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Art. 617 ter codice penale: Falsificazione, alterazione o soppressione del contenuto di comunicazioni o conversazioni telegrafiche o telefoniche

Chiunque, al fine di procurare a sè o ad altri un vantaggio o di recare ad altri un danno, forma falsamente, in tutto o in parte, il testo di una comunicazione o di una conversazione telegrafica o telefonica ovvero altera o sopprime, in tutto o in parte, il contenuto di una comunicazione o di una conversazione telegrafica o telefonica vera, anche solo occasionalmente intercettata, è punito, qualora ne faccia uso o lasci che altri ne faccia uso, con la reclusione da uno a quattro anni.

La pena è della reclusione da uno a cinque anni se il fatto è commesso in danno di un pubblico ufficiale nell’esercizio o a causa delle sue funzioni ovvero da un pubblico ufficiale o da un incaricato di un pubblico servizio con abuso dei poteri o con violazione dei doveri inerenti alla funzione o servizio o da chi esercita anche abusivamente la professione di investigatore privato (1).

(1) Articolo aggiunto dalla L. 8 agosto 1974, n. 98.


Giurisprudenza annotata

Falsificazione alterazione soppressione di contenuti di telefonate o comunicazioni

Integrano gli estremi del reato previsto dall'articolo 617 ter c.p., sia la presa di conoscenza del testo delle conversazioni mail che le intercettazioni degli altri dati relativi al traffico telefonico, la cui illecita acquisizione, mediante intrusione, è già di per sé penalmente rilevante ex Abusiva intercettazione o art. 615 ter c.p.

Corte appello Milano sez. V  14 febbraio 2012

 

Sono manifestamente infondate le questioni di legittimità costituzionale (esaminate per la prima volta): a) dell'art. 616-ter c.p., in riferimento all'art. 3 cost.; b) degli art. 10 l. 5 luglio 1928 n. 1760 e 388 comma 3 c.p. (nel testo sostituito con l'art. 87 l. 24 novembre 1981 n. 689), in riferimento all'art. 3 cost.; c) dell'art. 98 l. 24 novembre 1981 n. 689, in riferimento all'art. 3 cost.; d) del medesimo art. 98 legge n. 689 del 1981, in riferimento agli art. 3 e 112 cost. Quanto agli art. 617-ter c.p. (falsificazione, alterazione o soppressione del contenuto di comunicazioni o conversazioni telegrafiche o telefoniche) e 10 della l. 5 luglio 1928 n. 1760 (deterioramento o distrazione di oggetti sottoposti a privilegio per credito agrario) il dubbio trae origine dall'introduzione, nel capo quarto della l. 24 novembre 1981 n. 689 di una serie di casi di perseguibilità a querela di parte, e dalla ritenuta analogia dei suddetti reati, rispettivamente, con quelli di cui agli art. 485 c.p. (falso in scrittura privata) e 338 comma 3 c.p. (sottrazione, distruzione o deterioramento di cose sottoposte a pignoramento, sequestro giudiziario o conservativo), introdotto, quest'ultimo, con l'art. 87 della citata legge n. 689 del 1981. Si sostiene che, stante tale analogia, sarebbe ingiustificata la mancata estensione ai primi del regime di perseguibilità a querela previsto per i secondi della citata legge n. 689 del 1981. L'art. 388 comma 3 c.p. viene impugnato in quanto non estende tale previsione (di perseguimento del reato a querela di parte) alla fattispecie di cui al predetto art. 10 legge n. 1760 del 1928. All'art. 98 legge n. 689 del 1981 si addebita di avere previsto la perseguibilità a querela di parte per il reato di truffa semplice (art. 640 c.p.) e non anche per quello di frode nell'esercizio del commercio (art. 515 c.p.), nonostante, ad avviso del giudice "a quo" il primo sia più grave sotto il profilo oggettivo e soggettivo ed entrambi mirino a tutelare interessi patrimoniali. Tale norma sarebbe altresì in contrasto con gli art. 2 e 112 cost., poiché la perseguibilità a querela di parte per il delitto di truffa ivi prevista introdurrebbe una non giustificata eccezione al principio dell'obbligatorietà dell'azione penale accomunando forme di truffa lievi ed altre più gravi, favorendo, tra gli autori di tale reato, quelli maggiormente pericolosi. In contrario si invoca l'ampia discrezionalità del legislatore nelle scelte in ordine al regime processuale (perseguibilità d'ufficio o a querela) e la diversità dei beni tutelati dai reati posti a raffronto. Effettivamente la scelta di subordinare, mediante la perseguibilità a querela, la persecuzione di certi reati alle determinazioni delle parti private offese risponde ad esigenze di vario ordine, non necessariamente connesse alla minore gravità degli illeciti, e sottende bilanciamenti d'interessi e valutazioni di politica criminale spesso assai complesse, rispetto alle quali deve riconoscersi al legislatore un'ampia discrezionalità, non sindacabile in sede di legittimità salva la manifesta irrazionalità (sent. n. 7 del 1987). La legge n. 689 del 1981, non soltanto ha tenuto conto della non rilevante gravità degli illeciti per i quali si è introdotto il regime per la perseguibilità a querela, ma ha dato rilievo decisivo alla finalità di conseguire, anche per questa via, una significativa deflazione dei carichi giudiziari, strumento necessario, anche se non unico, per avviare a soluzione il problema dell'intollerabile lentezza della giustizia penale.

Corte Costituzionale  28 luglio 1987 n. 294  



 
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