codice-penale
Codice penale aggiornato  al  13 Feb 2015
 
L'autore
 


Leggi tutti gli articoli dell'autore

 

Art. precedente Art. successivo
 

Art. 393 codice penale: Esercizio arbitrario delle proprie ragioni con violenza alle persone

Chiunque, al fine indicato nell’articolo precedente, e potendo ricorrere al giudice, si fa arbitrariamente ragione da sè medesimo usando violenza o minaccia alle persone, è punito con la reclusione fino a un anno.

Se il fatto è commesso anche con violenza sulle cose, alla pena della reclusione è aggiunta la multa fino a lire quattrocentomila.

La pena è aumentata se la violenza o la minaccia alle persone è commessa con armi.


Giurisprudenza annotata

Esercizio arbitrario delle proprie ragioni

L'esistenza di una ragione di diritto non puramente strumentale alla base di una richiesta economica rivolta alla persona offesa mediante violenza, vale a qualificare la condotta come esercizio arbitrario delle proprie ragioni con violenza alle persone ai sensi dell'art. 393 c.p. e non come estorsione. (Nella specie, la suddetta ragione di diritto è stata rinvenuta nell'art. 80 c.c., posto che l'imputato aveva precedentemente intrattenuto con la persona offesa – dalla quale pretendeva la restituzione di un bene regalatole – una relazione sentimentale alla quale avrebbe dovuto far seguito il matrimonio, mai contratto).

Tribunale Perugia  02 febbraio 2015 n. 7  

 

Il delitto di esercizio arbitrario delle proprie ragioni con violenza alla persona e quello di estorsione si distinguono non per la materialità del fatto, che può essere identica, ma per l'elemento intenzionale che, qualunque sia stata l'intensità e la gravità della violenza o della minaccia, integra la fattispecie estorsiva soltanto qualora miri all'attuazione di una pretesa non tutelabile davanti all'autorità giudiziaria. (Fattispecie in cui la Corte ha annullato la sentenza di condanna per il reato di tentata estorsione, che aveva escluso la configurabilità del reato di esercizio arbitrario delle proprie ragioni sulla base della intrinseca illiceità della condotta desumibile dal suo carattere violento e minaccioso, senza motivare sulla astratta possibilità di azionare un giudizio). (Annulla con rinvio, App. Lecce, 15/02/2013 )

Cassazione penale sez. II  25 settembre 2014 n. 42940  

 

Il delitto di esercizio arbitrario delle proprie ragioni con violenza o minaccia alle persone e quello di estorsione si distinguono non per la materialità del fatto, che può essere identica, ma per l’elemento intenzionale che, qualunque sia stata l'intensità e la gravità della violenza o della minaccia, integra la fattispecie estorsiva soltanto quando abbia di mira l'attuazione di una pretesa non tutelabile davanti all'autorità giudiziaria.

Cassazione penale sez. II  25 giugno 2014 n. 31224  

 

Il delitto di esercizio arbitrario delle proprie ragioni con violenza alla persona e quello di estorsione si distinguono non per la materialità del fatto, che può essere identica, ma per l'elemento intenzionale che, qualunque sia stata l'intensità e la gravità della violenza o della minaccia, integra la fattispecie estorsiva soltanto quando abbia di mira l'attuazione di una pretesa non tutelabile davanti all'autorità giudiziaria. (Annulla in parte con rinvio, Trib. lib. Milano, 26/02/2014 )

Cassazione penale sez. II  25 giugno 2014 n. 31224  

 

Integra il delitto di estorsione, e non quello di esercizio arbitrario delle proprie ragioni, l'azione intimidatrice con la quale si costringe il debitore a pagare il proprio debito nelle mani di un terzo estraneo al rapporto obbligatorio e al quale sia stato ceduto il credito, senza alcuna garanzia di effetto liberatorio. (Rigetta, Trib. lib. Catanzaro, 16/01/2014 )

Cassazione penale sez. V  20 giugno 2014 n. 52241  

 

Qualora il soggetto abbia agito con l'intento di esercitare un preteso diritto, tutelabile davanti all'autorità giudiziaria, è ravvisabile il reato di esercizio arbitrario delle proprie ragioni (art. 393 c.p.), senza che l'intensità e/o la gravità della violenza o della minaccia utilizzata possano indurre a qualificare il fatto a titolo di estorsione (art. 629 c.p.).

Cassazione penale sez. II  29 maggio 2014 n. 24293  

 

L'esercizio arbitrario delle proprie ragioni si traduce nella indebita attribuzione a sé stesso da parte del privato, di poteri e facoltà spettanti al giudice sicchè ove si tratti di poteri che non possano essere esercitati dal giudice, non può essere ravvisato tale reato e il fatto deve essere ricondotto ad una diversa ipotesi criminosa, e in particolare a quella di cui all'art. 610 c.p., la quale è applicabile quando, per difetto dei presupposti o dell'elemento psicologico non ricorrono gli estremi del delitto di cui all'art.393 c.p. (nella specie, l'imputato aveva costretto la persona offesa a consegnarli documenti relativi al condominio, strappandole di mano la cartella che li conteneva).

Cassazione penale sez. V  21 maggio 2014 n. 38571  

 

In tutti i casi in cui, a fronte di una imputazione di estorsione, venga eccepito dalla difesa dell'imputato di aver agito al fine di esercitare un preteso diritto, il Giudice non può determinare l'esatta qualificazione giuridica della condotta se preliminarmente non procede all'esame della pretesa vantata dall'agente per verificare se abbia i requisiti dell'effettività e della concretezza, tali da renderla idonea ad essere azionata in giudizio; solo dopo aver svolto tale accertamento, il giudice può procedere all'esame dell'elemento psicologico per verificare se l'imputato abbia agito nella convinzione ragionevole, anche se infondata, di esercitare un suo diritto, ovvero abbia agito per perseguire il conseguimento di un profitto nella consapevolezza della sua ingiustizia.

Cassazione penale sez. II  15 maggio 2014 n. 27105  

 

I delitti di esercizio arbitrario delle proprie ragioni con violenza o minaccia alle persone e di estorsione si distinguono in relazione all'elemento psicologico: nel primo, l'agente persegue il conseguimento di un profitto nella convinzione ragionevole, anche se infondata, di esercitare un suo diritto, ovvero di soddisfare personalmente una pretesa che potrebbe formare oggetto di azione giudiziaria; nel secondo, invece, l'agente persegue il conseguimento di un profitto nella consapevolezza della sua ingiustizia. Ne consegue che integra gli estremi dell'estorsione aggravata dal cd. "metodo mafioso", la condotta consistente in minacce di morte o gravi lesioni personali in danno dei prossimi congiunti del debitore, formulate da terzi estranei al rapporto obbligatorio, estrinsecantesi nell'evocazione dell'appartenenza di uno di essi ad una organizzazione malavitosa, in tal modo esercitando una forza intimidatoria estrema, indice del fine di procurare al creditore un profitto ingiusto, esorbitante rispetto al fine di recupero di somme di denaro sulla base di un preteso diritto, con corrispondente danno per il debitore, indotto ad accondiscendere passivamente alle avverse pretese senza avvalersi degli ordinari rimedi civilistici. (Rigetta, Trib. lib. Reggio Calabria, 07/11/2013 )

Cassazione penale sez. II  06 maggio 2014 n. 33870  



 
Art. precedente Art. successivo
 

 
Vuoi restare aggiornato su questo argomento?
Segui la nostra redazione anche su Facebook, Google + e Twitter. Iscriviti alla newsletter

 

 

© Riproduzione riservata

 
 
Commenti