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Art. 457 codice penale: Spendita di monete falsificate ricevute in buona fede

Chiunque spende, o mette altrimenti in circolazione monete contraffatte o alterate, da lui ricevute in buona fede, è punito con la reclusione fino a sei mesi o con la multa fino a lire due milioni.


Giurisprudenza annotata

Falsità di monete

In tema di detenzione di monete contraffatte al fine di metterle in circolazione, di cui all'art. 455 c.p., la consapevolezza della falsità del denaro al momento della sua ricezione, che vale a distinguere il reato dalla diversa ipotesi di buona fede prevista dall'art. 457 c.p., può essere desunta dalla pluralità delle banconote contraffatte detenute nonché dal difetto di una qualsiasi indicazione, da parte dell'imputato, sia della provenienza del denaro che di un qualunque diverso e lecito fine della sua detenzione. (Rigetta, App. Milano, 04/07/2013 )

Cassazione penale sez. V  19 maggio 2014 n. 40994

 

L'art. 459 comma 1 c.p., nella parte in cui prevede la punibilità, ai sensi delle disposizioni di cui agli art. 453, 455 e 457 c.p., ma con pene ridotte di un terzo, della condotta consistente nell'acquisto, detenzione e messa in circolazione di valori di bollo contraffatti, deve ritenersi applicabile, per ragioni di ordine logico-sistematico, anche all'ipotesi in cui trattasi di valori di bollo alterati nel loro importo; ciò anche alla luce della espressa equiparazione tra contraffazione e alterazione prevista per la meno grave figura di reato di cui all'art. 464 c.p.

Cassazione penale sez. V  21 novembre 2012 n. 13780  

 

In tema di detenzione e spaccio di monete falsificate, i reati di cui agli art. 453 e 455 c.p. si distinguono da quello previsto dall'art. 457 in quanto nei primi la consapevolezza della falsità deve sussistere nell'agente all'atto della ricezione della moneta falsa, mentre nell'ultimo tale consapevolezza è successiva a tale ricezione. Dichiara inammissibile, App. Bologna, 03 marzo 2009

Cassazione penale sez. V  03 giugno 2010 n. 30927  

 

Al fine dell'integrazione dell'elemento soggettivo del reato di spendita di monete falsificate, previsto dall'art. 455 c.p., non occorre una assoluta conoscenza della falsità nel momento in cui sono ricevute, essendo sufficiente anche il dubbio per escludere quella buona fede nella ricezione, che, nei congrui casi, trasferisce il fatto sotto il titolo meno grave dell'art. 457 c.p. Rigetta, App. Reggio Calabria, 23 ottobre 2008

Cassazione penale sez. V  16 febbraio 2010 n. 19465  

 

Ai fini dell’integrazione dello elemento soggettivo del reato di detenzione al fine di spendita di monete falsificate, previsto dall’art. 455 c.p., non è richiesta l'assoluta conoscenza della falsità nel momento in cui dette monete sono ricevute, essendo sufficiente anche il solo dubbio per escludere quella buona fede nella ricezione, che, nei congrui casi, trasferisce il fatto della spendita sotto il titolo meno grave dell’art. 457 c.p.

Cassazione penale sez. V  16 febbraio 2010 n. 19465  

 

Ricorre il reato di cui all’art. 455 c.p. e non quello previsto dall’art. 457 c.p. quando, tenuto conto del numero considerevole di banconote false possedute si può escludere una scoperta della falsità successiva all’occasionale apprensione e pertanto si può ritenere che la consapevolezza della falsità delle banconote sussistesse già all’atto della ricezione.

Tribunale Rimini  11 dicembre 2006 n. 2259  

 

La distinzione tra i delitti contemplati dagli art. 455 e 457 c.p. sta di fatto che nella prima ipotesi, la consapevolezza della falsità delle monete deve sussistere nel soggetto agente all'atto della loro ricezione, mentre, nella seconda ipotesi, la scoperta della falsità delle monete è successiva alla loro apprensione (fattispecie in tema di possesso di certificati di credito del tesoro contraffatti).

Tribunale Orvieto  13 gennaio 1994

 

La distinzione tra i delitti contemplati dagli art. 455 e 457 c.p. sta nel fatto che, nella prima ipotesi, la consapevolezza della falsità delle monete deve sussistere nel soggetto agente all'atto della loro ricezione, mentre, nella seconda ipotesi, la scoperta della falsità delle monete è successiva alla loro apprensione (fattispecie in tema di possesso di certificati di credito del tesoro contraffatti).

Tribunale Orvieto  13 gennaio 1994

 

In tema di falso nummario, ai fini della sussistenza della grossolanità e della falsità, da cui discende l'esclusione della punibilità dei reati di cui agli artt. 453, 455, 457, è richiesto che la diversità delle caratteristiche della moneta vera rispetto a quella falsificata sia tale da poter essere riconosciuta ictu oculi dalla generalità dei cittadini anche tra quelli meno esperti e diligenti (e non certo del "cittadino medio"). Ne consegue che tale grossolanità non può ritenersi sussistente per il solo fatto che una persona adusa, per ragioni di professione o di commercio o per altro motivo, al maneggio del danaro, non venga tratta in inganno dalla contraffazione delle banconote, non priva dei requisiti sufficienti a sorprendere la buona fede della pluralità degli altri soggetti.

Cassazione penale sez. I  02 giugno 1992

 

L'elemento differenziale tra le due ipotesi di reato, punite rispettivamente dagli art. 455 e 457 c.p. risiede nel momento in cui l'agente diventa consapevole della falsità della moneta da lui detenuta. Nella prima ipotesi, la scienza della falsità deve sussistere all'atto della ricezione delle monete contraffatte, mentre nella seconda tale scienza è posteriore al ricevimento, trattandosi nella prima ipotesi di delitto a dolo specifico, per cui l'agente deve essere cosciente della falsità fin dal momento in cui accetta la moneta contraffatta o comunque ne acquisisca il possesso e compia tali atti al fine di mettere in circolazione la moneta stessa.

Cassazione penale sez. VI  05 febbraio 1988

 

Il rinvio dell'art. 459 c.p. alle disposizioni degli artt. 453, 455 e 457 non può intendersi come un semplice richiamo quoad poenam; sicché per la individuazione delle relative fattispecie è necessario far riferimento al contenuto delle disposizioni richiamate. Ne consegue che in caso di detenzione di valori di bollo contraffatti o alterati, occorre accertare se la detenzione sia avvenuta al fine della messa in circolazione, così come richiesto dall'art. 455. Se tal fine è escluso, non sussiste il reato di cui all'art. 459. Così, se il soggetto, non essendo concorso nella contraffazione o nell'alterazione, abbia detenuto valori di bollo falsificati ma non al fine della messa in circolazione, e poi ne abbia fatto uso secondo la loro normale destinazione, non si configura l'ipotesi criminosa di cui all'art. 459, bensì quella meno grave prevista dall'art. 464. (Fattispecie relativa all'applicazione di una marca da bollo contraffatta sulla patente di guida).

Cassazione penale sez. V  22 febbraio 1983



 
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