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Art. 442 codice penale: Commercio di sostanze alimentari contraffatte o adulterate

Chiunque, senza essere concorso nei reati preveduti dai tre articoli precedenti, detiene per il commercio, pone in commercio, ovvero distribuisce per il consumo acque, sostanze o cose che sono state da altri avvelenate, corrotte, adulterate o contraffatte in modo pericoloso alla salute pubblica, soggiace alle pene rispettivamente stabilite dai detti articoli.


Giurisprudenza annotata

Incolumità pubblica

Integra il concorso dei reati di cui agli art. 442 e 648 c.p. la detenzione per il commercio, o la distribuzione per il consumo, di sostanze contraffatte nella specie, prodotti farmaceutici protetti da brevetto), se l'agente ha ricevuto o acquistato le stesse nella consapevolezza della loro provenienza delittuosa. (Annulla in parte senza rinvio, App. Roma, 21/11/2012 )

Cassazione penale sez. II  30 aprile 2014 n. 23543  

 

Il reato di cui all'art. 442 c.p. (commercio di sostanze alimentari contraffatte o adulterate) può concorrere con quello di ricettazione, anche in assenza, nella formulazione del capo d'imputazione, di specifico riferimento a tale ultima norma, quando risulti comunque contestato (e successivamente accertato) che la condotta dell'agente aveva avuto ad oggetto prodotti protetti da brevetto.

Cassazione penale sez. II  30 aprile 2014 n. 23543

 

In relazione alla condotta di distribuzione per il consumo di acque da altri avvelenate o corrotte (art. 442 c.p.) il livello minimo del pericolo per la salute pubblica penalmente rilevante è rappresentato dalle stesse soglie di esposizione individuate, per ciascuna sostanza tossica, dalla disciplina delle acque potabili (d.lg. n. 31 del 2001, da integrarsi con le indicazioni degli organismi scientifici internazionali EPA e WHO). Queste soglie non costituiscono limiti "ultraprudenziali" ma sono proprio l'espressione del massimo livello scientificamente e giuridicamente accettabile delle quantità di sostanza tossica che può essere assunta dall'uomo senza rischi per la salute, tenuto conto però dell'ipotesi che ne costituisce il fondamento: ovvero che l'assunzione dell'acqua contaminata sia esclusiva (2-3 litri/die) e continuativa per l'intero corso della vita umana. Ne consegue che: superamenti dei limiti di concentrazione che siano di entità modesta e per periodi limitati non costituiscono, di per sé, indice dell'insorgenza del pericolo per la salute (ma solo della necessità di vigilare sulla qualità dell'acqua onde rientrare nel più breve tempo possibile all'interno delle concentrazioni previste, dunque di individuare la causa della contaminazione per eliminarla o ricorrere ad altra fonte); tale pericolo deve quindi trovare specifica dimostrazione con riferimento al livello dell'esposizione alle sostanze tossiche in concreto verificatasi; la distribuzione di acque che per l'utente finale - pur a seguito della miscelazione di fonti diverse, alcune delle quali presentino occasionali e limitati superamenti delle concentrazioni previste - siano rimaste sempre all'interno dei limiti di potabilità non può costituire pericolo scientificamente dimostrabile per la salute pubblica.

Tribunale Pescara  14 giugno 2011 n. 282  

 

In relazione alla condotta di distribuzione per il consumo di acque da altri avvelenate o corrotte (art. 442 c.p.) il livello minimo del pericolo per la salute pubblica penalmente rilevante è rappresentato dalle stesse soglie di esposizione individuate, per ciascuna sostanza tossica, dalla disciplina delle acque potabili (d.lg. n. 31 del 2001, da integrarsi con le indicazioni degli organismi scientifici internazionali EPA e WHO). Queste soglie non costituiscono limiti "ultraprudenziali" ma sono proprio l'espressione del massimo livello scientificamente e giuridicamente accettabile della quantità di sostanza tossica che può essere assunta dall'uomo senza rischi per la salute, tenuto conto però dell'ipotesi che ne costituisce il fondamento: ovvero che l'assunzione dell'acqua contaminata sia esclusiva (2/3 litri/die) e continuativa per l'intero corso della vita umana. Ne consegue che superamenti dei limiti di concentrazione che siano di entità modesta e per periodi limitati non costituiscono, di per sé, indice dell'insorgenza del pericolo per la salute (ma solo della necessità di vigilare sulla qualità dell'acqua onde rientrare nel più breve tempo possibile all'interno delle concentrazioni previste, dunque di individuare la causa della contaminazione per eliminarla o per ricorrere ad altra fonte). Tale pericolo deve quindi trovare specifica dimostrazione con riferimento al livello dell'esposizione alle sostanze tossiche in concreto verificatasi; la distribuzione di acque che per l'utente finale – pur a seguito della miscelazione di fonti diverse, alcune delle quali presentino occasionali e limitati superamenti delle concentrazioni previste – siano rimaste sempre all'interno dei limiti di potabilità non può costituire pericolo scientificamente dimostrabile per la salute pubblica.

Ufficio Indagini preliminari Pescara  10 maggio 2010

 

Deve considerarsi "contraffatta" ogni sostanza che deliberatamente e fraudolentemente rechi false indicazioni circa la sua origine e/o identità, non essendo il concetto di genuinità quello naturale, ma quello formale fissato dal legislatore; tali devono, pertanto, considerarsi le sostanze farmaceutiche prodotte da soggetti terzi in violazione della tutela brevettale che, in quanto prive delle relative garanzie, sono idonee a mettere in pericolo la salute pubblica (la Corte ha ravvisato la sussistenza del reato di somministrazione di sostanze contraffatte o adulterate di cui all'art. 442 c.p. in capo a taluni farmacisti che avevano ceduto clandestinamente sostanze contraffatte (sildenafil citrato, omeprazolo e sibutramina) in violazione privativa brevettale.

Cassazione penale sez. IV  22 febbraio 2006 n. 17230  

 

Costituisce il reato di cui all'art. 442 c.p., nella forma colposa di cui all'art. 452 c.p., la messa in commercio di latte adulterato per presenza di idrazide dell'acido isonicotinico (sostanza pericolosa per la salute pubblica) da parte del presidente di una cooperativa di allevatori che effettui tra i soci la r accolta del latte per la distribuzione.

Tribunale Torino  16 maggio 1996



 
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