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Art. 601 codice penale: Tratta e commercio di schiavi

Chiunque commette tratta o comunque fa commercio di schiavi o di persone in condizione analoga alla schiavitù è punito con la reclusione da cinque a venti anni.


Giurisprudenza annotata

Tratta di persone

In tema di riduzione in schiavitù, la formale abrogazione dell'art.600 comma 3 c.p. da parte della l. n. 108 del 2010, non ha colpito l'aggravante dell'età infradiciottenne della vittima che, ricollocato nell'art. 602 ter c.p., è previsto tuttora per i reati di cui agli art. 600, 601 e 602 c.p.

Cassazione penale sez. V  26 marzo 2014 n. 17946  

 

Il disposto del nuovo comma 1 ter dell'art. 351 c.p.p., in base al quale "nei procedimenti per i delitti previsti dagli art. 600, 600 bis, 600 ter, 600 quater, 600 quinquies, 601, 602, 609 bis, 609 quater, 609 quinquies, 609 octies e 609 undecies c.p., la polizia giudiziaria, quando deve assumere sommarie informazioni da persone minori, si avvale dell'ausilio di un esperto in psicologia o in psichiatria infantile, nominato dal p.m.", non introduce alcun obbligo di escussione del minore alla presenza dell'esperto, sanzionato, per il caso di inosservanza, a pena di inutilizzabilità.

Cassazione penale sez. IV  12 marzo 2013 n. 16981  

 

È ancora attribuita alla corte di assise, pur dopo la modifica dell'art. 5 c.p.p. per effetto della novella di cui alla l. n. 228 del 2003, la competenza per i reati di tratta di persone e di acquisto ed alienazione di schiavi, nel caso di concorso delle circostanze aggravanti ad effetto speciale previste dagli artt. 601, comma 2, e 602, comma 2, c.p. (Fattispecie relativa a procedimento in cui l'azione penale era stata esercitata anteriormente all'entrata in vigore del d.l. 12 febbraio 2010, n. 10, conv. nella l. 6 aprile 2010 n. 52, che ha ulteriormente modificato l'art. 5 c.p.p.).

Cassazione penale sez. I  29 settembre 2010 n. 37087  

 

Ai fini della configurabilità del delitto di tratta di persone (art. 601 c.p.), non è richiesto che il soggetto passivo si trovi già in schiavitù o condizione analoga, con la conseguenza che il delitto in questione si ravvisa anche se una persona libera sia condotta con inganno in italia, al fine di porla nel nostro territorio in condizione analoga alla schiavitù; il reato di tratta può essere, infatti, commesso anche con induzione mediante inganno in alternativa alla costrizione con violenza o minaccia. (in applicazione del principio di cui in massima la s.c. ha ritenuto immune da censure la decisione con cui il giudice di appello ha confermato la responsabilità, in ordine al delitto di cui all'art. 601 c.p., nei confronti degli imputati, i quali avevano pubblicato su stampa in polonia ed altri paesi dell'est nonché via internet annunci ingannevoli di lavoro ben remunerato in italia assicurando trasferimento, alloggio e vitto nel luogo di destinazione dove singole cellule smistavano i lavoratori nei campi e li riducevano in schiavitù).

Cassazione penale sez. V  24 settembre 2010 n. 40045  

 

La deportazione e l'assoggettamento al lavoro forzato in condizioni di schiavitù non sono reati, di per sé, contemplati né dal codice penale (che all'art.600 prevede la reclusione da 5 a 15 anni per la riduzione in schiavitù e all'art.601 c.p. la reclusione da 5 a 20 anni per la tratta degli schiavi), né dal codice penale militare di guerra (che in forza degli art.13 e 212 punisce con la reclusione da 2 a 7 anni chiunque, usando violenza verso un prigioniero di guerra, lo costringe a lavori vietati dalle convenzioni internazionali). Pertanto il codice penale (non trattandosi di delitti puniti con l'ergastolo) contempla la prescrizione in 15 anni (per delitti con pene non inferiori a 10 anni) o, al massimo, in 20 anni (per delitti con pena non inferiore a 24 anni). Ai sensi dell'art. 158 c.p., nel caso di reato permanente o continuato, il termine di prescrizione decorre dal giorno in cui è cessata la permanenza o la continuazione. Qualora l'illecito civile sia considerato dalla legge come reato, ma il giudizio penale non sia stato promosso, all'azione risarcitoria si applica comunque l'eventuale più lunga prescrizione prevista per il reato (art.2947, 3 c., c.c.), purché il giudice civile accerti "incidenter tantum", la sussistenza di una fattispecie che integri gli estremi di un fatto-reato. Ne consegue che, prescrivendosi il diritto al risarcimento del danno da fatto illecito, ex art.2947 comma 1, c.c., in soli 5 anni, alla fattispecie della deportazione e assoggettamento al lavoro forzato in condizioni di schiavitù si applica la prescrizione prevista per il reato e, cioè, 15 anni (o, comunque, al massimo i 20 anni previsti ex art.157 n.1 c.p.).

Tribunale Torino sez. I  20 ottobre 2009

 

Ai fini della consumazione del reato di tratta di persone, con riguardo alla seconda delle ipotesi previste dall'art. 601, comma primo, cod. pen., non è necessario che venga consumato anche il reato di riduzione in schiavitù, quale previsto dalla richiamata norma,, atteso che con tale richiamo si è inteso soltanto, da parte del legislatore, stabilire la necessità del dolo specifico da cui la condotta dell'agente dev'essere accompagnata, nulla rilevando, quindi, che la finalità da lui perseguita non si realizzi, ovvero si realizzi ad opera di soggetto diverso, non necessariamente concorrente con il primo. Rigetta, Trib. lib. Milano, 13 Febbraio 2008

Cassazione penale sez. V  08 maggio 2008 n. 23368  

 

Sotto il profilo oggettivo, mentre l'art. 600 c.p. (Riduzione o mantenimento in schiavitù o in servitù) punisce chi contribuisce a rendere una persona schiava dell'altra, ossia parificabile ad un oggetto, ad es. vendendola, cedendola gratuitamente o prestandola a terzi, o assoggettandola continuativamente al fine dello sfruttamento sessuale o lavorativo, sicché la Cassazione vien parlando di «cifra utilitaristica» (Cass. 10 settembre 2004, n. 39044) connotante la condotta delittuosa; con l'art. 601 c.p. (Tratta di persone) si è voluto colpire chi di quella stessa situazione di sudditanza, che magari ha contribuito a creare, si approfitta per disporre di un essere umano come meglio ritiene, decidendo dove questo deve vivere, per quanto tempo e quando deve spostarsi all'interno dello Stato.

Corte assise Trento  20 novembre 2007 n. 5246  

 

L'art. 10 l. n. 228/2003 non ha affatto integrato e sostituito o derogato la disciplina dell'art. 14, l. n. 269/1998, consentendo l'attività di agente provocatore e di contrasto sotto copertura anche per l'individuazione e la repressione dei reati di cui agli art. 600 ter comma 4 e 600 quater c.p., ma al contrario, costituisce espressione di una chiara volontà del legislatore di mantenere ferma, per le attività di contrasto e di agente provocatore dirette ad acquisire elementi di prova in ordine ai delitti relativi alla prostituzione ed alla pornografia minorile, la disciplina specifica dettata dal ricordato art. 14, l. n. 269/1998, con tutte le modalità, condizioni, presupposti, finalità e limiti da essa previsti. Ciò perché, se il legislatore ha inserito l'espressa disposizione di esclusione di cui al comma 2 dell'art. 10, l. n. 228/2003, precisando che è comunque fatto salvo quanto previsto dall'art. 14, l. n. 269/1998, ciò altro non può significare se non che l'intenzione del legislatore era quella di limitare l'applicazione dell'attività di copertura prevista dall'art. 10 cit. ai soli delitti di cui agli art. 600, 601, 602 e 603 c.p., lasciando in vigore, relativamente ai delitti previsti dagli art. da 600 bis a 600 septies c.p., esclusivamente la speciale disciplina dettata dall'art. 14, l. n. 269/1998. Ne consegue l'inutilizzabilità cd. patologica, rilevabile d'ufficio in qualsiasi stato e grado del procedimento, ai sensi dell'art. 191 c.p.p., di qualsiasi elemento di prova acquisito per effetto dell'attività di cui all'art. 14, l. n. 269/1998, al di fuori dei limiti in esso stabiliti.

Tribunale Fermo  15 maggio 2006



 
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