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Art. 32 codice penale: Interdizione legale

Il condannato all’ergastolo è in stato d’interdizione legale.

La condanna all’ergastolo importa anche la decadenza dalla potestà dei genitori.

Il condannato alla reclusione per un tempo non inferiore a cinque anni è, durante la pena, in stato d’interdizione legale; la condanna produce altresì, durante la pena, la sospensione dall’esercizio della potestà dei genitori, salvo che il giudice disponga altrimenti.

Alla interdizione legale si applicano, per ciò che concerne la disponibilità e l’amministrazione dei beni, nonchè la rappresentanza negli atti ad esse relativi, le norme della legge civile sulla interdizione giudiziale.

 


Giurisprudenza annotata

Interdizione legale

La previsione, contenuta nell'art. 32 c.p., della pena accessoria dell'interdizione legale per i condannati all'ergastolo o alla reclusione per un tempo non inferiore a cinque anni manifestamente non si pone in contrasto né con l'art. 27 né con l'art. 117 cost., in relazione all'art. 3 della convenzione europea dei diritti dell'uomo.

Cassazione penale sez. I  22 ottobre 2012 n. 44170  

 

È manifestamente infondata, in riferimento agli art. 27, comma 3, e 111 cost., la q.l.c. degli art. 20 e 32 c.p., ove gli stessi prevedono che il condannato alla reclusione per un tempo non inferiore a cinque anni, è, durante la pena, in stato di interdizione legale, giacché, sotto il primo profilo, detta pena accessoria incide solo sulla possibilità di compimento di atti a contenuto patrimoniale e non confina quindi il condannato in una condizione, degradante e mortificante, di assoluto isolamento dal contesto sociale, e, sotto il secondo, lungi dall'essere oggetto di automatica applicazione, trova giustificazione nell'accertamento di responsabilità per le violazioni più gravi e nelle legittime finalità di tutela dei terzi e del condannato. Rigetta, Ass.App. Roma, 02/02/2012

Cassazione penale sez. I  22 ottobre 2012 n. 44170  

 

In tema di cosiddetto patteggiamento in appello, il giudice è tenuto ad applicare "ex officio" la pena accessoria dell'interdizione legale che il giudice di primo grado abbia illegittimamente omesso di irrogare, dal momento che l'accordo delle parti sull'accoglimento di alcuni motivi con rideterminazione della pena non può avere ad oggetto l'esclusione della indicata pena accessoria.

Cassazione penale sez. I  24 ottobre 2007 n. 42284  

 

È incongruo ritenere che, ai fini della applicazione delle pene accessorie, la misura della pena della reclusione inflitta con la sentenza di condanna debba essere considerata senza tenere conto della diminuzione della pena stessa in conseguenza della scelta del rito abbreviato, in quanto le norme in tema di pene accessorie (art. 29 e 32 c.p.) fanno riferimento esclusivo alla misura della pena in concreto irrogata, a prescindere dai modi in base ai quali si è pervenuti al risultato finale.

Cassazione penale sez. IV  25 marzo 2004 n. 21113  

 

Lo stato detentivo non costituisce una causa di forza maggiore, non imputabile al soggetto, impeditiva all'esercizio dei diritti e delle facoltà inerenti alla normativa sul soggiorno degli stranieri in Italia, dipendendo dalla sua condotta delittuosa e, sebbene determini in capo al detenuto una difficoltà di fatto all'esercizio di attività giuridiche, non impedisce l'esercizio dei diritti e delle facoltà, salvo i casi di interdizione legale di cui all'art. 32 c.p. per i quali è necessario l'intervento del tutore.

Sezione Sorveglianza Sassari  27 febbraio 2003

 

Al condannato legalmente interdetto ai sensi del art. 32 c.p., ancorché ammesso al programma di protezione per i collaboratori di giustizia, è inibita l'iscrizione preso la Camera di commercio per lo svolgimento di un'attività di impresa.

Cassazione penale sez. I  17 gennaio 2002 n. 5960  

 

Al condannato, ancorché ammesso al programma di protezione per i collaboratori di giustizia, legalmente interdetto ai sensi dell'art. 32 c.p., è inibita l'iscrizione presso la Camera di commercio per lo svolgimento di un'attività di impresa. (Nell'applicare tale principio, la Corte ha precisato che a diversa soluzione non può condurre nè la disposizione di cui all'art. 17 l. 26 luglio 1975 n. 354, come modificato dall'art. 5 comma 2 l. 22 giugno 2000 n. 193, la quale esclude l'operatività dell'incapacità derivante dall'interdizione ai soli casi di costituzione di rapporti di lavoro ed assunzione della qualità di socio in cooperative sociali, nè la disciplina di cui all'art. 8 l. 13 febbraio 2001 n. 45, secondo la quale dal rifiuto del collaborante di accettare adeguate opportunità di lavoro o di impresa deriva la revoca del programma di protezione, atteso che tale condotta negativa non può equipararsi al fenomeno normativo ostativo all'esercizio dell'attività di impresa, costituito dagli effetti preclusivi derivanti dalle pene accessorie).

Cassazione penale sez. I  17 dicembre 2001 n. 5960  

 



 
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