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Art. 338 codice penale: Violenza o minaccia ad un Corpo politico, amministrativo o giudiziario

Chiunque usa violenza o minaccia ad un Corpo politico, amministrativo o giudiziario o ad una rappresentanza di esso, o ad una qualsiasi pubblica Autorità costituita in collegio, per impedirne in tutto o in parte, anche temporaneamente o per turbarne comunque l’attività, è punito con la reclusione da uno a sette anni.

Alla stessa pena soggiace chi commette il fatto per influire sulle deliberazioni collegiali di imprese che esercitano servizi pubblici o di pubblica necessità, qualora tali deliberazioni abbiano per oggetto l’organizzazione o l’esecuzione dei servizi.


Giurisprudenza annotata

Violenza o minaccia a Corpo politico, amministrativo o giudiziario

Non integra il reato di violenza o minaccia ad un corpo politico, amministrativo o giudiziario (art. 338 c.p.), la condotta di colui che indirizzi la minaccia ad un assessore comunale, in quanto quest'ultimo non è organo collegiale, né ha una sua rappresentanza, nel senso che non gli è attribuito il potere di agire in nome e per conto del collegio; infatti, agli effetti della previsione di cui all'art. 338 c.p. per "corpo politico, amministrativo o giudiziario" deve intendersi una autorità collegiale che eserciti una delle funzioni ivi indicate, in modo da esprimere una volontà unica tradotta in atti che siano riferibili al collegio e non ai singoli componenti che alla formazione di tale volontà concorrano.

Cassazione penale sez. VI  05 aprile 2012 n. 18194  

 

Il delitto di cui all'art. 338 cod. pen. è configurabile anche nei casi in cui l'agente abbia minacciato un solo componente dell'organo collegiale (nella specie, il sindaco), non in presenza dello stesso organo collegiale riunito (nella specie, per deliberare la costituzione di parte civile in un processo nei confronti dello stesso imputato), essendo sufficienti la coscienza e volontà dell'agente di minacciare, attraverso il singolo componente, l'intero organo collegiale allo scopo di impedirne o turbarne l'attività. Rigetta, Trib. lib. Reggio Calabria, 14/09/2011

Cassazione penale sez. II  17 gennaio 2012 n. 5611  

 

È inammissibile, in quanto priva di rilevanza, l'eccezione di illegittimità costituzionale sollevata con il ricorso per cassazione, a sua volta inammissibile per difetto di specificità del motivo, quando la stessa, laddove accolta dalla Corte costituzionale, risulterebbe esclusivamente strumentale al riconoscimento nel giudizio di legittimità dell'avvenuta prescrizione del reato che non sarebbe rilevabile per l'inammissibilità del ricorso. (Fattispecie relativa all'eccepita irragionevolezza della pena edittale massima prevista per il reato di cui all'art. 338 c.p., rispetto a quella riservata al delitto di cui all'art. 289 dello stesso codice, contestato con riguardo alla condotta di impedimento con violenza e minaccia del funzionamento di un Consiglio comunale). Dichiara inammissibile, App. Firenze, 22/01/2007

Cassazione penale sez. VI  15 ottobre 2009 n. 46510  

 

Non può escludersi il reato di cui all'art. 338, comma 4, c.p. nel caso, in cui al momento della sottrazione dei beni, il custode si sia trovato nella sopravvenuta impossibilità di garantirne la conservazione (nella specie, a causa del suo arresto), essendo questi comunque tenuto a comunicare l'evenienza alla competente autorità.

Cassazione penale sez. VI  20 giugno 2007 n. 40163  

 

E' manifestamente inammissibile, per difetto di motivazione sulla rilevanza, la q.l.c. dell'art. 4 d.lg. lgt. 14 settembre 1944 n. 288, censurato, in riferimento all'art. 3 cost., ove stabilisce che non si applicano gli art. 336, 337, 338, 339, 341, 342 e 343 c.p. quando il pubblico ufficiale abbia dato causa al fatto previsto negli stessi articoli eccedendo con atti arbitrari i limiti delle sue attribuzioni. Infatti, nell'ordinanza di rimessione si riscontrano gravi carenze nella descrizione della fattispecie e non risulta neppure se sussistano le condizioni per l'applicabilità della norma contestata nel giudizio principale.

Corte Costituzionale  09 febbraio 2007 n. 36  

 

Il dolo specifico, nella fattispecie prevista dall'art. 338 c.p., è costituito dalla consapevole condotta minatoria o violenta finalizzata a impedire o turbare la regolare attività del collegio, turbativa integrata anche dal compiuto tentativo di influenzare o orientare la libera determinazione del collegio o di alcuno dei suoi componenti.

Cassazione penale sez. VI  04 novembre 2005 n. 3828  

 

Ai fini della sussistenza del reato di cui all'art. 338 c.p. non rileva che l'impedimento o la turbativa si realizzino effettivamente, apprestando la norma una tutela anticipata dei bene nel punire ogni tentativo minatorio o violento finalizzato all'eterodirezione dell'organo o dei suoi componeni, e perciò anche l'influenza o l'orientamento indotti dall'esterno con violenza o minaccia. In particolare la minaccia, che può essere anche implicita, consiste nella prospettazione, nel caso di rifiuto di sottoposizione alla volontà minatoria, di un male futuro e ingiusto, idoneo ad eliminare o ridurre apprezzabilmente nel soggetto passivo la capacità di determinarsi e di agire secondo la propria indipendente volontà. (Nel caso di specie, la Cassazione ha considerato minaccia idonea a turbare la regolare attività di una corte d'assise, ai sensi dell'art. 338 c.p., l'invio di “messaggi d'attenzione” attraverso terze persone ad alcuni giudici popolari; qualificando questi "messaggi" a causa della "vaghezza" delle espressioni utilizzate e del contesto socio-ambientale in cui il fatto si realizzava, atti esecutivi di una vera e propria strategia intimidatoria correlata ad un'associazione di tipo mafioso).

Cassazione penale sez. VI  04 novembre 2005 n. 3828  

 

Integra il delitto di cui all'art. 338 c.p. (violenza o minaccia ad un Corpo politico, amministrativo o giudiziario) la minaccia, pure contenuta in un'espressione allusiva, che sia in concreto idonea ad incutere il timore di subire un danno ingiusto, non rilevando se il destinatario resista alla minaccia. L'idoneità del comportamento intimidatorio deve essere valutata con riguardo alle circostanze di fatto e quindi innanzitutto in relazione al contesto socio - ambientale, sicché anche semplici raccomandazioni o sollecitazioni possono assumere un significato fortemente minaccioso, se inserite in una situazione caratterizzata da rilevanti fenomeni di condizionamento violento o intimidatorio della libertà degli organismi pubblici e delle volontà delle persone. (La Corte ha ritenuto la sussistenza del reato, peraltro aggravato ex art. 7 d.l. n. 152 del 1991, sia dall'uso del metodo mafioso che dal fine di agevolare l'attività dell'associazione mafiosa "Cosa nostra", nella condotta degli imputati che avevano avvicinato alcuni giudici popolari del collegio di Corte d'assise, impegnato in un dibattimento, con il pretesto della preoccupazione umanitaria per le precarie condizioni di salute dell'imputato, in cui favore avevano sollecitato la concessione di un permesso per cure, determinando l'astensione di detti giudici popolari dalla partecipazione al collegio giudicante).

Cassazione penale sez. VI  04 novembre 2005 n. 3828  

 

Non può ritenersi sussistente il reato di cui all'art. 338 c.p. (violenza o minaccia ad un corpo politico, amministrativo o giudiziario) qualora la condotta violenta o minacciosa non sia diretta ad un organo collegiale o ad una sua rappresentanza, qualificabile, quest'ultima, come tale, solo nel presupposto che ad essa sia attribuito il potere di agire in nome e per conto del collegio. (Nella specie, in applicazione di tale principio, la Corte ha escluso la configurabilità del reato in un caso in cui esso era stato ipotizzato sulla base della ritenuta sussistenza di una "campagna di aggressione mediatica" condotta nei confronti di taluni singoli magistrati).

Cassazione penale sez. VI  18 maggio 2005 n. 32869

 

Agli effetti di quanto previsto dall'art. 338 c.p., per "corpo" politico, amministrativo o giudiziario deve intendersi una autorità collegiale che eserciti una delle suddette funzioni, in modo da esprimere una volontà unica tradotta in atti che siano riferibili al collegio e non ai singoli componenti che alla formazione di tale volontà concorrono. (Fattispecie nella quale la S.C. ha escluso che possa integrare la nozione suddetta un comando provinciale dell'Arma dei carabinieri).

Cassazione penale sez. VI  14 gennaio 2000 n. 2636



 
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