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Art. 602 codice penale: Alienazione e acquisto di schiavi

Chiunque, fuori dei casi indicati nell’articolo precedente, aliena o cede una persona che si trova in stato di schiavitù o in una condizione analoga alla schiavitù, o se ne impossessa o ne fa acquisto o la mantiene nello stato di schiavitù, o nella condizione predetta, è punito con la reclusione da tre a dodici anni.


Giurisprudenza annotata

Acquisto e vendita di schiavi

Il disposto del nuovo comma 1 ter dell'art. 351 c.p.p., in base al quale "nei procedimenti per i delitti previsti dagli art. 600, 600 bis, 600 ter, 600 quater, 600 quinquies, 601, 602, 609 bis, 609 quater, 609 quinquies, 609 octies e 609 undecies c.p., la polizia giudiziaria, quando deve assumere sommarie informazioni da persone minori, si avvale dell'ausilio di un esperto in psicologia o in psichiatria infantile, nominato dal p.m.", non introduce alcun obbligo di escussione del minore alla presenza dell'esperto, sanzionato, per il caso di inosservanza, a pena di inutilizzabilità.

Cassazione penale sez. IV  12 marzo 2013 n. 16981  

 

Ai fini della configurabilità del delitto di riduzione o mantenimento in schiavitù o in servitù, come pure di quello di acquisto di schiavi, quali previsti, rispettivamente, dagli art. 600 e 602 c.p., nella loro attuale formulazione, le condotte ivi descritte debbono comunque essere caratterizzate dal perseguimento di fini utilitaristici da conseguire, mediante la realizzazione di condizioni caratterizzate dalla compressione della libertà di autodeterminazione del soggetto passivo, così che quest'ultimo risulti trasformato in semplice oggetto di sfruttamento economico o sessuale. (Nella specie, in applicazione di tale principio, la Corte ha escluso che potesse rientrare nelle previsioni delle suddette norme incriminatrici la condotta di un soggetto il quale, al solo fine di potersi attribuire la paternità di un nascituro, onde poterlo poi tenere come figlio, aveva versato una somma di danaro ad un'organizzazione criminosa la quale aveva curato l'ingresso in Italia della madre del nascituro e, una volta avvenuto il parto, aveva fatto falsamente figurare il neonato come riconosciuto dall'aspirante padre).

Cassazione penale sez. fer.  10 settembre 2004 n. 39044  

 

È manifestamente infondata, in riferimento all'art. 3 cost., la q.l.c. dell'art. 4 comma 1 l. 23 dicembre 2002 n. 279, nella parte in cui non prevede che le disposizioni di cui all'art. 1 l. cit. non si applichino ai condannati per i reati già compresi nel testo previgente dell'art. 4 bis comma 1 primo periodo l. 26 luglio 1975 n. 354, e commessi prima dell'entrata in vigore del d.l. 8 giugno 1992 n. 306. Premesso che l'art. 1 l. n. 279 del 2002 ha sostituito il comma 1 dell'art. 4 bis dell'ordinamento penitenziario, tra l'altro inserendo nel novero dei reati per i quali opera il divieto di concessione delle misure alternative in assenza del requisito della collaborazione con la giustizia i delitti di cui agli art. 600, 601 e 602 c.p., nonché i delitti commessi per finalità di terrorismo, anche internazionale, o di eversione dell'ordine democratico mediante il compimento di atti di violenza, e che la norma censurata stabilisce che le disposizioni dell'art. 1 non si applicano alle persone detenute per i nuovi reati ostativi commessi precedentemente alla data di entrata in vigore della legge, prevedendo quindi per tali reati l'irretroattività del divieto di concessione delle misure alternative in mancanza di collaborazione con la giustizia, e premesso altresì che la collaborazione con la giustizia, prevista nel d.l. n. 306 del 1992 in funzione di presupposto per la concessione dei benefici penitenziari, rimane estranea alla sfera di applicazione del principio di irretroattività della legge penale di cui all'art. 25 comma 2 cost., deve escludersi la omogeneità degli interventi legislativi del 2002 e del 1992, giacché la l. n. 279 del 2002, a differenza del d.l. n. 306 del 1992, individua alcuni nuovi reati ostativi, in aggiunta a quelli elencati nel testo previgente dell'art. 4 bis, il che non consente alcuna utile comparazione tra i due testi normativi e rivela l'incongruità della pretesa del rimettente di estendere la disciplina intertemporale introdotta dalla norma censurata a un d.l. risalente ad oltre un decennio, che non aveva ampliato il novero dei reati ostativi alla concessione dei benefici penitenziari.

Corte Costituzionale  02 aprile 2004 n. 108  

 

Per potersi concretare il reato di cui all'art. 602 c.p., la vittima deve già essere caduta in schiavitù o in stato servile. Premesso che la prima ipotesi pone indubbi problemi di coordinamento con il precetto di cui all'art. 600 c.p. (visto che uno dei poteri corrispondenti al diritto di proprietà è certamente quello di vendita e corrispettivo acquisto), per concretare la seconda ipotesi, attinente la condizione servile, sono necessari sia la creazione di uno stato di soggezione sia la costrizione a determinate prestazioni. È evidente allora che la persona in condizioni servili dovrà essere stata vittima di entrambe le condotte per dar luogo poi alla violazione della norma inerente il suo acquisto o la sua vendita. Dovrà pertanto essere stata posta in stato di soggezione e nel contempo costretta alle prestazioni che importino lo sfruttamento. Il precetto di cui all'art. 602 punisce così chi tale persona venderà, acquisterà o cederà (sempre che non si tratti di "tratta di persone"). In definitiva, la successione delle norme non ha provocato alcuna cesura del precetto sanzionato. La pena da irrogare è quella del vecchio dettato (da 3 a 12 anni di reclusione a fronte di quella da 8 a 20 anni della nuova norma, oltretutto aumentabile con aggravante ad effetto speciale proprio nel caso di destinazione della vittima alla prostituzione).

Corte assise Milano  24 novembre 2003



 
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