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Art. 611 codice penale: Violenza o minaccia per costringere a commettere un reato

Chiunque usa violenza o minaccia per costringere o determinare altri a commettere un fatto costituente reato è punito con la reclusione fino a cinque anni.

La pena è aumentata se concorrono le condizioni prevedute dall’articolo 339.


Giurisprudenza annotata

Violenza o minaccia per costringere a commettere un reato

L'ipotesi criminosa prevista dall'art. 611 c.p. non ammette la figura del tentativo, giacché, con l'uso della violenza o della minaccia, si verifica già la consumazione, indipendentemente dalla realizzazione del reato-fine.

Cassazione penale sez. V  15 maggio 2013 n. 23813  

 

La condotta del marito che, con violenza e minaccia, costringa la moglie ad interrompere la gravidanza integra il delitto di aborto procurato e non quello meno grave previsto dall'art. 611 c.p., atteso che l'interruzione della gravidanza da parte della donna non è un fatto costituente reato a meno che non ricorra la speciale ipotesi di cui all'art. 19 l. n. 194 del 1978. Dichiara inammissibile, App. Milano, 11/01/2012

Cassazione penale sez. V  25 ottobre 2012 n. 8777  

 

Ai fini della sussistenza del reato previsto dall'art. 611 cod. pen., la minaccia è configurabile in qualsiasi comportamento suscettibile di incutere timore e di far sorgere la preoccupazione di poter soffrire un male o un danno ingiusti, ancorché non oggettivi ma semplicemente percepiti, tale da compromettere o diminuire la libertà morale del minacciato. (Fattispecie relativa a minaccia di interrompere una relazione sentimentale, rivolta ad un testimone per fargli rendere dichiarazioni false o reticenti). Rigetta, App. Cagliari, 17/11/2009

Cassazione penale sez. VI  13 ottobre 2011 n. 9921  

 

In tema di circostanze aggravanti speciali deve essere esclusa la sussistenza dell’aggravante di cui all’art. 7 l. 203/91 del metodo mafioso, contestata a N.c., per avere commesso i fatti avvalendosi della forza d'intimidazione del vincolo associativo relativo al clan camorristico La Montagna e delle condizioni di assoggettamento e di omertà che ne derivano, poiché, pur se comprovato che il d.m. - già testimone in altro processo per estorsione a carico di N.c. ed in questo imputato di falsa testimonianza - era stato intimidito e comunque avvicinato per conto e nell’interesse di N.c., manca la prova in che termini il Di Micco fu avvicinato, e quale fu la modalità della pressione esercitata, essendo solo un’ipotesi, pur plausibile, che la pressione esercitata abbia fatto leva sull’appartenenza del Nobile al clan. (Nella specie l’evidente contrasto tra le dichiarazioni rese nel processo per estorsione dal D. M. nelle indagini e quelle rese al dibattimento, del contrasto tra le dichiarazioni del teste ispettore di Polizia e quelle dibattimentali del D. M., della manifesta illogicità ed inverosimiglianza di queste ultime, e delle dichiarazioni di altro teste, era stata ritenuta la colpevolezza del d.m. per il reato di falsa testimonianza e del N.c. in concorso per detto reato e in proprio per quello di cui all’art. 611 c.p.).

Tribunale Napoli sez. IV  25 ottobre 2010 n. 13565  

 

Integra il delitto di cui all'art. 611 c.p., e non quello di estorsione, la condotta del datore di lavoro che costringa con violenza o minaccia il proprio dipendente ad assumere, come prestanome, la carica di amministratore in una società dedita all'emissione di fatture per operazioni inesistenti. Annulla senza rinvio, App. Lecce, 27/05/2009

Cassazione penale sez. II  26 marzo 2010 n. 15302  

 

L’art. 611 c.p. tutela non soltanto la libertà morale del soggetto passivo, ma anche il generale interesse dell’ordinamento alla prevenzione dei reati, alla cui commissione da parte del soggetto passivo mira la condotta tipica dell’agente. La minaccia presa in considerazione dalla norma incriminatrice, peraltro, può derivare anche dalla condotta implicita, vale a dire dal mero atteggiamento dell’agente il cui significato sia reso evidente dalle circostanze concrete: basta anche il semplice atteggiamento personale dell’agente o il compimento di atti, che normalmente potrebbero sembrare indifferenti, per dare luogo alla minaccia, quando da tale atteggiamento o da tali atti, in considerazione delle speciali condizioni ambientali e personali delle parti, rimane impressionata la psiche di una di esse e costretta la sua volontà.

Tribunale Bari sez. riesame  16 febbraio 2009

 

In relazione alle condotte consumate in data antecedente alla l. n. 146 del 2006 e relative al reato di minaccia per costringere taluno a commettere reato previsto dall'art. 611 c.p. non è configurabile la fattispecie di subornazione di cui all'art. 377 c.p., poiché tale norma, prima della novella, non contemplava la «minaccia» quale condotta integratrice del precetto penale.

Tribunale Catanzaro sez. I  20 ottobre 2008 n. 876  

 

In materia di violenza o minaccia per costringere a commettere un reato (art. 611 c.p.), l'uso dell'espressione "fatto costituente reato", invece di quella semplice di "reato", non è senza significato, comprendendo essa tutti quei fatti che la legge penale prevede come reati, anche se in concreto gli autori di essi non siano (come e nel caso della donna gravida che non abbia prestato un valido consenso all'aborto) punibili.

Tribunale Matera  16 giugno 2008 n. 295  

 

Per la sussistenza del delitto previsto dall'art. 611 cod. pen. ciò che conta è che la violenza o la minaccia sia idonea, nel momento in cui viene esercitata, a determinare altri a commettere un fatto costituente reato, mentre non è richiesto che il reato-fine sia consumato o tentato. Conseguentemente l'impossibilità del delitto per inidoneità dell'azione va riguardata in relazione al reato di cui all'art. 611 cod. pen. e non al reato fine. Rigetta, App. Catanzaro, 6 novembre 2007

Cassazione penale sez. V  12 giugno 2008 n. 38222  

 

Il reato di cui all'art. 611 c.p. rappresenta una forma aggravata, non della minaccia, ma della violenza privata, per la cui consumazione, dunque, non è affatto richiesto - analogamente a quanto avviene per il reato di cui all'art. 610 c.p. - l'ingiustizia del danno minacciato. Nel reato di cui all'art. 611 c.p., in sostanza, l'ingiustizia non è nel male minacciato, ma nel comportamento che, attraverso la minaccia, si mira a ottenere, integrante l'elemento materiale di un reato.

Cassazione penale sez. V  27 giugno 2007 n. 36072  

 

Il delitto di cui all'art. 611 c.p. richiede tanto il dolo generico, consistente nella volontà cosciente e libera di usare violenza o minaccia ad una persona, quanto il dolo specifico, che è dato dal fine di costringere la persona violentata o minacciata a commettere un fatto preveduto come reato, nulla rilevando, poi, trattandosi di reato di pericolo e non di danno, che quel fatto venga o non venga commesso.

Cassazione penale sez. V  30 gennaio 2007 n. 10172  



 
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