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Art. 646 codice penale: Appropriazione indebita

Chiunque, per procurare a sè o ad altri un ingiusto profitto, si appropria il denaro o la cosa mobile altrui di cui abbia, a qualsiasi titolo, il possesso, è punito, a querela della persona offesa con la reclusione fino a tre anni e con la multa fino a euro 1.032.

Se il fatto è commesso su cose possedute a titolo di deposito necessario, la pena è aumentata.

Si procede d’ufficio se ricorre la circostanza indicata nel capoverso precedente o taluna delle circostanze indicate nel n. 11 dell’articolo 61.


Giurisprudenza annotata

Appropriazione indebita

La condotta del direttore di un istituto bancario che, in collusione con un cliente ed omettendo i dovuti controlli interni, metta a disposizione dello stesso somme di denaro, integra il reato di appropriazione indebita e non quello di truffa, ciò in quanto la qualità di direttore consente all'agente di disporre materialmente delle somme depositate in banca, rispetto alle quali si comporta come 'uti dominus' accreditandole o comunque attribuendole al terzo.

Cassazione penale sez. II  21 gennaio 2015 n. 4983  

 

Il delitto di appropriazione indebita si perfeziona quando il soggetto agente nel possedere una cosa per conto altrui passa al possesso per conto proprio "animo domini" per cui non si richiede solo il mutamento dell'animus cioè della volontà di tenere la cosa come fosse propria ma che verso detta cosa ci si comporti come se fosse propria, esercitando un atto di disposizione della cosa, che può consistere nella consumazione, nella distruzione, nel deterioramento, nell'alienazione, nella distrazione, nell'esplicito rifiuto di restituzione ma non come mera omissione cioè nella mancata restituzione alla scadenza del termine, poiché si avrebbe una violazione del principio di legalità, tassatività e materialità.

Tribunale Roma sez. X  29 novembre 2014 n. 18518  

 

Nel reato di appropriazione indebita non opera il principio della compensazione con credito preesistente, allorché si tratti di crediti non certi, né liquidi ed esigibili e ciò in quanto un diritto di credito, eccepito in compensazione per la esclusione del dolo in tema di appropriazione indebita, in tanto può essere ritenuto efficace al fine anzidetto in quanto ne sia stata dimostrata non solo la esistenza in concreto, ma anche la esigibilità attuale.

Cassazione penale sez. II  06 novembre 2014 n. 47121  

 

Nell'ambito dello svolgimento di funzioni di tipo bancario, quale è la raccolta del risparmio, l'attività svolta da Poste S.p.A. è di tipo privatistico, non diversamente da quella svolta dalle banche; ne consegue che la appropriazione di somme di risparmiatori commessa con abuso del ruolo integra il reato di appropriazione indebita e non il reato di peculato; né rileva che Poste spa operi per conto della Cassa Depositi e Prestiti, essendo quest'ultima equiparabile ad un comune titolare di azioni e non operando personalmente nei rapporti con la clientela, che ha rapporti, regolati esclusivamente dal diritto civile, con Poste S.p.A..

Cassazione penale sez. VI  21 ottobre 2014 n. 10124  

 

Sebbene la mancata restituzione della res da parte del detentore al legittimo proprietario non realizza ex se l'ipotesi di cui all'art. 646 c.p., atteso che tale condotta non è in astratto idonea a modificare il rapporto fra il detentore e la cosa attraverso un comportamento oggettivo consistente nell'utilizzo uti dominus, tuttavia la mancata restituzione in presenza di una formale diffida rende chiara la volontà di impossessamento e dunque dimostra la interversione del possesso necessaria per la configurazione del reato di appropriazione indebita (nella specie, l'imputato, amministratore di fatto di una società con la quale la società dell'offeso aveva concluso un contratto che prevedeva, tra l'altro, che alla società fosse concesso l'uso per fini pubblicitari di cataloghi di abbigliamento sportivo, agende, articoli in tessuto, calendari ed altri oggetti, non aveva mai restituito tale materiale malgrado le diffide dell'offeso).

Cassazione penale sez. II  17 ottobre 2014 n. 47411  

 

In tema di appropriazione indebita, la nozione di appropriazione ha finito per assumere, con il passare del tempo, un significato sempre più ampio, comprensivo sia dell'appropriazione in senso stretto (di cui le più tipiche forme di manifestazione sono l'alienazione, la consumazione e la ritenzione), sia della distrazione, sia dell'uso arbitrario dal quale derivi al proprietario la perdita del denaro o della cosa mobile. Ne consegue che, anche in relazione al delitto di appropriazione indebita di cui all'art. 646 c.p., che non ha mai incluso formalmente la condotta di distrazione, prevale oggi l'opinione che ritiene tale condotta - intesa nel suo significato di deviare la cosa dalla sua destinazione o nel divergerla dall'uso legittimo - riconducibile sostanzialmente a quella appropriativa (riconosciuta la responsabilità dell'imputato, dipendente di un istituto bancario, che si era appropriato indebitamente del traffico internet della società).

Cassazione penale sez. II  15 ottobre 2014 n. 44176  

 

Risponde del reato di appropriazione indebita ex art. 646 c.p., con l'aggravante ex art. 61 n. 11 c.p. l'imputato che, incaricato dal proprietario di un'abitazione di eseguire dei lavori di ristrutturazione, e avendovi asportato, col consenso del proprietario, alcuni sanitari per il tempo necessario al rifacimento degli impianti con l'intesa che successivamente li avrebbe riposizionati in loco, viceversa non li riconsegni più al legittimo proprietario, né fornisca alcuna spiegazione in merito a tale decisione.

Tribunale La Spezia  02 ottobre 2014 n. 840  

 

Integra il reato di appropriazione indebita la condotta del "trustee" che destina i beni conferiti in "trust" a finalità proprie o comunque diverse da quelle per realizzare le quali il negozio fiduciario è stato istituito, in quanto l'intestazione formale del diritto di proprietà al trustee ha solo la valenza di una proprietà temporale, che non consente di disporre dei beni in misura piena ed esclusiva. (Rigetta, Trib. lib. Vicenza, 29/04/2014 )

Cassazione penale sez. II  23 settembre 2014 n. 50672  

 

Il potere esercitato dal trustee sui beni conferiti in trust non è quel diritto di godere e disporre dei beni stessi in modo pieno ed esclusivo in cui si sostanzia il diritto di proprietà secondo la nota definizione dell'art 832 c.c.; si tratta piuttosto di una situazione reale di proprietà finalizzata e funzionale che si esercita su di un patrimonio separato ed autonomo, patrimonio che è vincolato dal programma fiduciario che il trustee ha l'obbligo di perseguire e che sembra senz'altro riconducibile al concetto generale di possesso penalmente rilevante di cui all'art. 646 c.p.; la violazione di questo vincolo funzionale e la destinazione, pertanto, di beni conferiti in trust a finalità proprie del trustee e/o comunque a finalità diverse da quelle per realizzare le quali il trust è stato istituito concreta quella interversione del possesso in proprietà che costituisce l'essenza del delitto di cui all'art. 646 c.p..

Cassazione penale sez. II  23 settembre 2014 n. 50672  



 
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