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Art. 321 codice penale: Pene per il corruttore

Le pene stabilite nel primo comma dell’articolo 318, nell’articolo 319, nell’articolo 319 bis, nell’articolo 319 ter e nell’articolo 320 in relazione alle suddette ipotesi degli articoli 318 e 319, si applicano anche a chi dà o promette al pubblico ufficiale o all’incaricato di un pubblico servizio il denaro od altra utilità (1).

1)Articolo così sostituito dalla L. 26 aprile 1990, n. 86 e successivamente modificato dall’art. 2, L. 7 febbraio 1992, n. 181.


Giurisprudenza annotata

Pene per il corruttore

La disciplina della confisca di cui all'art. 12 sexies del D.L. n. 306 del 1992, convertito in legge n. 356 del 1992 non si applica, nelle ipotesi di corruzione, ai beni del corruttore stante la mancata inclusione, tra i reati indicati dalla norma, della previsione dell'art. 321 cod. pen. (Fattispecie di corruzione in atti giudiziari). Rigetta, App. Milano, 18 maggio 2011

Cassazione penale sez. I  31 maggio 2012 n. 28011  

 

Qualora non sia possibile confiscare direttamente i beni che costituiscono il “profitto o il prezzo” del reato, l’art. 322-ter c.p. ha previsto, in relazione ai delitti previsti dagli art. 314/320 c.p., la confisca per equivalente soltanto in relazione al valore corrispondente al “prezzo” (e cioè al corrispettivo pattuito o conseguito per la realizzazione dell’illecito) e non al “profitto” del reato (e cioè il vantaggio economico ricavato in via immediata e diretta dal reato), con l’unica eccezione dell’ipotesi di cui all’art. 321 c.p. Ma quando si tratta (come nella specie) di beni fungibili, come il denaro, si esula dall’ambito di applicazione del c.d. sequestro per equivalente, perché la fungibilità del bene e la confusione di somme che ne deriva nella composizione del patrimonio rendono superflua la ricerca della provenienza con riferimento al prezzo o al profitto del reato.

Tribunale Palermo sez. riesame  21 dicembre 2010

 

Essendo il delitto di corruzione di pubblico ufficiale punito con la pena della reclusione da due a cinque anni (art. 319 e 321 c.p.), il termine prescrizionale, a norma dell'art. 157 n. 3 c.p. (testo anteriore alla riforma) è decennale, con decorrenza dalla cessazione della continuazione tra i reati a norma dell'art. 158, comma 1, c.p.

Tribunale Milano sez. X  13 febbraio 2009 n. 1967  

 

Non possono essere sequestrati i conti bancari dell’imprenditore, indagato per aver emesso un assegno falso, qualora non sia ravvisabile una relazione immediata tra le somme di denaro e il reato contestato; secondo l’art. 321 c.p.p., infatti, il sequestro preventivo può avere ad oggetto cose pertinenti al reato, quando vi è pericolo che la loro libera disponibilità da parte dell’indagato possa aggravare ovvero protrarre le conseguenze del reato ovvero agevolare la commissione di altri reati. Non possono quindi formare oggetto della misura cautelare in esame le somme di danaro, per le quali non è ravvisabile detta contiguità e che ormai si sono confuse con il restante patrimonio del soggetto.

Cassazione penale sez. II  23 ottobre 2008 n. 41917

 

Deve escludersi la sussistenza di un rapporto di specialità tra il reato di "comparaggio" di cui agli art. 170-172 t.u.l.s., consistente nella illecita promozione di farmaci attraverso promesse o dazioni di danaro o altre utilità, e il reato di corruzione di cui agli art. 319-321 c.p., realizzato mediante significative dazioni di danaro o altra utilità ad un pubblico ufficiale allo scopo di incentivarne il compimento di atti contrari ai propri doveri d'ufficio, stante la diversità del bene giuridico tutelato e il diverso atteggiarsi del dolo delle due fattispecie criminose (nello specifico la S.C. ha ravvisato il concorso dei due reati nelle condotte di un medico di base che, anche predisponendo false ricette, d'intesa con un farmacista, aveva prescritto un numero elevatissimo di farmaci di case farmaceutiche rappresentate da un informatore scientifico, prescindendo dalle effettive esigenze dei pazienti e dietro stabile corresponsione di consistenti somme di danaro).

Cassazione penale sez. I  02 ottobre 2007 n. 42750  

 

È configurabile il concorso formale tra il reato di "comparaggio" di cui agli art. 170 e ss. r.d. n. 1265 del 1934, consistente nel dare o ricevere, anche a titolo di mera promessa, denaro o altra utilità allo scopo di agevolare la diffusione di specialità medicinali o di ogni altro prodotto a uso farmaceutico, ed il reato di corruzione di cui agli art. 319 - 321 c.p., attesa la diversità del bene giuridico tutelato e dell'atteggiarsi del dolo che, anche in considerazione della clausola di riserva di applicabilità delle norme sul concorso dei reati, espressamente stabilita dal suddetto art. 170, comma 2, esclude il rapporto di specialità.

Cassazione penale sez. I  02 ottobre 2007 n. 42750  

 

Il reato di corruzione in atti giudiziari non può essere integrato nella forma "susseguente", perché la legge, richiedendo che il fatto sia commesso "per favorire o danneggiare una parte ... ", qualifica la fattispecie per una tensione finalistica verso un risultato e la rende incompatibile con quella proiezione verso il passato, con quell'interesse già soddisfatto, su cui è modulato lo schema della corruzione susseguente. Quest'ultima, peraltro, pur se non ricompresa nel paradigma dell'art. 319 ter c.p., rimane comunque sanzionata dalle norme che disciplinano la corruzione ordinaria per un atto di ufficio o per un atto contrario ai doveri di ufficio (art. 318, 319 e 321c.p.).

Cassazione penale sez. VI  04 maggio 2006 n. 33435  

 

La corruzione in atti giudiziari ex art. 319 ter c.p. può assumere la sola forma della corruzione antecedente, e mai di quella susseguente; quest’ultima condotta, pertanto, sarà sanzionata dalle norme che disciplinano la corruzione ordinaria per un atto d’ufficio o per un suo contrario ai doveri d’ufficio (art. 318, 319 e 321 c.p.).

Cassazione penale sez. VI  04 maggio 2006 n. 33435  

 

In tema di corruzione, costituiscono "profitto" dei reati di cui agli art. 319 e 321 c.p. i finanziamenti erogati alle società dell'imputato in base a criteri di priorità contrari alla legge ed a una delibera del Cipe, accordati a conclusione di un'istruttoria carente iniziata prima del previsto ed accompagnati da fittizie procedure di collaudo dei lavori di riforestazione.

Cassazione penale sez. VI  06 maggio 2003 n. 26747  

 

Prima della riforma operata dall'art. 2 l. 7 febbraio 1992 n. 181, che ha inserito nel testo dell'art. 321 c.p. il richiamo dell'art. 319 ter, il privato corruttore non può rispondere di corruzione in atti giudiziari, bensì di corruzione semplice.

Corte appello Milano  12 maggio 2001

 

Nel caso di corruzione in atti giudiziari, commessa dopo l'entrata in vigore dell'art. 319 ter c.p. ma prima della l. 7 febbraio 1992 n. 181, anche il privato corruttore deve essere soggetto a pena, in quanto l'omesso richiamo da parte dell'art. 321 c.p. all'art. 319 ter c.p. era del tutto ingiustificato, non essendo logicamente comprensibile il differente trattamento tra corruzione ordinaria e corruzione giudiziaria. L'art. 321 c.p. richiamava per il privato le pene stabilite nel primo periodo dell'art. 318 e nell'art. 319 c.p. e l'art. 319 ter c.p. richiama a sua volta genericamente, ma globalmente, i fatti indicati negli art. 318 e 319 c.p. e, quindi, anche le diverse posizioni di responsabilità che con riferimento a quei fatti si ricavano dal combinato disposto degli art. 318, 319 e 321 c.p. La previsione dei fatti "base" di corruzione "propria" e "impropria" e l'ambito della responsabilità risultano dal combinato disposto degli art. 318, 319, 321 c.p. con la conseguenza che quando l'art. 319 ter c.p. configura la nuova fattispecie autonoma lo fa richiamandosi implicitamente a quell'insieme normativo nel suo complesso, mentre indica direttamente la pena edittale in modo identico per entrambi i soggetti, corrotto e corruttore, cui si estende la responsabilità. Tale interpretazione che, senza alcuna violazione del principio di legalità e del divieto di analogia in materia penale (trattandosi di interpretazione estensiva), porta a ritenere "normativamente" unitario il reato di corruzione giudiziaria sia dal fronte del pubblico ufficiale che da quello del privato corruttore, è ben in linea con i canoni ermeneutici tradizionali, delle lettera e della logica ed è, comunque, quella maggiormente in linea con un'interpretazione "costituzionale" della norma (in caso contrario si introdurrebbe una ingiustificata disparità di trattamento tra i privati corruttori a seconda che si versi in ipotesi di corruzione "ordinaria" o "giudiziaria") e preferibile, quindi, a quella volta ad escludere del tutto la responsabilità del privato nel periodo di riferimento o a riferirla alle ipotesi di corruzione "ordinaria" e, quindi, punibile con le minori pene lì previste.

Ufficio Indagini preliminari Milano  19 giugno 2000



 
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