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Art. 578 codice penale: Infanticidio in condizioni di abbandono materiale e morale

La madre che cagiona la morte del proprio neonato immediatamente dopo il parto, o del feto durante il parto, quando il fatto è determinato da condizioni di abbandono materiale e morale connesse al parto, è punita con la reclusione da quattro a dodici anni.

A coloro che concorrono nel fatto di cui al primo comma si applica la reclusione non inferiore ad anni ventuno. Tuttavia, se essi hanno agito al solo scopo di favorire la madre, la pena può essere diminuita da un terzo a due terzi.

Non si applicano le aggravanti stabilite dall’articolo 61 del codice penale (1).

(1)Articolo così sostituito dalla L. 5 agosto 1981, n. 442.


Giurisprudenza annotata

Infanticidio

Le condizioni di abbandono materiale e morale, richieste dalla dall'art. 578 c.p., in quanto elemento costitutivo del reato, devono sussistere oggettivamente e congiuntamente, e devono essere connesse al parto nel senso che, in conseguenza della loro obiettiva esistenza, la madre non ritiene di poter assicurare la sopravvivenza del figlio subito dopo la nascita; ma la valutazione della ricorrenza, nel caso concreto, di tale requisito obiettivo deve essere "individualizzata" sulla peculiare situazione della partoriente, come da lei percepita, prescindendo dall'oggettiva presenza, nel contesto territoriale di appartenenza, di adeguate strutture e presidi sanitari al cui ausilio la madre sarebbe potuta ricorrere durante la gravidanza e in occasione del parto, allorché la condizione di solitudine esistenziale in cui versa la donna, determinata anche da un ambiente familiare non comunicativo e totalmente incapace di cogliere l'evidenza del suo stato e di avvertire l'esigenza di aiuto e sostegno necessari al dramma da lei vissuto, le impedisca tuttavia di cogliere tali opportunità, inducendola a partorire in uno stato di effettiva derelizione (nella specie emerge in modo indiscutibile la ricorrenza oggettiva della situazione di fatto appena descritta, idonea a ricondurre la fattispecie concreta al titolo di reato di cui agli artt. 56 e 578 del codice penale).

Cassazione penale sez. I  03 dicembre 2013 n. 2267  

 

L'integrazione della fattispecie criminosa di infanticidio non richiede che la situazione di abbandono materiale e morale rivesta un carattere di oggettiva assolutezza, trattandosi di un elemento oggettivo da leggere in chiave soggettiva, in quanto è sufficiente anche la percezione di totale abbandono avvertita dalla donna nell'ambito di una complessa esperienza emotiva e mentale quale quella che accompagna la gravidanza e poi il parto. Annulla con rinvio, Ass.App. Bari, 06/03/2012

Cassazione penale sez. I  23 maggio 2013 n. 26663  

 

Ai fini della configurabilità, in luogo della più grave figura di reato costituita dall'omicidio volontario, di quella dell'infanticidio in condizioni di abbandono materiale e morale, non può accedersi ad una nozione puramente oggettiva dello stato di abbandono, facendolo coincidere con una situazione di assoluta derelizione ovvero di isolamento tale da non consentire l'intervento o l'aiuto di terzi né un qualsiasi soccorso fisico o morale, ma deve piuttosto preferirsi un'interpretazione della norma in chiave soggettiva, per la quale, pur quando sia possibile, nel contesto territoriale in cui avviene il parto, il ricorso da parte della madre all'aiuto di presidi sanitari o di altre strutture, si riconosca la sussistenza della condizione di abbandono anche nello stato di solitudine esistenziale in cui versi la donna e che impedisca a quest'ultima di cogliere le suddette opportunità, inducendola a partorire in una situazione di effettiva derelizione, quale può derivare anche dall'indifferenza dell'ambiente familiare.

Cassazione penale sez. I  23 maggio 2013 n. 26663  

 

Lo stato di "abbandono materiale e morale"che connota la fattispecie delittuosa dell'infanticidio dev'essere letto in chiave soggettiva e non meramente oggettiva. Per cui detto stato può ricorrere anche nei casi in cui, nonostante vi sia per la madre la possibilità di ricorrere al presidio ospedaliero, ella si trovi comunque, per altre circostanze, a dover partorire in uno stato di effettiva derelizione.

Cassazione penale sez. I  23 maggio 2013 n. 26663  

 

L'integrazione della fattispecie criminosa di infanticidio non richiede che la situazione di abbandono materiale e morale rivesta un carattere di oggettiva assolutezza, trattandosi di un elemento oggetto da leggere in chiave soggettiva, in quanto è sufficiente anche la percezione di totale abbandono avvertita dalla donna nell'ambito di una complessa esperienza emotiva e mentale quale quella che accompagna la gravidanza e poi il parto.

Cassazione penale sez. I  07 ottobre 2010 n. 40993  

 

Nel delitto di cui all'art. 578 c.p., l'abbandono "materiale e morale" costituisce un requisito della fattispecie oggettiva da leggere "in chiave soggettiva"; la concreta situazione di abbandono, pur rappresentando un dato concreto e indiscutibile che deve effettivamente sussistere, trattandosi di un elemento del fatto tipico, non deve rivestire carattere di oggettiva assolutezza, in quanto è sufficiente ad integrare la situazione tipica anche la percezione di totale abbandono avvertita dalla donna nell'ambito di una complessa esperienza emotiva e mentale quale quella che accompagna la gravidanza e poi il parto.

Cassazione penale sez. I  07 ottobre 2010 n. 40993  

 

Ai fini della configurabilità del reato di cui all'art. 578 c.p. (infanticidio in condizioni di abbandono materiale e morale), in luogo del più grave reato di omicidio volontario, la sussistenza delle suddette condizioni non può essere limitata al solo caso dell'assoluto isolamento nel quale la donna si sia trovata già nel corso della gravidanza e poi al momento del parto, ma va altresì riconosciuta pur quando sia stato astrattamente possibile il ricorso ai presidi socio-sanitari, ma la donna non se ne sia avvalsa essendo stata in lei prevalente la percezione di uno stato di solitudine e di abbandono determinato dall'indifferenza o dall'ostilità oggettivamente manifestate dall'ambiente familiare.

Cassazione penale sez. I  07 ottobre 2010 n. 40993  

 

Le "condizioni di abbandono materiale e morale" in presenza delle quali può rendersi configurabile, in luogo del comune reato di omicidio, la meno grave ipotesi di reato di cui all'art. 578 c.p., non possono essere ravvisate quando sia stato lo stesso soggetto agente a porsi volontariamente in condizioni di isolamento, rinunciando "a priori" ad ogni forma di aiuto e sostegno che potesse venire anche dalle apposite strutture sociosanitarie esistenti sul territorio.

Cassazione penale sez. I  07 ottobre 2009 n. 41889  

 

L'infanticidio in condizioni di abbandono materiale o morale postula uno stato di abbandono della madre inteso non come fatto contingente legato al momento culminante della gravidanza, bensì come condizione di vita, che si sostanzia nell'isolamento materiale e morale della donna dal contesto familiare e sociale (situazione d'indigenza e difetto di assistenza pubblica e privata; solitudine causata da insanabili contrasti con parenti e amici e conseguente allontanamento spontaneo o coatto, dal nucleo originario di appartenenza e così via) produttivo di un profondo turbamento spirituale, che si aggrava grandemente, sfociando in una vera e propria alterazione della coscienza, in molte partorienti immuni da processi morbosi mentali e tuttavia coinvolte psichicamente al punto da smarrire almeno in parte il lume della ragione. (Fattispecie relativa a ritenuta configurabilità di omicidio volontario nella soppressione, subito dopo la nascita, con modalità efferate, del figlio da parte di madre volontariamente isolatasi dal contesto familiare e sociale). Rigetta, Ass.App. Roma, 27/01/2009

Cassazione penale sez. I  07 ottobre 2009 n. 41889  

 

Per la configurabilità del reato di infanticidio di cui all'art. 578 cod. pen. è necessario che la madre sia lasciata in balia di se stessa, senza alcuna assistenza e nel completo disinteresse dei familiari, in modo che venga a trovarsi in uno stato di isolamento totale che non lasci prevedere alcuna forma di soccorso o di aiuto finalizzati alla sopravvivenza del neonato. (Nel caso di specie, la Corte di cassazione ha ritenuto corretta la qualificazione come omicidio volontario della condotta della madre, che, nonostante fosse assistita anche economicamente da un genitore e potesse inoltre contare sull'aiuto di altri parenti, dopo aver occultato la gravidanza, aveva causato la morte del neonato). Rigetta, Ass.App. Genova, 30 Giugno 2006

Cassazione penale sez. I  17 aprile 2007 n. 24903  

 

In tema di delitti contro la persona, l'elemento distintivo delle fattispecie di soppressione del prodotto del concepimento è costituito anche dal momento in cui avviene l'azione criminosa. La condotta di procurato aborto, prevista dall'art. 19 l. 22 maggio 1978 n. 194, si realizza in un momento precedente il distacco del feto dall'utero materno; la condotta prevista dall'art. 578 c.p. si realizza invece dal momento del distacco del feto dall'utero materno, durante il parto se si tratta di un feto o immediatamente dopo il parto se si tratta di un neonato. Di conseguenza, qualora la condotta diretta a sopprimere il prodotto del concepimento sia posta in essere dopo il distacco, naturale o indotto, del feto dall'utero materno, il fatto, in assenza dell'elemento specializzante delle condizioni di abbandono materiale e morale della madre, previsto dall'art. 578 c.p., configura il delitto di omicidio volontario di cui agli art. 575 e 577 n. 1 c.p.

Cassazione penale sez. I  18 ottobre 2004 n. 46945  



 
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