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Art. 65 codice penale: Diminuzione di pena nel caso di una sola circostanza attenuante

Quando ricorre una circostanza attenuante, e non è dalla legge determinata la diminuzione di pena, si osservano le norme seguenti: 1) alla pena di morte (1) è sostituita la reclusione da ventiquattro a trenta anni; 2) alla pena dell’ergastolo è sostituita la reclusione da venti a ventiquattro anni; 3) le altre pene sono diminuite in misura non eccedente un terzo.

(1) La pena di morte è stata soppressa e sostituita con l’ergastolo.


Giurisprudenza annotata

Circostanze del reato

La riduzione di pena per le circostanze attenuanti generiche è disposta discrezionalmente dal giudice secondo i criteri stabiliti dall'art. 133 c.p. poiché l'art. 65 c.p. stabilisce solo che non possono comportare una diminuzione oltre un terzo della pena.

Corte appello Torino sez. I  24 gennaio 2012 n. 57  

 

È manifestamente infondata la q.l.c. degli art. 89 e 65 c.p., sollevata in riferimento agli art. 27, comma 3, e 32 cost., nella parte in cui prevedono, per il condannato affetto da vizio parziale di mente, una riduzione della pena, asseritamente non in sintonia con un ordinamento giuridico finalizzato alla rieducazione del reo ed alla tutela della sua salute, poiché trattasi di scelta che appartiene alla discrezionalità del legislatore, nel caso di specie esercitata non illogicamente né in modo incongruo. Rigetta, App. Torino, 23/04/2010

Cassazione penale sez. IV  15 marzo 2011 n. 14691

 

Qualora, in virtù della concessione dell'attenuante ad effetto speciale della cosiddetta "dissociazione attuosa" prevista dall'art. 8 d.l. 13 maggio 1991 n. 152, convertito in l. 12 luglio 1991 n. 203 (provvedimenti urgenti in tema di lotta alla criminalità organizzata), alla pena per delitto punito con l'ergastolo nella sua forma aggravata (nella specie, omicidio volontario aggravato a norma dell'art. 577 c.p.) sia sostituita la prevista pena detentiva temporanea (da dodici a venti anni di reclusione), le circostanze aggravanti che determinavano la previsione della pena perpetua devono considerarsi obliterate dal riconoscimento di quella attenuante, sicché le residue circostanze attenuanti che siano state riconosciute simultaneamente ad essa, in assenza di altre circostanze di segno opposto, non possono confluire in un giudizio di comparazione, ma devono essere valutate ai fini delle diminuzioni di pena ulteriori a norma degli art. 65 e 67 c.p. Annulla in parte con rinvio, Ass.App. Catania, 05/12/2007

Cassazione penale sez. V  08 ottobre 2009 n. 4977  

 

La sussistenza della recidiva discende da fattori oggettivi (il pregiudizio del reo) all'accertamento dei quali la relativa declaratoria non potrà essere esclusa dal giudice, che potrà però, esercitando il proprio potere di apprezzamento concreto del disvalore espresso in termini di capacità a delinquere del reo, non applicare l'aumento di pena previsto. La cd. facoltatività della recidiva non concerne né la contestazione, né la facoltà di esclusione "tout court": essa continua a qualificare più gravemente il reato ad ogni (ulteriore) effetto, ma lascia al giudice la possibilità di farla operare o meno "quoad poenam", cioè di applicarla o non applicarla. La recidiva, quindi, nei casi in cui è facoltativa, fa eccezione alla disciplina generale delle circostanze (art. 63, 64, 65, 66 c.p.), nel senso che anche se è ritenuta sussistente (e dichiarata), può tuttavia non essere applicata.

Tribunale Milano  25 ottobre 2006

 

Le circostanze attenuanti previste dagli art. 62 e 62 bis c.p., se non vengono dichiarate subvalenti o equivalenti rispetto a circostanze aggravanti o alla recidiva, determinano una riduzione dell'intera pena ai sensi dell'art. 65 c.p. La riduzione deve essere effettuata, nel caso di reati puniti con pene congiunte, su entrambe le pene da irrogare, perché, essendo unica la condotta attenuata ed unico il trattamento sanzionatorio complessivo, non si giustificherebbe una decurtazione che afferisse ad una sola delle due componenti.

Cassazione penale sez. III  27 maggio 1998 n. 7844  

 

L'art. 23 c.p.m.g. (ultrattività della legge penale militare di guerra) si riferisce all'intera disciplina sanzionatoria stabilita dalla legge penale militare di guerra, compresa quella concernente le circostanze anche se rinvenibile in norme meramente recettive della normativa comune, come nel combinato disposto degli art. 19 e 52 c.p.m.p., secondo cui la materia regolata dalla legge penale militare di guerra si applicano gli art. 63, 64, 65, 68 e 69 c.p., che perciò operano nella versione vigente al momento del commesso reato e, quindi, con esclusione, in particolare, del giudizio di comparazione tra circostanze aggravanti che comportano una pena di specie diversa, da un lato, e circostanze attenuanti dall'altro lato.

Tribunale sup. militare Roma  13 settembre 1997

 

Data la pluralità di scelte possibili (che solo il legislatore è in grado di effettuare), è inammissibile la questione di legittimità costituzionale del combinato disposto degli art. 22, 98, 65, e 69 c.p., laddove rende possibile la condanna all'ergastolo dell'imputato minorenne.

Corte Costituzionale  06 aprile 1993 n. 140  

 

Sono inammissibili le questioni di legittimità costituzionale, in riferimento agli art. 2, 3 comma 1, 10 comma 1, 27 comma 3, 31 comma 2 cost., del combinato disposto degli art. 22, 98, 65 e 69 c.p., nella parte in cui rendono possibile, per i delitti punibili con la pena edittale dell'ergastolo, l'applicazione di detta pena anche ai minori. (Nella specie il tribunale per i minorenni di Catania, in composizione di giudice per l'udienza preliminare, chiamato a decidere sull'ammissibilità del giudizio abbreviato, rilevato che, se la pena astrattamente applicabile per il reato fosse l'ergastolo, la decisione dovrebbe essere negativa, secondo quanto stabilito dalla sent. n. 176 del 1991, ha impugnato le dette norme sospettandone il contrasto: con l'art. 2 cost., per il venir meno del "dovere della Repubblica di garantire i diritti inviolabili dell'infanzia" nonché dei "doveri inderogabili di solidarietà verso i minori"; con l'art. 27 comma 3 cost., perché l'irrogazione della pena dell'ergastolo ad imputato minorenne, da un lato comprometterebbe l'esigenza rieducativa ostacolando il trattamento pedagogico, peculiare per il condannato che versi nella speciale condizione determinata dall'età, e dall'altro contrasterebbe con il "corrente senso di umanità fatto proprio dalla attuale coscienza sociale, ben interpretata dalle numerosissime convenzioni internazionali a tutela dell'infanzia alle quali l'Italia ha prestato adesione"; con l'art. 31 comma 2 cost., perché si viene meno al precetto costituzionale che, imponendo "il dovere di protezione dell'infanzia", impedisce di poter equiparare il minore all'adulto per "un'apparente esigenza di formale uguaglianza"; con l'art. 3 comma 1 cost., per la disparità di trattamento che si determinerebbe tra il minore imputato di un reato meno grave ma punibile, come nella specie, con l'ergastolo, a causa del concorso di una circostanza aggravante, ed il minore imputato di un delitto più grave punibile edittalmente con l'ergastolo, perché, mentre il secondo si gioverebbe automaticamente della diminuente della minore età, il primo potrebbe non giovarsene per effetto della comparazione con la circostanza aggravante; con l'art. 10 comma 1 cost., per non essersi l'ordinamento giuridico italiano conformato a numerose norme pattizie del diritto internazionale vigenti in materia che sono assurte a principi "generalmente riconosciuti dalla comunità degli Stati", i quali impongono un trattamento penalistico differenziato per i minori). Posto che l'art. 69 c.p. (nella nuova formulazione introdotta dall'art. 6 d.l. n. 99 del 1974), consentendo l'applicazione del meccanismo di comparazione fra tutte le circostanze aggravanti e tutte quelle attenuanti, compresa la diminuente della minore età prevista dall'art. 98 c.p., ha determinato l'applicabilità al minore della pena dell'ergastolo - nel caso in cui la valutazione comparativa del giudice si concluda per la prevalenza di aggravanti tali da comportare la detta pena -, ipotesi nella quale è esclusa l'ammissibilità del giudizio abbreviato (sent. n. 176 del 1991 e ord. n. 163 del 1992), sul piano sostanziale tale previsione nella realtà giudiziaria assume un significato più teorico che effettivo: il concreto atteggiarsi delle norme di diritto sostanziale è indicativo di una significativa diversità di trattamento del minore adeguata alla sua condizione, anche in relazione all'irrogazione dell'ergastolo. Resta l'esigenza di adeguare l'ordinamento positivo ad un sistema punitivo che per il minore risulti sempre più diversificato, sia sul piano sostanziale che su quello processuale. Mentre il caso all'esame del giudice "a quo" potrebbe essere più congruamente risolto con un intervento sulle norme processuali, qualora la Corte, prescindendo dall'occasione e dal motivo dell'incidente "de quo", intervenisse sulle norme di diritto sostanziale denunciate, una sentenza meramente caducatoria sarebbe inadeguata, occorrendo un intervento normativo selettivo che definisca le ipotesi in cui l'esonero dal bilanciamento di circostanze possa avvenire, per evitare effetti eccedenti la finalità del quesito; è necessario un intervento sostitutivo del legislatore che definisca, nell'ambito di una pluralità di scelte, la portata e l'ampiezza della modifica.

Corte Costituzionale  06 aprile 1993 n. 140  

 

 



 
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