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Art. 575 codice penale: Omicidio

Chiunque cagiona la morte di un uomo è punito con la reclusione non inferiore ad anni ventuno.


Giurisprudenza annotata

Omicidio

In tema di circostanze aggravanti, deve escludersi quella dei motivi futili laddove si tratti di una minaccia perpetrata al fine di demarcare il confine tra due opposte fazioni, poiché detti motivi, per quanto riprovevoli, non possano ritenersi compresi nel concetto di “abiezione”, intesa come condizione turpe, ignobile che rivela nell’agente un grado di perversità tale da destare un profondo senso di ripugnanza in ogni persona di media moralità.

Tribunale Napoli sez. I  29 luglio 2014 n. 7003  

 

In tema di circostanze aggravanti, deve escludersi la premeditazione laddove non sia provato che la minaccia fosse “ab initio” un obiettivo programmato dagli imputati e non invece l’esito di un litigio con altri soggetti.

Tribunale Napoli sez. I  29 luglio 2014 n. 7003  

 

Integra l’ipotesi di minaccia aggravata dal metodo mafioso e dall’uso dell’arma anziché quella di tentato omicidio la condotta di colui il quale spari numerosi colpi in rapida sequenza in direzione della parte offesa, a distanza ravvicinata, senza tuttavia colpirla, poiché una simile condotta più che una volontà omicida denota un chiaro intento intimidatorio; ai fini della perfezione delle fattispecie rileva infatti non tanto l’idoneità dell’azione quanto l’univocità degli atti o la direzione dell’azione stessa.

Tribunale Napoli sez. I  29 luglio 2014 n. 7003  

 

È configurabile la partecipazione, a titolo di concorso morale, nell'omicidio di persona diversa da quella alla quale l'offesa era diretta, in quanto l'errore esecutivo non ha alcuna incidenza sull'elemento soggettivo del partecipe morale, essendosi comunque realizzata l'azione concordata con l'autore materiale, il cui esito aberrante è privo di ogni rilevanza ai fini della qualificazione del reato sotto il profilo oggettivo e soggettivo. (Rigetta in parte, Ass.App. Caltanissetta, 09/10/2013)

Cassazione penale sez. I  08 luglio 2014 n. 38549  

 

In tema di tentato omicidio, ad assumere valore determinante per verificare la sussistenza dell'animus necandi è l'idoneità dell'azione, da apprezzare in concreto, senza essere condizionata dagli effetti realmente raggiunti (riconosciuta, nella specie, la responsabilità dell'imputato che aveva colpito al petto con una coltellata la persona offesa, alla luce si del tipo di arma utilizzata, della violenza del colpo, della parte del corpo colpita e delle frasi pronunciate dall'imputato).

Cassazione penale sez. I  24 giugno 2014 n. 52052  

 

In tema di tentato omicidio, la scarsa entità (o anche l'inesistenza) delle lesioni provocate alla persona offesa non sono circostanze idonee ad escludere di per sé l'intenzione omicida, in quanto possono essere rapportabili anche a fattori indipendenti dalla volontà dell'agente, come un imprevisto movimento della vittima, un errato calcolo della distanza o una mira non precisa. (Dichiara inammissibile, App. Milano, 07/01/2013 )

Cassazione penale sez. I  10 giugno 2014 n. 52043  

 

L'uomo che reagisce ad espressioni verbali ingiuriose con furia e violenza, colpendo la persona offesa alla testa con una mazza da baseball è colpevole di tentato omicidio. La valutazione sull'oggettiva idoneità offensiva della condotta deve essere compiuta 'ex ante', imponendo al Giudice di collocarsi idealmente nella situazione che si presentava al soggetto attivo del reato nel momento in cui ha posto in essere la condotta, tenendo conto degli esiti prevedibili dell'azione nelle condizioni date, senza che il relativo giudizio possa essere condizionato dagli effetti realmente raggiunti.

Cassazione penale sez. I  27 maggio 2014 n. 40642  

 

In tema di reati contro la persona, l'omicidio preterintenzionale si configura allorquando l'azione aggressiva dell'autore del reato sia diretta soltanto a percuotere la vittima o a causarle lesioni, così che la morte costituisce un evento non voluto, ancorché legato da nesso causale alla condotta dell'agente. Pertanto, il criterio distintivo tra l'omicidio volontario e l'omicidio preterintenzionale risiede nel fatto che, nel secondo caso, la volontà dell'agente esclude ogni previsione dell'evento morte, mentre, nel primo caso, la volontà dell'agente è costituita dall'"animus necandi", ossia dal dolo intenzionale, nelle gradazioni del dolo diretto o eventuale, il cui accertamento è rimesso alla valutazione rigorosa di elementi oggettivi desunti dalle concrete modalità della condotta. (Nella specie, correttamente, secondo la Corte, era stato ravvisato l'omicidio volontario sostenuto dal dolo diretto, in una vicenda caratterizzata da un prolungato pestaggio protrattosi per molti minuti - quasi un'ora - consumato con pugni e, in seguito, dopo la perdita di sensi da parte della vittima, con continui e violenti calci al volto e alla testa, cagione di una frattura mortale della fossa cranica).

Cassazione penale sez. I  12 marzo 2014 n. 14647  

 

Ai fini della distinzione tra omicidio volontario e preterintenzionale rileva il fatto che, mentre nel secondo caso la volontà dell'agente esclude ogni previsione dell'evento morte, nell'omicidio volontario, la volontà dell'agente è costituita dall'animus necandi, ossia dal dolo intenzionale, nelle gradazioni del dolo diretto o eventuale, il cui accertamento è rimesso alla valutazione rigorosa di elementi oggettivi, desunti dalle concrete modalità della condotta.

Cassazione penale sez. I  12 marzo 2014 n. 14647  

 

In tema di omicidio volontario, l'agguato costituisce, in astratto, indice rivelatore della premeditazione, siccome sinonimo di imboscata od insidia preordinata che postula un appostamento, protratto per un tempo più o meno lungo, in attesa della vittima designata ed in presenza di mezzi e modalità tali da non consentire dubbi sul reale intendimento dell'insidia, sicchè già il pur breve arco di tempo dell'attesa, può valere a soddisfare gli elementi costitutivi della premeditazione:il requisito ideologico - consistente nel perdurare nell'animo del soggetto, senza soluzione di continuità fino alla commissione del reato, di una risoluzione criminosa ferma ed irrevocabile - e quello cronologico - rappresentato dal trascorrere di un intervallo di tempo apprezzabile, fra l'insorgenza e l'attuazione di tale proposito, in concreto sufficiente a far riflettere l'agente sulla decisione presa ed a consentire il prevalere dei motivi inibitori su quelli a delinquere. Spetta al giudice di merito, ai fini della configurabilità dell'aggravante in questione, cogliere ed apprezzare tutte le peculiarità della concreta fattispecie, accertando se i predetti requisiti sussistano o siano, invece, l'uno o l'altro da escludere, come nel caso di avvistamento casuale della vittima o, comunque, di un agguato frutto di iniziativa estemporanea, sicché la risoluzione omicida non sia maturata attraverso lunga riflessione, con possibilità di recesso prima dell'attentato. (Annulla in parte con rinvio, Ass.App. Reggio Calabria, 06/03/2013)

Cassazione penale sez. V  11 marzo 2014 n. 26406  

 



 
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