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Art. 439 codice penale: Avvelenamento di acque o di sostanze alimentari

Chiunque avvelena acque o sostanze destinate all’alimentazione, prima che siano attinte o distribuite per il consumo, è punito con la reclusione non inferiore a quindici anni.

Se dal fatto deriva la morte di alcuno, si applica l’ergastolo; e, nel caso di morte di più persone, si applica la pena di morte (1) .

(1) La pena di morte è stata soppressa e sostituita con l’ergastolo.


Giurisprudenza annotata

Avvelenamento di acque

Ai fini della configurabilità del delitto di avvelenamento di acque o di sostanze alimentari non è sufficiente, neppure ai limitati fini dell'apprezzamento del "fumus" del reato, l'esistenza di rilevamenti attestanti il superamento dei livelli di contaminazione CSC (concentrazioni soglia di contaminazione) di cui all'art. 240, comma 1, lett. b) d.lg. n. 152 del 2006, trattandosi di indicazioni di carattere meramente precauzionale, il cui superamento non è sufficiente ad integrare nemmeno la fattispecie prevista dall'art. 257 d.lg. 3 aprile 2006 n. 152, la quale sanziona condotte di "inquinamento", ossia causative di un evento che costituisce evidentemente un "minus" rispetto all'ipotesi di "avvelenamento". (Annulla con rinvio, Trib. lib. Napoli, 01/04/2014 )

Cassazione penale sez. I  19 settembre 2014 n. 45001  

 

In tema di responsabilità amministrativa degli enti, ai fini della esperibilità del sequestro preventivo finalizzato alla confisca di danaro, beni o altre utilità di valore equivalente al profitto del reato, secondo il combinato disposto degli art. 19 comma 2 e 53 d.lg. n. 231 del 2001, deve intendersi per profitto soltanto il vantaggio patrimoniale che l'ente abbia già conseguito, anche sotto forma di risparmio di costi che altrimenti avrebbe dovuto affrontare e che presenti un diretto nesso di causalità con l'illecito, rimanendo quindi escluso che esso possa esser fatto automaticamente coincidere con l'entità del danno che si assume prodotto dallo stesso illecito. (Nella specie, in applicazione di tale principio, la Corte ha annullato senza rinvio il provvedimento con il quale era stato confermato, dal tribunale del riesame, il sequestro preventivo di danaro e beni di varia natura fino a concorrenza della somma che si assumeva corrispondente al danno che sarebbe stato conseguenza dei reati di cui agli art. 434, 437 e 439 c.p., e di altri reati previsti dalla normativa in materia di tutela ambientale, sulla base della postulata identificabilità di detta somma con quella corrispondente alle presunte economie che sarebbero state realizzate dall'impresa nell'interesse della quale gli imputati avrebbero operato, omettendo l'adozione delle necessarie misure di sicurezza, prevenzione e protezione dell'ambiente).

Cassazione penale sez. VI  20 dicembre 2013 n. 3635  

 

Nei reati contro la p.a., il giudizio di prognosi sfavorevole sulla pericolosità sociale dell'incolpato non è di per sé impedito dalla circostanza che l'indagato abbia dismesso la carica o esaurito l'ufficio nell'esercizio del quale aveva realizzato la condotta addebitata, purché il giudice fornisca adeguata e logica motivazione sulle circostanze di fatto che rendono probabile che l'agente, pur in una diversa posizione soggettiva, possa continuare a porre in essere condotte antigiuridiche aventi lo stesso rilievo ed offensive della stessa categoria di beni e valori di appartenenza del reato commesso. (Nella specie la Corte ha ritenuto la sussistenza del "periculum in mora" in ordine ai reati di cui agli art. 434 commi 1 e 2, 437 commi 1 e 2 e 439 c.p. relativamente alla eventualità che gli indagati, quali titolari dello stabilimento industriale inquinante ponessero in essere interventi di fatto a tutela della proprietà e, quindi, per finalità opposte a quelle del sequestro preventivo cui era stato sottoposto lo stabilimento medesimo. Rigetta, Trib. lib. Taranto, 07/08/2012

Cassazione penale sez. I  16 gennaio 2013 n. 15667

 

Le condotte di avvelenamento e di corrompimento (o adulterazione o contraffazione) di acque o altre sostanze destinate all'alimentazione, punite dagli art. 439 e 440 c.p., costituiscono forme omogenee di offesa al medesimo bene protetto dalle norme incriminatici, che si distinguono solo per l'intensità del pericolo per salute pubblica, maggiore per l'avvelenamento, minore per il corrompimento; ne consegue che l'accertamento dell'esistenza di tale pericolo – richiesto espressamente dalla fattispecie del corrompimento di cui all'art. 440 c.p. – è requisito implicito anche della fattispecie dell'art. 439 c.p., poiché il pericolo è immanente al concetto stesso dell'avvelenamento, in relazione al quale si deve anzi fornire la prova della sua particolare intensità.

Tribunale Pescara  14 giugno 2011 n. 282  

 

Le condotte di avvelenamento e di corrompimento (o adulterazione o contraffazione) di acque o altre sostanze destinate all'alimentazione, punite, rispettivamente, dagli art. 439 e 440 c.p., costituiscono forme omogenee di offesa al medesimo bene protetto dalle norme incriminatrici, che si distinguono solo per l'intensità del pericolo per la salute pubblica, maggiore per l'avvelenamento, minore per il corrompimento; ne consegue che l'accertamento dell'esistenza di tale pericolo - richiesto espressamente dalla fattispecie del corrompimento di cui all'art. 440 c.p. - è requisito implicito anche della fattispecie dell'art. 439 c.p., poiché il pericolo è immanente al concetto stesso dell'avvelenamento, in relazione al quale si deve anzi fornire la prova della sua particolare intensità.

Ufficio Indagini preliminari Pescara  10 maggio 2010

 

Per la configurabilità del reato di avvelenamento (ipotizzato, nella specie, come colposo) di acque o sostanze destinate all'alimentazione, pur dovendosi ritenere che trattasi di reato di pericolo presunto, è tuttavia necessario che un "avvelenamento", di per sé produttivo, come tale, di pericolo per la salute pubblica, vi sia comunque stato; il che richiede che vi sia stata immissione di sostanze inquinanti di qualità ed in quantità tali da determinare il pericolo, scientificamente accertato, di effetti tossico- nocivi per la salute. (Nella specie, in applicazione di tale principio, la Corte ha ritenuto fondata ed assorbente la censura con la quale, da parte dell'imputato, dichiarato responsabile del reato "de quo" a causa dello sversamento accidentale in un corso di acqua pubblica di un quantitativo di acido cromico, si era denunciato il mancato accertamento, in sede di merito, dell'effettiva pericolosità della concentrazione di detta sostanza in corrispondenza del punto d'ingresso delle acque nell'impianto di potabilizzazione, essendosi ritenuto sufficiente il mero superamento dei limiti tabellari). (Annulla con rinvio, App. Venezia, 3 giugno 2005)

Cassazione penale sez. IV  13 febbraio 2007 n. 15216  

 

La norma incriminatrice di cui agli art. 439 e 452 c.p., che punisce l'avvelenamento colposo di acque destinate all'alimentazione, se non richiede espressamente che dal fatto sia derivato un pericolo per la salute pubblica (onde può giustificarsi la tradizionale costruzione della norma incriminatrice come fattispecie di pericolo presunto), richiede pur sempre che si sia verificato un "avvelenamento", che il giudice, quindi, deve accertare. (Da queste premesse, la Corte ha annullato con rinvio la sentenza di condanna evidenziando come il giudice di merito non avesse accertata l'effettiva quantità di cromo finita nelle acque, benché per aversi avvelenamento occorresse riferirsi a condotte tali da risultare, per la quantità e la qualità dell'inquinante, pericolose per la salute pubblica, vale a dire potenzialmente idonee a produrre effetti tossico-nocivi per la salute).

Cassazione penale sez. IV  13 febbraio 2007 n. 15216  

 

Ai fini della configurabilità della ipotesi tentata del reato previsto dall'art. 439 c.p. occorre dare la dimostrazione non solo della univocità dell'azione ma anche della oggettiva idoneità degli atti a determinare l'avvelenamento delle acque destinate all'alimentazione. (Fattispecie nella quale era stata emessa misura cautelare personale in relazione allo smaltimento - mediante spandimento su terreni agricoli - di fanghi provenienti da un depuratore e contenenti sostanze pericolose in quantità superiori al consentito. Il tribunale della libertà aveva rilevato la mancata dimostrazione, sia pure a livello indiziario, del fatto che nei fanghi vi fossero sostanze pericolose in quantità tali da dare luogo ad effettivo pericolo di contaminazione di acque di falda, pozzi e coltivazioni. La Corte ha ritenuto che tale assunto fosse corretto).

Cassazione penale sez. V  26 aprile 2005 n. 23465  



 
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