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Art. 627 codice penale: Sottrazione di cose comuni

Il comproprietario, socio o coerede che, per procurare a sé o ad altri un profitto, si impossessa della cosa comune, sottraendola a chi la detiene, è punito, a querela della persona offesa, con la reclusione fino a due anni o con la multa da venti euro a duecentosei euro.
Non è punibile chi commette il fatto su cose fungibili, se il valore di esse non eccede la quota a lui spettante.


Giurisprudenza annotata

Sottrazione di cose comuni.

Non sussiste alcuna violazione del diritto di difesa nel caso in cui il giudice (nella specie quello di appello) a fronte di una originaria contestazione del reato di sottrazione di cose comuni (art. 627 c.p.), ipotizzato a carico dell'imputato per essersi questi appropriato, movimentandole, di somme giacenti su un conto corrente cointestato, abbia infine ravvisato il diverso reato di appropriazione indebita (art. 646 c.p.): l'imputato è indubbio che abbia potuto sviluppare le proprie difese sul fatto contestato della movimentazione delle somme giacenti sul conto; mentre, per aversi mutamento del fatto idoneo a integrare la violazione del principio di correlazione tra imputazione contestata e sentenza, occorre una trasformazione radicale, nei suoi elementi essenziali, della fattispecie concreta, tale da determinare un'incertezza sull'oggetto dell'imputazione lesiva del diritto di difesa, ciò che non si verifica quando l'imputato, attraverso l'iter del processo, sia stato in condizione di difendersi in ordine all'oggetto dell'imputazione.

Cassazione penale sez. II  13 novembre 2012 n. 45795  

 

Gli atti di gestione di singoli beni del patrimonio immobiliare al fine di preservarne il valore, la consegna di alcuni cespiti a terzi perché i beni vengano stimati o il loro affidamento in conto vendita non integrano gli estremi della condotta delineata dall'art. 627 c.p.

Ufficio Indagini preliminari Milano  23 luglio 2012

 

Uno degli elementi necessari affinché si possa configurare il reato di calunnia è rappresentato dalla consapevolezza in capo all'agente dell'innocenza della persona incolpata. Una simile consapevolezza è, tuttavia, esclusa dal dubbio o dall'errore ragionevoli sulla verità dei fatti ritenuti penalmente illeciti e per i quali si richiede la punizione. (Nel caso di specie, infatti, l'imputata non era affatto consapevole dell'innocenza delle persone incolpate rispetto al reato di sottrazione di cose comuni (art. 627 c.p.) e anzi aveva fondati motivi per ritenere che un simile fatto illecito potesse effettivamente essere stato commesso).

Tribunale Bari sez. I  11 novembre 2011 n. 1857  

 

L'oggetto del reato di sottrazione di cose comuni deve essere una cosa mobile; vanno, escluse, invece, le cose immobili in quanto, non potendo venir sottratte a chi le detiene, non sono oggetto possibile di furto di alcuna specie, e perché il condominio o il compossesso di un immobile indiviso si estendono di diritto a tutta la cosa e alle singole parti di essa.

Cassazione penale sez. II  18 ottobre 2011 n. 2887  

 

Per la sussistenza dell'ipotesi delittuosa di cui all’art. 627 c.p. non necessita alcun accertamento del diritto di proprietà e/o comproprietà sul bene atteso che basta molto più semplicemente che il bene sia detenuto e/o posseduto dal soggetto passivo, a prescindere dell'effettiva titolarità del diritto di proprietà, e ciò per espressa statuizione prevista dalla norma che fa testuale riferimento alla sottrazione della cosa comune a chi la detiene.

Tribunale Lucera  10 luglio 2009

 

L'uso momentaneo di cosa comune non integra il reato di cui all'art. 627 c.p. a condizione che sia conforme alla naturale destinazione della cosa e che sia seguito dalla restituzione della stessa.

Corte appello Bologna  03 aprile 2007 n. 428  

 

La causa di non punibilità prevista dall'art. 627 comma 2 c.p. si riferisce unicamente all'appropriazione del valore della quota ereditaria ed è applicabile quando il fatto posto in essere sia qualificabile come "sottrazione" in senso tecnico-giuridico.

Cassazione penale sez. II  17 febbraio 2005 n. 11024  

 

Nell'ipotesi di sottrazione di energia elettrica - considerata "cosa mobile" ex art. 624, comma 2, c.p. - in danno di un condominio sono integrati gli estremi del reato previsto dall'art. 627 c.p. ("sottrazione di cose comuni"), ove il comproprietario condomino non abbia la "detenzione" dell'energia, e cioè utilizzi una presa che per gli usi condominiali si trova nell'esclusiva disponibilità di altra personalmente, nel caso in cui ne utilizzi una messa a disposizione di tutti i condomini (ovviamente per un uso dell'energia stessa nell'interesse comune), si realizzano gli estremi del delitto di cui all'art. 646 c.p. ("Appropriazione indebita") dovendosi tale situazione assimilarsi a quella del compossesso.

Cassazione penale sez. II  21 marzo 2002 n. 13551  

 

Ai fini della configurabilità del delitto di sottrazione di cose comuni, l'indicazione del "socio" fra i soggetti attivi del reato, contenuta nel comma 1 dell'art. 627 c.p., deve essere intesa come riferita esclusivamente ai soci delle società di persone, in relazione ai quali è configurabile la comproprietà dei beni conferiti, ma non può essere estesa a quelli delle società di capitali, che sono dotate di personalità giuridica e costituiscono soggetto giuridico del tutto distinto dalle persone dei singoli partecipanti.

Cassazione penale sez. V  13 giugno 1996 n. 2954



 
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