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Art. 513-bis codice penale: Illecita concorrenza con minaccia o violenza

Chiunque nell’esercizio di un’attività commerciale, industriale o comunque produttiva, compie atti di concorrenza con violenza o minaccia, è punito con la reclusione da due a sei anni.

La pena è aumentata se gli atti di concorrenza riguardano un’attività finanziata in tutto o in parte ed in qualsiasi modo dallo Stato o da altri enti pubblici.


Giurisprudenza annotata

Illecita concorrenza con violenza o minaccia

Il delitto di illecita concorrenza con violenza o minaccia, previsto dall'art. 513 bis c.p. e avente natura di reato complesso, non può essere assorbito nel delitto di estorsione, né in quello di concussione, trattandosi di norme con diversa collocazione sistematica e preordinate alla tutela di beni giuridici diversi, talché, ove ne ricorrano gli elementi costitutivi, si ha concorso formale tra gli stessi. (Rigetta, Trib. Napoli, 17/04/2014 )

Cassazione penale sez. fer.  04 settembre 2014 n. 45132  

 

Il delitto di cui all'art. 513-bis c.p. punisce soltanto le condotte illecite tipicamente concorrenziali realizzate con atti di coartazione che inibiscono la normale dinamica imprenditoriale, ma non anche le condotte intimidatorie finalizzate ad ostacolare o coartare l'altrui libera concorrenza, e però poste in essere al di fuori dell'attività concorrenziale, ferma restando l' eventuale riconducibilità di queste ad altre fattispecie di reato.

Cassazione penale sez. II  27 maggio 2014 n. 29009  

 

Il delitto previsto dall'art. 513 bis c.p. punisce soltanto le condotte illecite tipicamente concorrenziali (quali il boicottaggio, lo storno dei dipendenti, il rifiuto di contrattare, etc.) realizzate con atti di coartazione che inibiscono la normale dinamica imprenditoriale, ma non anche le condotte intimidatorie finalizzate ad ostacolare o coartare l'altrui libera concorrenza, e però poste in essere al di fuori dell'attività concorrenziale, ferma restando l'eventuale riconducibilità di queste ad altre fattispecie di reato. (Annulla in parte con rinvio, App. Catanzaro, 05/03/2013 )

Cassazione penale sez. II  27 maggio 2014 n. 29009  

 

Ai fini della configurabilità del reato di cui all'art. 513 bis c.p. (illecita concorrenza con minaccia o violenza) rilevano soltanto quelle condotte illecite tipicamente concorrenziali (quali il boicottaggio, lo storno dei dipendenti, il rifiuto di contrattare, etc,) attuate però con atti di coartazione che inibiscono la normale dinamica imprenditoriale, mentre restano esclusi dalla fattispecie astratta gli atti intimidatori che siano finalizzati a contrastare od ostacolare l'altrui libera concorrenza, relativamente ai quali possono configurarsi altre e diverse ipotesi di reato, tra le quali, in particolare, l'estorsione, consumata o tentata. (Nella specie, in applicazione di tale principio, la Corte ha censurato la decisione del giudice di merito che aveva ritenuto configurabile il reato di cui all'art. 513 bis c.p. in caso in cui si addebitava all'imputato di avere compiuto atti di violenza e minaccia nei confronti del dipendente di un'impresa che esercitava attività di vigilanza in concorrenza con quella facente capo all'imputato medesimo).

Cassazione penale sez. II  27 maggio 2014 n. 29009  

 

Il delitto di illecita concorrenza con violenza o minaccia concorre e non è assorbito nel reato di estorsione, trattandosi di fattispecie preordinate alla tutela di beni giuridici diversi: la disposizione di cui all'art. 513 bis c.p. ha come scopo la tutela dell'ordine economico e, quindi, del normale svolgimento delle attività produttive a esso inerenti, mentre il reato di estorsione tende a salvaguardare prevalentemente il patrimonio dei singoli. Dichiara inammissibile, App. Reggio Calabria, 02/07/2012

Cassazione penale sez. II  24 ottobre 2013 n. 5793  

 

Il reato di cui all'art. 513 bis c.p. è un reato complesso di pericolo che può essere integrato anche da un solo atto di concorrenza illecita caratterizzato da violenza o minaccia perché il nucleo fondamentale del suo elemento oggettivo è costituito dalla realizzazione di un atto di illecita concorrenza. Ne consegue che, quando gli atti di concorrenza illecita siano plurimi e sussista l'identità del disegno criminoso, trova applicazione l'istituto della continuazione e il termine di prescrizione decorre dalla data di consumazione di ciascuno dei reati che compongono la sequenza. (Nel caso di specie la Corte territoriale aveva fatto discendere dall'erronea qualificazione giuridica del reato come abituale l'individuazione del "dies a quo" della prescrizione nella data di consumazione dell'ultimo degli atti di concorrenza accertati). Annulla con rinvio, App. Venezia, 28/06/2012

Cassazione penale sez. III  16 maggio 2013 n. 39784  

 

L'art. 513 bis c.p. punisce soltanto quelle condotte illecite tipicamente concorrenziali (quali il boicottaggio, lo storno dei dipendenti, il rifiuto di contrattare, etc.) attuate, però, con atti di coartazione che inibiscono la normale dinamica imprenditoriale, non rientrando, invece, nella fattispecie astratta, gli atti intimidatori che siano finalizzati a contrastare o ostacolare l'altrui libera concorrenza. (Fattispecie nella quale è stata qualificata come minaccia la condotta del titolare di una ditta di trasporti, che aveva intimato al responsabile di una impresa concorrente di non avvalersi della collaborazione di un ex socio). Annulla senza rinvio, App. Ancona, 24 ottobre 2011

Cassazione penale sez. III  06 marzo 2013 n. 16195  

 

L'art. 513 bis c.p. punisce soltanto quelle condotte tipicamente concorrenziali (quali il boicottaggio, lo storno dei dipendenti, il rifiuto di contrattare, etc.) attuate, però, con atti di coartazione che inibiscono la normale dinamica imprenditoriale, non rientrando, invece, nella fattispecie astratta, gli atti intimidatori siano finalizzati a contrastare o ostacolare l'altrui libera concorrenza. (Nella specie, la Corte ha escluso ricorresse il reato nel caso in cui gli agenti, facenti capo ad una società riconducibile ad appartenenti ad un clan mafioso, svolgevano una funzione di mera intermediazione parassitaria inducendo agli imprenditori di rifornirsi di ferro presso un'impresa da loro imposta).

Cassazione penale sez. I  02 febbraio 2012 n. 6541  

 

Per valutare l'adottabilità, o meno, della misura cautelare del sequestro preventivo finalizzato alla confisca il giudice non può avere riguardo alla sola astratta configurabilità del reato, ma deve tener conto, in modo puntuale e coerente, delle concrete risultanze processuali e dell'effettiva situazione emergente dagli elementi forniti dalle parti, indicando, sia pure sommariamente, le ragioni che rendono allo stato sostenibile l'impostazione accusatoria (nella specie, la Corte ha annullato l'ordinanza di conferma del decreto di sequestro preventivo emesso nei confronti degli imputati, accusati di atti di illecita concorrenza volti al controllo del mercato del ferro. Gli imputati, infatti, avevano imposto alle società costruttrici acquirenti di rifornirsi da una società produttrice per il tramite della società poi sequestrata. Tale società limitava la propria attività ad una mera interposizione con aggravio di spese per le ditte acquirenti il ferro. Nella specie, i giudici del merito non aveva indicato quali sarebbero state le condotte violente o minacciose che avrebbero dovuto ritenere configurabile il delitto previsto e punito dall'articolo 513-bis c.p. Per la Corte la mediazione, in quanto «parassitaria», non era di per sé idonea a ritenere integrati gli estremi dell'illecita concorrenza).

Cassazione penale sez. I  02 febbraio 2012 n. 10395  

 

Per valutare l'adottabilità, o meno, della misura cautelare del sequestro preventivo finalizzato alla confisca il giudice non può avere riguardo alla sola astratta configurabilità del reato, ma deve tener conto, in modo puntuale e coerente, delle concrete risultanze processuali e dell'effettiva situazione emergente dagli elementi forniti dalle parti, indicando, sia pure sommariamente, le ragioni che rendono allo stato sostenibile l'impostazione accusatoria (nella specie, la Corte ha annullato l'ordinanza di conferma del decreto di sequestro preventivo emesso nei confronti degli imputati, accusati di atti di illecita concorrenza volti al controllo del mercato del ferro. Gli imputati, infatti, avevano imposto alle società costruttrici acquirenti di rifornirsi da una società produttrice per il tramite della società poi sequestrata. Tale società limitava la propria attività ad una mera interposizione con aggravio di spese per le ditte acquirenti il ferro. Nella specie, i giudici del merito non aveva indicato quali sarebbero state le condotte violente o minacciose che avrebbero dovuto ritenere configurabile il delitto previsto e punito dall'articolo 513-bis c.p. Per la Corte, la mediazione «parassitaria» non era di per sé idonea a ritenere integrati gli estremi dell'illecita concorrenza).

Cassazione penale sez. I  02 febbraio 2012 n. 10395  

 

La previsione incriminatrice di cui all'art. 513 bis c.p. sanziona solo la condotta tipica sostanziatasi nel compimento di atti di concorrenza illecita posti in essere con violenza o minaccia (boicottaggio, storno di dipendenti, rifiuto di contrattare ecc.) nei confronti di altri soggetti economici operanti nello stesso settore, mentre è inapplicabile (dovendosi piuttosto applicare altre fattispecie incriminatrici) ad atti di violenza e minaccia, non sostanziatisi nel compimento di atti di illecita concorrenza, pur quando la limitazione della concorrenza sia stata la finalità perseguita dall'agente. (Nella specie, la Corte ha annullato con rinvio il provvedimento di sequestro preventivo di una ditta commerciale, adottato ipotizzandosi l'avvenuta commissione del reato di cui all'art. 513 bis c.p., evidenziando come tale reato non potesse fondarsi solo in relazione allo svolgimento di un'attività di interposizione commerciale, anche in ipotesi parassitaria, realizzata attraverso un'operazione di acquisto di ferro, per conto dei destinatari, i quali provvedevano al trasporto e a ogni incombenza pratica, finendo così con il pagare un prezzo maggiorato rispetto a quello del libero mercato).

Cassazione penale sez. I  06 luglio 2011 n. 33791



 
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