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Art. 616 codice penale: Violazione, sottrazione e soppressione di corrispondenza

Chiunque prende cognizione del contenuto di una corrispondenza chiusa, a lui non diretta, ovvero sottrae o distrae, al fine di prendere o di farne da altri prendere cognizione, una corrispondenza chiusa o aperta, a lui non diretta, ovvero, in tutto o in parte, la distrugge o sopprime, è punito, se il fatto non è preveduto come reato da altra disposizione di legge, con la reclusione fino a un anno o con la multa da lire sessantamila a un milione.

Se il colpevole, senza giusta causa, rivela, in tutto o in parte, il contenuto della corrispondenza, è punito, se dal fatto deriva nocumento ed il fatto medesimo non costituisce un più grave reato, con la reclusione fino a tre anni.

Il delitto è punibile a querela della persona offesa.

Agli effetti delle disposizioni di questa sezione, per “corrispondenza” si intende quella epistolare, telegrafica, telefonica, informatica o telematica ovvero effettuata con ogni altra forma di comunicazione a distanza (1).

(1) Comma così sostituito dall’art. 5, L. 23 dicembre 1993, n. 547.


Giurisprudenza annotata

Violazione del domicilio e delle comunicazioni personali

Integra il reato di violazione, sottrazione e soppressione di corrispondenza (art. 616 c.p.) la condotta di colui che sottragga la corrispondenza bancaria inviata al coniuge per produrla nel giudizio civile di separazione; né, in tal caso, sussiste la giusta causa di cui all'art. 616, comma 2, c.p., la quale presuppone che la produzione in giudizio della documentazione bancaria sia l'unico mezzo a disposizione per contestare le richieste del coniuge-controparte.

Cassazione penale sez. V  04 ottobre 2013 n. 585  

 

La produzione processuale di documenti ottenuti illecitamente, tramite la lesione di un diritto fondamentale, può essere scriminata per giusta causa, ai sensi dell'art. 616, comma 2, c.p., soltanto quando costituisca l'unico mezzo a disposizione per contestare le pretese della controparte e l'imputato riesca a dar prova della circostanza.

Cassazione penale sez. V  29 marzo 2011 n. 35383  

 

Integra il reato di violazione, sottrazione e soppressione di corrispondenza (art. 616 c.p.), la condotta di colui che sottragga la corrispondenza bancaria inviata al coniuge per produrla nel giudizio civile di separazione; né, in tal caso, sussiste la giusta causa di cui all'art. 616, comma 2, c.p., la quale presuppone che la produzione in giudizio della documentazione bancaria sia l'unico mezzo a disposizione per contestare le richieste del coniuge-controparte, considerato che, ex art. 210 c.p.c., il giudice,può, ad istanza di parte, ordinare all'altra parte o ad un terzo, l'esibizione di documenti di cui ritenga necessaria l'acquisizione al processo. Rigetta, App. Napoli, 03/06/2009

Cassazione penale sez. V  29 marzo 2011 n. 35383  

 

Nel caso in cui il datore di lavoro, in forza di regolamento aziendale, sia legittimamente a conoscenza della password atta a proteggere il sistema informatico, la corrispondenza informatica o telematica del singolo dipendente non può essere qualificata come "chiusa", pertanto, non è ravvisabile una violazione dell'art. 616 c.p. nell'ipotesi in cui il superiore gerarchico prenda cognizione del contenuto della posta elettronica del lavoratore assente.

Cassazione penale sez. V  11 dicembre 2007 n. 47096  

 

Non incorre nel reato di cui all’art. 616 c.p. il datore di lavoro che legge le e-mail aziendali dei propri dipendenti se esiste un regolamento dettato dall’impresa che impone la comunicazione della password del Pc e della posta elettronica al superiore gerarchico, in quanto tale norma sanziona la condotta di chiunque prende cognizione del contenuto di una corrispondenza chiusa, a lui non diretta, sicché, quando non vi è sottrazione o distrazione, la condotta di chi si limita a prendere cognizione è punibile solo se riguarda corrispondenza “chiusa” (nella specie, la Corte ha respinto il ricorso della Procura di Torino presentato contro la decisione con la quale il tribunale piemontese aveva assolto un datore di lavoro sorpreso a spiare le e-mail aziendali di una dipendente, poi licenziata per via dei contenuti).

Cassazione penale sez. V  11 dicembre 2007 n. 47096  

 

Non integra il reato di cui all'art. 616 c.p. la condotta del superiore gerarchico che prenda cognizione della posta elettronica contenuta nel computer del dipendente, assente dal lavoro, dopo avere a tal fine utilizzato la password in precedenza comunicatagli in conformità al protocollo aziendale.

Cassazione penale sez. V  11 dicembre 2007 n. 47096  

 

Non commette il reato di violazione di corrispondenza di cui all'art. 616 c.p. il datore di lavoro che prenda cognizione della corrispondenza informatica di un dipendente qualora disponga legittimamente della chiave informatica di accesso posta a protezione del computer e della corrispondenza del dipendente, anche in caso di violazione delle condizioni cui è sottoposta la legittimità dell'accesso.

Cassazione penale sez. V  11 dicembre 2007 n. 47096  

 

Posto che la corrispondenza informatica o telematica può essere considerata "chiusa" solo nei confronti dei soggetti che non sono legittimati all'accesso ai sistemi informatici di invio e/o ricezione dei singoli messaggi, non sussiste il reato di violazione di corrispondenza qualora il superiore gerarchico, legittimato da una prassi aziendale ad utilizzare le password poste a protezione dei computer e della corrispondenza, acceda alla posta elettronica professionale del dipendente. Conferma Trib. Torino, 15 settembre 2006

Cassazione penale sez. V  11 dicembre 2007 n. 47096  

 

La pubblicazione di corrispondenza epistolare che abbia carattere confidenziale o si riferisca all'intimità della vita privata, in mancanza del consenso dell'autore, costituisce violazione del diritto alla riservatezza, anche qualora la diffusione avvenga con il consenso del destinatario. Dal momento che anche i messaggi di posta inviati a una "mailing list" costituiscono corrispondenza privata, non risulta sufficiente il consenso di uno dei destinatari per la divulgazione delle "e-mail" ricevute, sembrando prevalente il diritto alla riservatezza dell'autore, riconosciuto e tutelato dagli art. 15 cost., 616 e 618 c.p. e 13 l. n. 547 del 1993. Ulteriore violazione sussiste, poi, con la pubblicazione dei dati personali del mittente, quali nome e cognome, posizione lavorativa e sede dell'ufficio. (In applicazione di tali principi, e in relazione alla pubblicazione di un messaggio di posta elettronica inviato da un magistrato a una "mailing list", il tribunale ha condannato direttore, articolista ed editore di un quotidiano a diffusione nazionale al risarcimento del danno e alla pubblicazione integrale della sentenza sulla stessa testata).

Tribunale Milano  27 giugno 2007 n. 8037  

 

Colui che, essendo venuto a conoscenza di corrispondenza riservata altrui, senza giusta causa, produca in giudizio tale documentazione, risponde del delitto di cui all'art. 616 comma 2 c.p.

Tribunale Milano sez. X  19 marzo 2007

 

La nota contenente un elenco di lavori redatta e quindi trasmessa come comunicazione interna dal direttore degli stessi al committente, quantunque non firmata e priva di data, rientra nella categoria della corrispondenza di cui l'art. 616 c.p. tutela la segretezza e l'inviolabilità; la sua successiva consegna ad altri affinché ne prenda cognizione costituisce pertanto condotta rilevante ai sensi dell'art. 616 comma 1 c.p.

Tribunale Milano sez. X  19 marzo 2007

 

Il dipendente che utilizza la casella di posta elettronica aziendale si espone al rischio che anche altri della medesima azienda - unica titolare del predetto indirizzo - possano lecitamente accedere alla casella in suo uso non esclusivo e leggerne i relativi messaggi in entrata e in uscita ivi contenuti, previa acquisizione della relativa "password" la cui finalità non risulta essere allora quella di proteggere la segretezza dei dati personali custoditi negli strumenti posti a disposizione del singolo lavoratore, bensì solo quella di impedire che ai suddetti strumenti possano accedere anche persone estranee alla società (come anche si evince dal tenore della stessa guida sulla sicurezza informatica e nell'ultimo parere del Garante della “privacy”). Ne deriva quindi che, in caso di accesso alla posta elettronica aziendale del dipendente, non sembra potersi ravvisare un elemento essenziale della fattispecie delittuosa di cui all'art. 616 c.p. rappresentato, sotto il profilo oggettivo, dalla alienità della corrispondenza medesima, apparendo infatti corretto ritenere che i messaggi inviati tramite l' "e-mail" aziendale del lavoratore (anche se nell'estensione dell'indirizzo compare il nome dello stesso dipendente) rientrino nel normale scambio di corrispondenza che l'impresa intrattiene nello svolgimento della propria attività organizzativa e produttiva e, pertanto, devono ritenersi relativi a quest'ultima, materialmente immedesimata nelle persone che sono preposte alle singole funzioni: le attrezzature, comprese quelle informatiche, devono allora reputarsi direttamente correlate alla funzione del soggetto che nel frangente rappresenta l'impresa e, solo in via mediata, assegnate alla singola persona comunque fungibile nel rapporto col mezzo medesimo.

Tribunale Torino  15 settembre 2006 n. 143  

 

 



 
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