codice-penale
Codice penale aggiornato  al  13 Feb 2015
 
L'autore
 


Leggi tutti gli articoli dell'autore

 

Art. precedente Art. successivo
 

Art. 596 codice penale: Esclusione della prova liberatoria

Il colpevole dei delitti preveduti dai due articoli precedenti non è ammesso a provare, a sua discolpa, la verità o la notorietà del fatto attribuito alla persona offesa.

Tuttavia, quando l’offesa consiste nell’attribuzione di un fatto determinato, la persona offesa e l’offensore possono, d’accordo prima che sia pronunciata sentenza irrevocabile, deferire ad un giurì d’onore il giudizio sulla verità del fatto medesimo.

Quando l’offesa consiste nella attribuzione di un fatto determinato, la prova della verità del fatto medesimo è però sempre ammessa nel procedimento penale: 1) se la persona offesa è un pubblico ufficiale ed il fatto ad esso attribuito si riferisce all’esercizio delle sue funzioni; 2) se per il fatto attribuito alla persona offesa è tuttora aperto o si inizia contro di essa un procedimento penale; 3) se il querelante domanda formalmente che il giudizio si estenda ad accertare la verità o la falsità del fatto ad esso attribuito.

Se la verità del fatto è provata o se per esso la persona, a cui il fatto è attribuito è, per esso condannata dopo l’attribuzione del fatto medesimo, l’autore della imputazione non è punibile, salvo che i modi usati non rendano per sè stessi applicabili le disposizioni dell’articolo 594, comma primo, ovvero dell’articolo 595 comma primo (1).

(1) Articolo così modificato dal D.Lgs.Lgt. 14 novembre 1944, n. 288.


Giurisprudenza annotata

Esclusione della prova

In tema di diffamazione a mezzo stampa, non può essere invocata l'esimente di cui all'art. 51 c.p. (esercizio del diritto di cronaca) e l'exceptio veritatis, ai sensi dell'art. 596, comma 3, n. 2 c.p., quando il fatto attribuito al diffamato sia ritenuto assolutamente privo di consistenza storica e di rilevanza giuridica dall'autorità giudiziaria che abbia proceduto con riguardo al detto fatto. (Fattispecie in cui le dichiarazioni accusatorie contro il diffamato sono state ritrattate dall'autore e il procedimento penale attivato a seguito delle predette dichiarazioni si è concluso con il decreto di archiviazione).

Cassazione penale sez. V  17 settembre 2013 n. 4615  

 

La cause di non punibilità di cui agli art. 596 e 599 sono compatibili ed è legittimo il loro richiamo subordinato, di modo che anche a ritenere insussistente la prima, opera comunque la seconda come scriminante della condotta di reato.

Cassazione penale sez. V  04 aprile 2012 n. 23097  

 

È costituzionalmente illegittimo l'art. 227 c.p.m.p. nella parte in cui non prevede l'applicabilità anche al delitto di diffamazione militare dell'art. 596 commi 3 n. 1 e 4 c.p. È consequenzialmente illegittimo, a norma dell'art. 27 l. n. 87 del 1953, lo stesso art. 227 c.p.m.p. nella parte in cui non prevede l'applicabilità anche al delitto di diffamazione militare dell'art. 596 commi 3 n. 2) e 4 c.p. (La Corte ha ritenuto insussistenti valide ragioni per giustificare il diverso trattamento fra diffamazione comune e diffamazione militare ai fini della causa di non punibilità derivante dalla "exceptio veritatis". Il presupposto, infatti, per l'applicabilità della stessa è che la persona offesa sia un pubblico ufficiale e che il fatto attribuito si riferisca all'esercizio delle sue funzioni. È evidente quindi, che viene in rilievo un interesse pubblico all'accertamento del fatto che non può che determinare l'estensione di tale strumento probatorio anche a quanto previsto dall'art. 227 c.p.m.p. In via consequenziale, va estesa la previsione della prova liberatoria anche quando per il fatto attribuito alla persona offesa vi sia nei suoi confronti un procedimento penale, a norma dell'art. 596 comma 3 n. 2) c.p.).

Corte Costituzionale  29 ottobre 2009 n. 273  

 

La declaratoria di illegittimità costituzionale dell'art. 227 c.p. milit. pace, nella parte in cui non prevede l'applicabilità alla diffamazione militare dell'art. 596, commi 3 n. 1), e 4, c.p., deve essere estesa, per le medesime ragioni, anche a quella parte della norma che non prevede l'applicabilità anche alla diffamazione militare dell'art. 596, commi 3 n. 2), e 4, c.p.

Corte Costituzionale  29 ottobre 2009 n. 273  

 

In tema di diffamazione, il divieto di "excepio veritatis", alla luce di un'interpretazione costituzionalmente orientata dell'art. 596, comma primo, cod. pen., non può trovare applicazione qualora l'autore del fatto incriminato abbia agito nell'esercizio di un diritto, ex art. 51 cod. pen. e, quindi, non solo nell'ipotesi di diritto di cronaca spettante al giornalista ma in ogni caso in cui si prospetti il legittimo esercizio del diritto di critica. (In applicazione di questo principio la S.C. ha censurato la decisione con cui il giudice di appello ha confermato la responsabilità a titolo del reato di cui all'art. 595 cod. pen.- nei confronti di alcuni collaboratori di una società che avevano indirizzato ai clienti della stessa società una "e-mail" con la quale si attribuiva a quest'ultima l'inosservanza del contratto collettivo di lavoro e l'inadempimento degli obblighi retributivi - rigettando l'istanza di produzione documentale volta a dimostrare la veridicità delle affermazioni contenute nella missiva, senza avere motivatamente escluso che il messaggio di posta elettronica incriminato fosse stato inviato nell'esercizio di un diritto di critica; cfr. Corte cost. n. 175 del 1971). Annulla con rinvio, Trib. Trapani, 23 febbraio 2008

Cassazione penale sez. V  05 novembre 2008 n. 1369  



 
Art. precedente Art. successivo
 

 
Vuoi restare aggiornato su questo argomento?
Segui la nostra redazione anche su Facebook, Google + e Twitter. Iscriviti alla newsletter

 

 

© Riproduzione riservata

 
 
Commenti