma di reato e non una circostanza aggravante. Nel caso di corruzione in atti giudiziari commessa prima dell'entrata in vigore della l. 7 febbraio 1992 n. 181 al privato corruttore si applicano le pene previste dagli art. 318 e 319 c.p.

Corte appello Milano  12 maggio 2001

 

L'ipotesi prevista dall'art. 319 ter c.p. (c.d. corruzione in atti giudiziari), introdotto dalla legge n. 86 del 1990, non costituisce reato autonomo, bensì circostanza aggravante delle fattispecie di cui agli art. 318 e 319 c.p., peraltro descritte "per relationem" e specificate con riferimento alle finalità dell'azione (e cioè per favorire o danneggiare una parte in un processo civile, penale o amministrativo). Pertanto, il mancato richiamo dell'art. 321 c.p. (novellato dalla medesima legge), in tema di pene per il corruttore, alla fattispecie di cui all'art. 319 ter non vale ad escludere la punibilità del corruttore in atti giudiziari; quest'ultima norma, infatti, ha il solo scopo di aggravare la pena per il corrotto, lasciando che il corruttore risponda sempre con riferimento alle predette ipotesi base.

Tribunale Messina  21 novembre 1990



 
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