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Art. 579 codice penale: Omicidio del consenziente

Chiunque cagiona la morte di un uomo, col consenso di lui è punito con la reclusione da sei a quindici anni.

Non si applicano le aggravanti indicate nell’articolo 61.

Si applicano le disposizioni relative all’omicidio se il fatto è commesso: 1) contro una persona minore degli anni diciotto; 2) contro una persona inferma di mente, o che si trova in condizione di deficienza psichica, per un’altra infermità o per l’abuso di sostanze alcooliche o stupefacenti; 3) contro una persona il cui consenso sia stato dal colpevole estorto con violenza, minaccia o suggestione, ovvero carpito con inganno.


Giurisprudenza annotata

Omicidio del consenziente

Il consenso presupposto dell'omicidio del consenziente deve essere serio, esplicito, non equivoco e perdurante sino al momento della commissione del fatto, esprimendo una volontà di morire la cui prova deve essere univoca, chiara e convincente (nella specie, relativa alla morte violenta di un'anziana signora, già afflitta da numerose patologie, soffocata dal figlio ultrasessantenne, la Corte ha escluso la sussistenza del consenso, posto che l'accanita resistenza della vittima - testimoniata da riscontri emersi ad esito della consulenza medico-legale - dimostrava la sua oggettiva volontà, perlomeno nell'ultima fase della condotta, di evitare la morte, mentre la portata delle frasi con le quali avrebbe espresso il desiderio di morire - vista la forma e la ricorrenza - doveva essere ridimensionata, risultando usuale per le persone anziane e malate pronunciare con enfasi simili locuzioni, per il fisiologico scoramento connesso alla loro condizione).

Cassazione penale sez. I  13 novembre 2013 n. 37246

 

E configurabile il delitto di omicidio volontario, e non l'omicidio del consenziente, nel caso in cui manchi una prova univoca, chiara e convincente della volontà di morire manifestata dalla vittima, dovendo in tal caso riconoscersi assoluta prevalenza al diritto alla vita, quale diritto personalissimo che non attribuisce a terzi (nella specie ad un familiare) il potere di disporre, anche in base alla propria percezione della qualità della vita, dell'integrità fisica altrui. (Nella specie la Corte ha escluso che una tale prova potesse essere tratta dalle generiche invocazioni della vittima affinché cessasse la propria sofferenza o dall'auspicio, dalla stessa espresso in precedenza, di adozione di modelli eutanasici propri di altri paesi). Rigetta, Ass.App. Ancona, 13 gennaio 2010

Cassazione penale sez. I  17 novembre 2010 n. 43954

 

L'omicidio del consenziente presuppone un consenso non solo serio, esplicito e non equivoco, ma perdurante anche sino al momento in cui il colpevole commette il fatto. Rigetta, Ass.App. Milano, 15 Maggio 2007

Cassazione penale sez. I  06 maggio 2008 n. 32851

 

È configurabile il delitto di omicidio volontario, e non l'omicidio del consenziente, nel caso in cui il soggetto passivo sia affetto da una patologia psichica che incida sulla piena e consapevole formazione del consenso alla propria eliminazione fisica: in difetto di elementi di prova univoci circa la effettiva e consapevole volontà della vittima di morire, deve, infatti, attribuirsi prevalenza al diritto alla vita, indipendentemente dal grado di salute, di autonomia e di capacità di intendere e volere della vittima, e della percezione che altri possono avere della qualità della sua vita. Rigetta, Ass.App. Bologna, 28 marzo 2007

Cassazione penale sez. I  14 febbraio 2008 n. 13410

 

Non sussistono i presupposti della fattispecie di cui all'art. 579 c.p. nel caso in cui la particolare patologia psichica da cui è affetto il soggetto passivo sia tale da incidere sulla piena e consapevole formazione del consenso alla propria eliminazione fisica. Ne consegue che, in mancanza di elementi di prova univoci della effettiva e consapevole volontà della persona di morire, deve essere data la prevalenza al diritto alla vita indipendentemente dal grado di salute, di autonomia e di capacità di intendere e volere del soggetto interessato e della percezione che altri possono avere della qualità della vita stessa.

Cassazione penale sez. I  14 febbraio 2008 n. 13410

 

La condotta del medico che stacca il respiratore meccanico da paziente affetto da gravissima distrofia fascio-scapoloomerale su richiesta dello stesso, così cagionandone la morte, benché integri il fatto tipico e l'elemento psicologico del delitto di omicidio del consenziente di cui all'art. 579 c.p., va considerata lecita in quanto scriminata, ex art. 51 c.p., dall'adempimento del dovere di rispettare la volontà consapevole ed informata del paziente di interrompere la terapia in atto.

Tribunale Roma  17 ottobre 2007 n. 2049

 

La scelta di rifiutare o di interrompere o meno la terapia, spetta e deve essere esercitata unicamente dal titolare dei diritto e segnatamente dal paziente. L'individuo può rifiutare trattamenti medici e la sua volontà consapevole deve essere rispettata anche quando il rifiuto riguardi terapie salvavita. Non è l'esistenza dell'accanimento terapeutico a connotare di legittimità la condotta del medico che lo faccia cessare; bensì è la volontà espressa dal paziente di voler interrompere la terapia a escludere la rilevanza penale della condotta del medico che interrompa il trattamento. Pur se la condotta posta in essere dal medico integra l'elemento materiale del reato di omicidio del consenziente (il distacco della vittima dal respiratore artificiale effettuato dal medico determinava il suo decesso dopo poco) e, pur sussistendo l'elemento psicologico (il medico ben sapeva che l'interruzione della terapia di ventilazione assistita era antigiuridica e avrebbe comportato il decesso del paziente) sussistono tutti gli elementi per l'applicabilità dell'esimente dell'adempimento di un dovere, con conseguente liceità della condotta posta in essere dall'imputato.

Ufficio Indagini preliminari Roma  17 ottobre 2007 n. 15381

 

Il rifiuto di una terapia, anche se già iniziata, ove venga esercitato nell'ambito di un rapporto instaurato tra il paziente e il suo medico (e che ha come contenuto delle prestazioni sanitarie), costituisce un diritto costituzionalmente garantito e già perfetto, rispetto al quale sul medico incombe, in ragione della professione esercitata e dei diritti e doveri scaturenti dal rapporto terapeutico instauratosi con il paziente, il dovere giuridico di consentirne l'esercizio. Con la conseguenza che, se il medico in ottemperanza a tale dovere, contribuisse a determinare la morte del paziente per l'interruzione di una terapia salvavita, egli non risponderebbe penalmente del delitto di omicidio del consenziente, in quanto avrebbe operato alla presenza di una causa di esclusione del reato e segnatamente quella prevista dall'art. 51 c.p. La fonte del dovere per il medico, quindi, risiederebbe in prima istanza nella stessa norma costituzionale, che è fonte di rango superiore rispetto alla legge penale, e l'operatività della scriminante nell'ipotesi sopra delineata è giustificata dalla necessità di superare la contraddizione dell'ordinamento giuridico che, da una parte, non può attribuire un diritto e, dall'altra, incriminarne il suo esercizio.

Ufficio Indagini preliminari Roma sez. V  17 ottobre 2007 n. 2049

 

Il consenso dell'avente diritto, quale causa di giustificazione (art. 50 c.p.) è efficace se riguarda diritti dei quali la persona consenziente può disporre. Deve essere considerato indisponibile il diritto alla vita, posto che l'art. 579 c.p. dispone nel senso della illiceità penale dell'omicidio del consenziente; d'altra parte l'uomo non "dominus membrorum quorum", come si desume dall'art. 5 c.c., per cui è proibita qualsiasi alterazione del corpo incidente in modo apprezzabile, temporaneamente o definitivamente sul valore dell'individuo, impedendogli di adempiere i suoi doveri e di esercitare i suoi diritti.

Cassazione penale sez. I  11 luglio 2002 n. 26446  

 

In materia di rapporto tra il reato di omicidio del consenziente e quelli di istigazione o aiuto al suicidio, si ha omicidio del consenziente nel caso in cui colui che provoca la morte si sostituisca in pratica all'aspirante suicida, pur se con il consenso di questi, assumendone in proprio l'iniziativa, oltre che sul piano della causazione materiale, anche su quello della generica determinazione volitiva; mentre si ha istigazione o agevolazione al suicidio tutte le volte in cui la vittima abbia conservato il dominio della propria azione, nonostante la presenza di una condotta estranea di determinazione o di aiuto alla realizzazione del suo proposito, e lo abbia realizzato, anche materialmente, di mano propria.

Cassazione penale sez. I  06 febbraio 1998 n. 3147  



 
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